Daniela Santanchè si è dimessa
La ministra del Turismo ha resistito alle pressioni per più di tre anni, poi è intervenuta la presidente del Consiglio in modo plateale

Si è dimessa Daniela Santanchè, ministra del Turismo e una delle più importanti dirigenti di Fratelli d’Italia. Per più di tre anni aveva resistito alle molte pressioni di chi voleva, anche dentro il suo partito, che lasciasse l’incarico per via dei suoi molti problemi giudiziari: le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il suggerimento plateale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di seguirne l’esempio hanno però cambiato completamente la sua situazione nel giro di poche ore.
Nel comunicato con cui ha annunciato le dimissioni, Santanchè si rivolge direttamente alla presidente del Consiglio (comincia con «Cara Giorgia») e le dice di essersi dimessa solo ora perché voleva «che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta». Ha anche detto di aver aspettato a farlo fino a mercoledì (la richiesta di Meloni era di martedì) per sottolineare che le sue dimissioni sono separate «dai commenti sul referendum»: «non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me».
E ha aggiunto: «Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Del Mastro (cioè l’onorevole Delmastro, ndr) che pure paga un prezzo alto».
Fino a martedì Meloni non era mai stata così esplicita sulla possibilità che Santanchè si dimettesse, sebbene i vari casi giudiziari che la riguardano fossero iniziati appena dopo l’insediamento del governo, nel 2022. Santanchè era entrata in Fratelli d’Italia nel 2017, diventandone da subito una delle esponenti principali, sia grazie al presidente del Senato Ignazio La Russa, con cui aveva iniziato a fare politica, sia per le sue grandi disponibilità economiche. Santanchè ha infatti spesso finanziato le attività e le campagne elettorali di FdI.

Daniela Santanchè esce dal ministero del Turismo, 25 marzo 2026 (Valentina Stefanelli/LaPresse)
La decisione di far dimettere Delmastro, uno dei più stretti di collaboratori di Meloni, e la potente capa di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi – a causa di due vicende diverse che hanno messo il governo in grande imbarazzo proprio durante la campagna per il referendum sulla riforma della magistratura – ha però consentito a Meloni di prendere una posizione più netta dei confronti di Santanchè.
Lo ha fatto in modo tanto irrituale quanto aperto, dicendo di auspicare che un’«analoga scelta» fosse «condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè». Il linguaggio era istituzionale ma il messaggio era chiaro e piuttosto clamoroso, sia considerando com’era andata fin qui, sia perché è stato comunicato pubblicamente.
Questa modalità inusuale va interpretata come un atto estremo di Meloni, dopo una giornata in cui secondo diversi retroscena giornalistici aveva già provato a spingere Santanchè alle dimissioni: su Repubblica Tommaso Ciriaco ha scritto che Meloni avrebbe fatto intercedere persino il presidente del Senato Ignazio La Russa, molto amico di Santanchè, senza ottenere nulla. Anzi, martedì poco prima delle 20 Santanchè ha fatto uscire una nota per i giornalisti dal suo ministero, in cui diceva che il giorno dopo sarebbe stata regolarmente al lavoro: un messaggio di per sé inutile, che serviva solo come presa di posizione nei confronti della presidente del Consiglio.
Così, poco dopo è uscita anche la nota di Meloni con la richiesta di dimissioni, evidentemente una reazione all’ostilità della ministra.

Daniela Santanchè e Ignazio La Russa, 25 novembre 2024 (Marco Ottico/Lapresse)
I guai giudiziari di Santanchè erano cominciati poco dopo l’insediamento del governo Meloni, quando era stata resa nota l’indagine che riguardava la società che aveva fondato e diretto per anni, la Visibilia Editore, per cui la procura di Milano chiese poi la procedura giudiziale, certificandone il fallimento. Molti avevano chiesto da subito che lasciasse l’incarico, ma Meloni si era limitata a dire che spettava a Santanchè valutare se e quanto le sue vicende giudiziarie le consentissero di esercitare al meglio la propria funzione.
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Attualmente Santanchè è a processo per la vicenda di Visibilia, in cui è imputata insieme ad altri per falso in bilancio. La procura ha chiesto il rinvio a giudizio anche per un altro procedimento che riguarda Visibilia, quello per truffa aggravata ai danni dell’INPS (l’istituto nazionale di previdenza sociale): secondo l’accusa, Visibilia chiese la cassa integrazione in deroga durante la pandemia di Covid (la cosiddetta “cassa Covid”) per 13 dipendenti che, contrariamente a quanto dichiarato, non erano in cassa a zero ore (cioè senza lavorare) ma lavoravano in smart working.
Santanchè è poi indagata per il fallimento di Bioera, la società di prodotti alimentari biologici di cui fino al 2021 è stata presidente, e per bancarotta fraudolenta per il fallimento della società Ki Group. Nel comunicato sulle dimissioni ha comunque specificato: «Mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato».
Per difendersi da chi nel suo partito le chiedeva di lasciare l’incarico, Santanchè un anno fa aveva risposto citando proprio Delmastro, che era stato rinviato a giudizio – e che poi fu condannato a otto mesi, con pena sospesa – per rivelazione di segreto d’ufficio per la vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito. Santanchè disse: «Volete le dimissioni di Santanchè perché è stata rinviata a giudizio? Benissimo. Ma al governo c’è già chi ha un rinvio a giudizio, e cioè Delmastro. Si dimette anche lui?».
Delmastro si è infine dimesso martedì sera dopo che un giornalista investigativo, Alberto Nerazzini, ha scoperto che fino a poco tempo fa possedeva un ristorante a Roma insieme alla figlia di un uomo condannato in via definitiva per reati di mafia. La vicenda, raccontata sul Fatto Quotidiano, ha suscitato moltissime polemiche proprio a ridosso del voto del 22 e del 23 marzo, da cui il governo è uscito sconfitto. Nei giorni precedenti le polemiche avevano coinvolto anche Bartolozzi, che durante una trasmissione aveva parlato dei magistrati come di «plotoni di esecuzione», senza poi ritrattare le sue dichiarazioni.
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