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  • Lunedì 30 marzo 2026

La prima volta che l’Italia giocò contro la Bosnia Erzegovina

Fu nel 1996, a Sarajevo: la Bosnia Erzegovina era appena uscita da una guerra violentissima e vinse per la prima volta nella sua storia

Una fase della partita amichevole giocata tra Bosnia Erzegovina e Italia, nel 1996. (PAL FEHIM DEMIR/ANSA)
Una fase della partita amichevole giocata tra Bosnia Erzegovina e Italia, nel 1996. (PAL FEHIM DEMIR/ANSA)

Martedì la Nazionale italiana di calcio giocherà contro quella bosniaca a Zenica, in Bosnia Erzegovina, per la qualificazione ai Mondiali maschili (che il Post seguirà con un liveblog già dal tardo pomeriggio). Finora le due nazionali si sono affrontate sei volte: l’Italia ha vinto quattro volte, e una finì in pareggio. La Bosnia Erzegovina vinse una sola di queste partite, la prima in assoluto, e lo fece in modo decisamente inaspettato.

Accadde quasi trent’anni fa, il 6 novembre 1996, nella capitale bosniaca, Sarajevo. Fu una delle prime partite in assoluto per la nazionale della Bosnia Erzegovina e anche la sua prima vittoria ufficiale. La nazionale, così come il paese, esisteva solo da pochi anni: fu una partita amichevole, che doveva servire più che altro a dare visibilità alla federazione calcistica bosniaca.

Sia la Nazionale italiana che quella bosniaca erano in una situazione molto diversa rispetto a oggi. L’Italia era una delle nazionali più forti del mondo: agli Europei del 1996 era stata eliminata ai gironi, ma ai Mondiali di due anni prima, negli Stati Uniti, aveva perso in finale contro il Brasile ai rigori, e in quel momento era vicecampione del mondo. Ci giocavano alcuni dei giocatori più forti degli ultimi decenni, come Paolo Maldini (del Milan), Alessandro Del Piero (Juventus) ed Enrico Chiesa (Parma).

La Bosnia Erzegovina invece era una nazionale con pochissima esperienza e risorse molto scarse. Così come il paese, che era uscito da pochi mesi da una guerra. Nel 1992 la Bosnia Erzegovina aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia: ne era seguito un conflitto tra i più brutali in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. I principali gruppi nazionali del paese (bosgnacchi musulmani, serbi e croati) si erano combattuti tra loro per più di tre anni. La guerra era terminata alla fine del 1995: più di due milioni di persone erano state sfollate, e più di 100mila erano state uccise.

Un tram davanti alla sede distrutta del governo bosniaco, nel luglio del 1996 (Getty Images/Alain Nogues)

Un tram davanti alla sede distrutta del governo bosniaco, nel luglio del 1996 (Getty Images/Alain Nogues)

Sarajevo era stata assediata per quasi quattro anni dall’esercito serbo bosniaco, che aveva preso di mira la popolazione civile e distrutto la città in modo indiscriminato: erano state uccise più di 11mila persone, tra cui moltissimi civili.

Nel novembre del 1996 l’assedio era terminato da meno di un anno e Sarajevo era ancora in gran parte distrutta: la partita venne organizzata nello stadio principale, quello del quartiere di Koševo, che era stato colpito dai bombardamenti dei serbi. Si giocò nel pomeriggio perché in città era ancora in vigore un coprifuoco notturno, e comunque giocare di sera sarebbe stato impossibile, visto che nello stadio non c’era illuminazione.

Alcuni soldati francesi si allenano sulla pista di atletica dello stadio di Koševo, nel 1995 (Getty Images/Rikard Larma)

Alcuni soldati francesi si allenano sulla pista di atletica dello stadio di Koševo, nel 1995 (Getty Images/Rikard Larma)

La Bosnia Erzegovina era una squadra raffazzonata, che fino a quel momento aveva giocato pochissime partite, per lo più a eventi umanitari. Era stata riconosciuta dalla FIFA, la Federazione che regola il calcio mondiale, alla fine del 1995, e aveva giocato la sua prima partita ufficiale contro l’Albania solo nel novembre di quell’anno. La partita si era giocata a Tirana, in Albania, e per giocarla la squadra bosniaca aveva comprato le magliette poche ore prima della partita a Zagabria, in Croazia, dove i giocatori si erano dati appuntamento prima di partire per la trasferta.

La foto della formazione titolare della Bosnia Erzegovina prima dell’inizio della sua prima partita ufficiale, contro l’Albania, il 30 novembre 1995.

Molti giocatori di quella nazionale bosniaca, per esempio Hasan Salihamidžić ed Elvir Bolić, avevano lasciato il paese e giocavano all’estero, ed erano rientrati apposta per giocare contro l’Italia. L’allenatore, Fuad Muzurović, aveva invece vissuto a Sarajevo per l’intera durata dell’assedio. Era pagato pochissimo, come del resto diversi giocatori: circa 500mila lire (più o meno 250 euro di oggi), scriveva Repubblica.

