La riduzione delle accise sulla benzina non sta funzionando come dovrebbe
I recenti rincari del petrolio ne hanno annullato l'effetto, ma il governo ci aveva puntato molto

Il monitoraggio settimanale del ministero dell’Ambiente sui carburanti ha rilevato che lunedì mattina il prezzo di benzina e diesel era sostanzialmente stabile rispetto a quello di una settimana prima. Potrebbe sembrare una buona notizia in settimane come queste, in cui la guerra in Medio Oriente ha fatto aumentare le quotazioni del petrolio e ha innescato a cascata un rincaro diffuso dei carburanti. Ma non lo è affatto.
E questo perché proprio nei giorni tra una rilevazione e l’altra il governo aveva disposto una riduzione temporanea di circa 25 centesimi delle accise sui carburanti, le imposte fisse che gravano su ogni litro di benzina e gasolio e che in Italia contribuiscono a tenere cronicamente alti i prezzi: questa riduzione non si è quasi per niente percepita nei prezzi finali ai distributori. Se l’obiettivo del governo era quello di ridurre i prezzi nell’immediato, questa misura non sta funzionando. Se non ci fosse, però, i prezzi sarebbero ancora più alti.
L’aumento del prezzo del petrolio degli ultimi giorni della scorsa settimana, con i nuovi massimi raggiunti per via degli attacchi alle raffinerie dei paesi del Golfo e delle dichiarazioni sempre più aggressive del presidente statunitense Donald Trump contro l’Iran, ha infatti quasi del tutto compensato il calo delle accise. Dal monitoraggio settimanale dei prezzi risulta che lunedì la benzina costava 1,778 euro al litro, con un calo di soli 4 centesimi rispetto al lunedì precedente; il gasolio costava in media 2,023 euro al litro, 1 centesimo in meno rispetto a una settimana prima.
È cambiata però la composizione di questo prezzo. Mentre prima le imposte, cioè le accise e l’IVA, pesavano per circa il 55 per cento del prezzo finale della benzina al distributore, ora la quota è scesa al 44 per cento. Come si vede dal grafico, la riduzione dell’area rossa, che indica la parte delle imposte, è stata quasi del tutto compensata dall’aumento dell’area blu, cioè il prezzo industriale del carburante al netto della tassazione. In una settimana questo prezzo netto è aumentato del 20 per cento per quanto riguarda la benzina.
Lo stesso vale per il gasolio, il cui prezzo al netto di IVA e accise è aumentato del 19,3 per cento.
I numeri riportati finora mostrano la media settimanale, ma sappiamo che nel fine settimana qualche graduale riduzione si era vista: per esempio il gasolio era calato ovunque sotto i due euro. L’effetto però è durato poco, e lo si vede non solo dal monitoraggio settimanale di cui sopra, ma anche da quello quotidiano del ministero delle Imprese, che mostra qual è il prezzo medio per regione alle 8 di ogni mattina: mercoledì la benzina costava in media 1,744 euro al litro, e il gasolio 2,037.
Senza la riduzione di accise e IVA di 24,4 centesimi disposta dal governo, ora i prezzi sarebbero di 1,988 euro al litro per la benzina e di 2,281 per il gasolio.
In queste settimane diversi esponenti del governo di Giorgia Meloni hanno molto insistito sul fatto che ci potesse essere una “speculazione” delle aziende energetiche e dei distributori di carburante, che secondo questa tesi avrebbero aumentato i prezzi più del dovuto e soprattutto con tempi troppo veloci rispetto all’aumento delle quotazioni del petrolio.
Dai dati finora non si era osservato davvero un problema sistemico di speculazione: nelle scorse settimane i prezzi dei carburanti, anche al netto delle imposte, erano aumentati meno del prezzo del petrolio. Con i dati di mercoledì le cose sembrano un po’ cambiate: il prezzo industriale della benzina, quindi al netto delle tasse, è aumentato del 41 per cento, e quello del diesel del 60; le principali quotazioni del petrolio sono più alte di circa il 35 per cento rispetto a prima della guerra.
Al momento quindi i carburanti sembrano rincarati più della materia prima necessaria per produrli, soprattutto nel caso del gasolio. Potrebbe essere un indizio della speculazione di cui parlano Meloni e gli altri membri del governo, ma è più probabile che sia uno squilibrio momentaneo. Negli ultimi tre giorni il prezzo del petrolio si è ridotto in modo repentino per via delle ipotesi sui negoziati con l’Iran annunciati da Trump: il divario si riduce se si considera il prezzo di domenica, che era più alto di oltre il 10 per cento. È possibile dunque che i prezzi dei carburanti si ridurranno nei prossimi giorni, adeguandosi di conseguenza.
In generale, proprio perché sono settimane di grandi e improvvise fluttuazioni dei prezzi, è poco indicativo guardare i movimenti giorno per giorno. Eppure sui carburanti c’è un’attenzione spasmodica dell’opinione pubblica. Non solo perché i rincari si sentono subito quando si fa rifornimento, e non solo perché i partiti al governo hanno fomentato un clima di sospetto verso la categoria dei benzinai e delle aziende dell’energia, ma anche perché gli stessi partiti al governo hanno fatto campagne molto aggressive quando erano all’opposizione sostenendo per anni che per risolvere il problema degli alti prezzi dei carburanti sarebbe bastato ridurre le accise. E quindi una volta che ne viene effettivamente stabilita una riduzione, seppur temporanea, ci si aspetta che i prezzi al distributore scendano simultaneamente e della stessa misura.
In realtà le cose sono più complicate di così, e nonostante la propaganda degli ultimi anni le accise non sono uno strumento perfetto con cui ottenere effetti sui carburanti. Ai benzinai e alle aziende energetiche serve un po’ di tempo per adeguare i prezzi, e non ci si può aspettare un calo lineare in momenti di grande instabilità delle quotazioni del petrolio. Ridurre le accise è per giunta un intervento molto costoso: la riduzione di 24,4 centesimi di euro per venti giorni, tra accise e IVA, costa allo Stato poco meno di mezzo miliardo di euro.
Questo è perché sono molto alte: l’Italia è il paese dell’Unione Europea che applica le accise più alte sul diesel e il secondo per quelle sulla benzina (dopo i Paesi Bassi). Sono difficili da ridurre non solo perché costose, ma anche perché hanno uno scopo ben preciso: dovrebbero servire a disincentivare l’uso di combustibili fossili, tra i principali responsabili delle emissioni inquinanti e quindi del riscaldamento globale.
Gli economisti sostengono dunque che una loro riduzione debba essere temporanea e soprattutto da prevedere nelle situazioni di vera emergenza. Anche perché ha un effetto che in economia si definisce regressivo: dato che la riduzione si applica a tutti in modo indiscriminato, questa finisce per avvantaggiare soprattutto chi ha redditi alti, perché sono coloro che tipicamente spendono gli importi più elevati in carburanti (semplificando molto perché viaggiano di più, perché hanno macchine più potenti, e così via). È anche la ragione per cui, per quanto necessaria in situazioni come questa, è considerata una leva imperfetta per aiutare davvero chi rischia di essere più penalizzato dagli aumenti dell’energia.
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