In Italia le centrali a carbone rimarranno accese fino al 2038
Cioè tredici anni dopo lo spegnimento previsto: c’entra la crisi energetica provocata dalla guerra in Medio Oriente

In Italia le centrali a carbone resteranno accese fino al 2038, tredici anni dopo rispetto a quando avrebbero dovuto essere spente definitivamente. Il rinvio è stato introdotto con un emendamento al “decreto energia” che sarà convertito in legge nei prossimi giorni. L’obiettivo del governo è continuare a usare il carbone per produrre energia elettrica, per mitigare gli effetti della crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente.
La guerra sta infatti bloccando l’importazione di gas dai paesi del Golfo, in particolare dal Qatar, che in Italia viene molto usato per la produzione di energia elettrica. Il governo di Giorgia Meloni sta cercando alternative, ma nel frattempo le centrali a carbone continuano a essere una soluzione di emergenza per i periodi di crisi. In Italia ce ne sono ancora quattro: una a Brindisi, una a Civitavecchia e due in Sardegna, a Fiume Santo e a Portovesme. Tre sono di proprietà di Enel, l’azienda energetica italiana, tranne quella di Fiume Santo, che è della società EP.
In teoria la chiusura di tutte le centrali a carbone ancora attive era prevista per il 31 dicembre 2025: la data era contenuta nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC), approvato dal governo di Giuseppe Conte nel 2020 per rispettare gli obiettivi europei di decarbonizzazione, cioè il passaggio a sistemi produzione dell’energia meno inquinanti del carbone. Non è andata così, per varie ragioni.
– Leggi anche: L’Italia sta cercando alternative al gas bloccato dalla guerra in Medio Oriente
Enel aveva deciso di chiudere le centrali a carbone da qualche anno, considerandole troppo inquinanti e costose. Dopo l’approvazione del PNIEC, l’azienda chiuse subito l’impianto veneziano di Fusina e quello di La Spezia, e cominciò a ridurre la produzione di energia elettrica a Brindisi e a Civitavecchia, che dal punto di vista economico erano già in perdita. Fu costretta però a riprendere la produzione dal governo di Mario Draghi per via della crisi energetica causata dall’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022. Dopo un anno ricominciò a ridurre la produzione, azzerandola gradualmente in entrambi gli impianti.
Gli impianti di Brindisi e Civitavecchia avrebbero dovuto essere spenti a fine dicembre, e poi dismessi. All’ultimo però il governo aveva deciso di tenerli inattivi e pronti a essere riaccesi proprio nel caso di una nuova crisi energetica. In sostanza, aveva ritenuto che le centrali di Civitavecchia e Brindisi fossero cruciali almeno finché l’Italia fosse rimasta dipendente dal gas importato dall’estero per la generazione dell’energia elettrica.
La situazione delle due centrali a carbone in Sardegna è invece diversa. La loro chiusura era già stata rinviata al 2028 perché l’isola non è collegata alla rete italiana e il carbone costituisce la fonte principale per la produzione di energia elettrica. La situazione dovrebbe cambiare quando sarà completata la costruzione del Tyrrhenian Link, un elettrodotto che collegherà la Sardegna alla Sicilia, e quando l’area del Sulcis Iglesiente, dove si trova la centrale di Portovesme, sarà rifornita con il metano, che in Sardegna non arriva ancora. Per entrambe le centrali c’è un piano di riconversione ma a questo punto non si sa quando sarà attuato.
Negli ultimi anni l’uso del carbone per la produzione dell’energia elettrica in Italia è comunque diminuito moltissimo, e attualmente rappresenta meno del 2 per cento delle fonti usate. La prima continua a essere il gas, per oltre il 35 per cento, che l’Italia importa quasi totalmente dall’estero: è anche la ragione per cui in Italia l’energia costa così tanto. Anche produrre energia con il carbone è molto costoso, oltre che molto inquinante: al prezzo della materia prima va infatti aggiunto anche quello del sistema per lo scambio di quote di emissioni, più noto con l’espressione inglese emissions trading system (ETS), che c’è nell’Unione Europea.
Molto in breve, gli ETS prevedono che alle aziende responsabili di ingenti emissioni di gas serra ne sia concessa una certa quota annua, che diminuisce nel tempo in linea con gli obiettivi di riduzione delle emissioni: in caso di superamento della propria quota, le aziende devono acquistarne di aggiuntive da altre aziende dello stesso paese che hanno emesso meno del previsto grazie ad ammodernamenti per la riduzione dell’impatto ambientale. Dal momento quindi che l’uso del carbone provoca una quota elevata di emissioni, il costo del suo utilizzo è molto alto.
Anche per questo il governo italiano ha chiesto alla Commissione Europea di sospendere l’applicazione degli ETS dalla produzione elettrica con gas e carbone, nei periodi di crisi. È una richiesta dettata dalla preoccupazione per l’aumento dei costi delle materie prime, che si spiega con il fatto che l’Italia è arrivata impreparata anche a questa crisi energetica, proprio perché è ancora molto indietro nel puntare sulle fonti energetiche alternative a quelle fossili, cioè petrolio, carbone e gas. Anche per questo la scelta di posticipare la chiusura delle centrali a carbone è stata molto criticata dai politici dell’opposizione, che hanno accusato il governo di andare nella direzione opposta rispetto agli obiettivi fissati per la transizione energetica.
– Leggi anche: L’Italia ha imparato poco dall’ultima crisi energetica



