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  • Mercoledì 25 marzo 2026

Cosa c’entra il Pakistan nella guerra in Medio Oriente?

Si sta proponendo come mediatore tra Iran e Stati Uniti, anche perché è uno dei pochissimi paesi ad avere rapporti con entrambi

Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, parla con Donald Trump durante il Forum di Davos, lo scorso 22 gennaio in Svizzera
Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, parla con Donald Trump durante il Forum di Davos, lo scorso 22 gennaio in Svizzera (AP Photo/Evan Vucci)
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Il Pakistan è, insieme alla Turchia, uno dei paesi più coinvolti negli sforzi per mediare tra Iran e Stati Uniti. Ha fatto da tramite per far arrivare all’Iran una proposta statunitense per la fine della guerra e in questi giorni si è proposto per ospitare gli eventuali negoziati.

Questo ruolo dipende da un lato dall’impegno del governo pakistano, che ha attivato la sua diplomazia fin dall’inizio della guerra, e dall’altro dai legami che il paese ha sia con l’Iran sia con gli Stati Uniti, in un momento in cui quasi nessun altro paese può vantarne di paragonabili con entrambi. I primi sono storici, i secondi sono stati rinsaldati più di recente.

– Leggi anche: Cosa sappiamo di questi presunti negoziati tra Stati Uniti e Iran

Il Pakistan viene visto come un mediatore neutrale dal regime iraniano perché non ospita basi militari statunitensi, a differenza dei paesi del Golfo, che sono coinvolti nel conflitto perché l’Iran li bombarda dall’inizio della guerra. Il Pakistan si è tenuto fuori, nonostante abbia dall’anno scorso un accordo di difesa reciproca con l’Arabia Saudita.

Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, durante un discorso trasmesso dalla tv, il 9 marzo

Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, durante un discorso trasmesso in televisione, il 9 marzo (EPA/SHAHZAIB AKBER)

Inoltre il Pakistan ha fatto storicamente da intermediario, per l’Iran. Per esempio, ospita nella sua ambasciata di Washington la delegazione diplomatica iraniana negli Stati Uniti, da quando nel 1979 le relazioni diplomatiche tra Iran e Stati Uniti furono interrotte come conseguenza della rivoluzione islamica e della cacciata dello scià.

Al tempo stesso, il governo pakistano ha coltivato rapporti con Trump nel modo che funziona di più: con un approccio diretto e transazionale.

Subito dopo un incontro tra Trump e Asim Munir, il maresciallo che è l’uomo più potente del Pakistan, il Pakistan ha aderito al Consiglio di pace per la Striscia di Gaza promosso dagli Stati Uniti con l’obiettivo esplicito di ingraziarseli. A gennaio il Pakistan ha firmato un accordo con un’azienda legata a quella di criptovalute della famiglia Trump, per valutare di adottare una sua stablecoin (un particolare tipo di criptovaluta il cui valore è legato a quello di altre attività finanziarie, come il dollaro o l’oro).

La ressa a un distributore di benzina di Lahore, in Pakistan, il 6 marzo

La ressa a un distributore di benzina di Lahore, in Pakistan, il 6 marzo (AP Photo/K.M. Chaudary)

Infine, c’è l’attivismo. Nell’ultimo mese il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il suo ministro degli Esteri, Ishaq Dar, hanno fatto una trentina di chiamate con paesi del Medio Oriente, nel tentativo di trovare una soluzione diplomatica al conflitto.

– Leggi anche: L’Iran chiede un pedaggio alle navi che vogliono passare dallo stretto di Hormuz

La fine della guerra è negli interessi del Pakistan, che anche per questo si sta impegnando parecchio, oltreché per ritagliarsi un ruolo diplomatico internazionale che non ha da decenni. Guidare la mediazione sarebbe un risultato eccezionale per un paese con un conflitto attivo con i talebani in Afghanistan, e che meno di un anno fa si è scontrato con l’India, che per questa stessa ragione è indispettita dal suo protagonismo.

Il Pakistan è il secondo paese per popolazione sciita dopo l’Iran: si tratta di circa il 15 per cento di una popolazione di 251 milioni di abitanti (il resto è invece sunnita). La guerra in Medio Oriente ha causato al Pakistan problemi sia di ordine pubblico, come le violente proteste contro l’attacco di Stati Uniti e Israele nei primi giorni di guerra, sia economici. Come altri paesi asiatici, ha risentito del blocco dello stretto di Hormuz, fondamentale per le esportazioni di petrolio e gas naturale, e ha dovuto prendere misure d’emergenza: ha chiuso le scuole per due settimane e ha aumentato il numero di dipendenti pubblici che lavoreranno da remoto.

Infine, la stabilità regionale è negli interessi del Pakistan, la cui regione del Belucistan confina con l’Iran, dove da decenni sono attivi gruppi armati che combattono per l’indipendenza e potrebbero approfittarsi della guerra. A gennaio del 2024 Iran e Pakistan si attaccarono a vicenda nelle zone di confine, per colpire le basi dei gruppi separatisti.