L’amichevole tra Italia e Bosnia Erzegovina venne organizzata per dare visibilità alla nazionale bosniaca. Serviva per dimostrare che la federazione calcistica locale era capace di organizzare partite ed eventi di alto livello, e che Sarajevo era una città sicura, nonostante le difficoltà della ricostruzione. Già il fatto che la nazionale maschile vicecampione del mondo avesse deciso di andare a giocare una partita di calcio a Sarajevo fu una grande vittoria di immagine per i bosniaci.

Il presidente della federazione bosniaca di allora, Jusuf Pušina, ha raccontato che la partita fu resa possibile dai buoni rapporti che aveva con Antonio Matarrese, il presidente della federazione calcistica italiana. Pušina ha detto che gli aveva chiesto «il favore» di fare giocare la Nazionale italiana a Sarajevo: «mi guardò un po’ sorpreso, e quando gli ripetei la mia richiesta mi rispose “certo, fammi solo trovare la data”».

Non era una cosa scontata: nemmeno la nazionale bosniaca aveva mai giocato a Sarajevo. Per dare un’idea delle difficoltà della situazione, Pušina ha raccontato che, di fatto, quello della Nazionale italiana fu uno dei primissimi voli civili che atterrarono all’aeroporto di Sarajevo da quando era iniziata la guerra.

L’arrivo della delegazione italiana a Sarajevo, e qualche filmato degli allenamenti della nazionale bosniaca, alla periferia della capitale.

La partita venne pensata come un evento mediatico importante. I calciatori italiani rimasero alcuni giorni a Sarajevo e parteciparono a diversi incontri, per esempio visitando il reparto pediatrico di un ospedale locale, e un contingente di militari italiani che si trovava a Sarajevo come parte di una missione di pace internazionale.

La Nazionale italiana venne accompagnata anche da diversi giornalisti, e sui giornali dell’epoca la visita venne molto raccontata, un po’ perché la guerra in Bosnia Erzegovina era finita da poco ed era ancora un tema molto attuale, ma anche per questioni interne alla squadra: dopo l’eliminazione agli Europei, infatti, l’allenatore Arrigo Sacchi era molto criticato, e si parlava apertamente della possibilità di sostituirlo.

L'allenatore dell'Italia, Arrigo Sacchi, durante una visita ai militari italiani di stanza a Sarajevo, nel novembre 1996 (Ansa)

Arrigo Sacchi, durante una visita ai militari italiani di stanza a Sarajevo, nel novembre 1996 (Ansa)

Alla partita assistettero circa 40mila persone: per lo più abitanti di Sarajevo, anche se uno spazio sulle tribune venne riservato ai militari italiani. La Bosnia Erzegovina andò quasi subito in vantaggio con un gol un po’ fortuito di Hasan Salihamidžić, che negli anni successivi ebbe una carriera internazionale importante (giocò molti anni nel Bayern Monaco e poi anche nella Juventus).

L’Italia pareggiò poco dopo, con Enrico Chiesa. Verso la fine del primo tempo la Bosnia Erzegovina segnò di nuovo con Elvir Bolić, che in quel momento giocava per il Fenerbahçe, in Turchia. L’Italia non riuscì più a recuperare e venne sconfitta.

Fu la prima vittoria ufficiale della nazionale bosniaca, ed è rimasta nella sua storia come una delle più importanti, anche se si trattava solo di un’amichevole. Anche dopo decenni, i media bosniaci se ne occupano periodicamente: lo stanno facendo molto anche in questi giorni, in vista della partita di martedì.

In un’intervista del 2020, Bolić ha spiegato che la partita «lasciò una traccia positiva» per la nazionale e per i bosniaci: «dimostrammo a tutti che nonostante la guerra eravamo una squadra seria, e che si poteva giocare a Sarajevo». Da quel momento la nazionale iniziò a giocare nella capitale, un fatto di grande importanza simbolica in un paese in ricostruzione dopo la guerra.

La sconfitta dell’Italia invece venne interpretata in modo molto negativo dai media italiani. Anche se era chiaro a tutti che l’importanza della partita andava oltre il risultato, molti rimproverarono comunque ai giocatori italiani una certa mancanza di impegno e di motivazione. Già durante la telecronaca il giornalista della Rai Bruno Pizzul, uno dei più famosi telecronisti italiani di sempre, disse che la partita «sarebbe rimasta negli annali», perché «non capita tutti i giorni di perdere contro la Bosnia Erzegovina». Le critiche contro Sacchi si rafforzarono, e lui si dimise qualche settimana più tardi, anche perché nel frattempo aveva ricevuto un’offerta per tornare ad allenare il Milan, che aveva già allenato alla fine degli anni Ottanta. Ad allenare la Nazionale venne chiamato Cesare Maldini, che poi riuscì a qualificarsi per i Mondiali del 1998 passando – e vincendo di poco – gli spareggi con la Russia.