Alle Olimpiadi le atlete trans non potranno gareggiare nelle competizioni femminili
Lo ha deciso il Comitato Olimpico Internazionale, che finora non si era espresso sul tema lasciando decidere le singole federazioni

Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha stabilito che le donne trans non potranno partecipare alle competizioni femminili a partire dalle Olimpiadi di Los Angeles del 2028. Il CIO ha detto di aver scelto così per garantire una maggiore equità nelle competizioni poiché, secondo quanto concluso da un comitato di esperti, anche dopo la transizione di genere queste atlete manterrebbero un vantaggio fisico sulle atlete cisgender.
Finora il CIO non era intervenuto sulla questione, lasciando alle federazioni internazionali la libertà di regolamentare l’accesso delle atlete trans alla propria disciplina. Tra le federazioni che avevano già scelto di vietare la partecipazione di atlete trans alle gare femminili ci sono quelle dell’atletica leggera, del nuoto e del ciclismo. È quindi probabile che ora altre federazioni introdurranno regole simili a quella stabilita dal CIO anche per competizioni al di fuori delle Olimpiadi.
La decisione su questo tema era attesa poiché era uno dei primi temi su cui si era esposta la nuova presidente del CIO Kirsty Coventry: poco dopo la sua elezione, un anno fa, aveva istituito un gruppo di esperti che si occupasse della questione, dicendo che c’era la necessità di «proteggere la categoria femminile» attraverso un approccio scientifico.

L’arrivo della finale della staffetta 4×400 metri femminile dei Campionati mondiali di atletica leggera indoor a Torun, Polonia, 22 marzo 2026 (Sam Mellish/Getty Images)
Per verificare il sesso biologico tutte le atlete dovranno sottoporsi al test SRY, che è già usato dalla federazione di atletica leggera. Serve a rilevare la presenza del gene SRY, che indica la presenza del cromosoma Y, i cui geni determinano lo sviluppo del sesso maschile (XY) rispetto a quello femminile (XX). Un’atleta potrà quindi competere nelle gare olimpiche femminili soltanto se il test sarà negativo. Il CIO ha detto di averlo scelto perché poco invasivo: può essere effettuato con un tampone orale o con un esame del sangue e ogni persona lo dovrà fare solo una volta.
Le atlete intersessuali, cioè nate con caratteristiche biologiche sia maschili che femminili, che dai test dovessero registrare una presenza del cromosoma Y non saranno automaticamente escluse dalle competizioni femminili, ma dovranno fare test ulteriori.
Al momento non è chiaro quante siano le atlete trans che verranno escluse dalle Olimpiadi dopo l’introduzione di questa regola, ma è probabile che siano molto poche. La decisione entrerà in vigore dalle prossime Olimpiadi, che si terranno a Los Angeles, negli Stati Uniti, ed è in linea con le posizioni del presidente statunitense Donald Trump, che lo scorso anno aveva firmato un ordine esecutivo per vietare alle atlete trans di competere nelle squadre sportive femminili statunitensi.
L’inclusione delle atlete trans nelle competizioni ad alti livelli è discussa da tempo e molto complessa. Da un lato perché si declina in maniera diversa in base allo sport: in genere più uno sport è prettamente fisico e più le federazioni tendono a essere restrittive. Dall’altro perché le donne trans hanno storie diverse: la federazione internazionale di nuoto, per esempio, esclude dalle sue gare le atlete trans che hanno iniziato le terapie per la transizione dopo i 12 anni d’età ma non quelle che l’hanno fatto prima (e quindi non hanno avuto uno sviluppo sessuale maschile). E lo stesso vale anche per le atlete intersessuali, categoria all’interno della quale rientrano persone con condizioni molto diverse tra loro.
Negli ultimi anni i casi di cui più si è parlato sono quelli della pugile algerina Imane Khelif, che è intersessuale e che aveva gareggiato e vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi dopo essere stata esclusa dai Mondiali di boxe perché valutata non adatta a competere come donna. Prima ancora c’erano state discussioni simili attorno alla velocista sudafricana Caster Semenya, vincitrice di due ori olimpici negli 800 metri nel 2012 e nel 2016. Anche Semenya è intersessuale: produce naturalmente alti livelli di ormoni maschili (una condizione nota come iperandrogenismo).
La prima donna dichiaratamente trans ad aver partecipato alle Olimpiadi era stata la neozelandese Laurel Hubbard, nel 2021, nel sollevamento pesi. Hubbard aveva iniziato il percorso di transizione intorno ai trent’anni e a 43 anni partecipò, nella categoria femminile, alle sue prime Olimpiadi, dove fu tra le prime eliminate nella sua categoria.



