Il voto al referendum ha rimescolato un po’ tutto
Ci sono stati comportamenti imprevedibili sia a destra che a sinistra, e questo genera incertezza in vista delle elezioni del 2027

L’esito del referendum sulla riforma della magistratura ha colto di sorpresa un po’ tutti i partiti politici, sia di centrodestra sia di centrosinistra, contraddicendo peraltro anche molti dei calcoli e delle previsioni fatte dai principali sondaggisti nei giorni precedenti al voto. L’alta affluenza – ha votato il 58,9 per cento degli elettori residenti in Italia – era considerata un dato che avrebbe premiato il fronte del Sì, dunque del governo: e invece proprio la grande partecipazione al voto, ben più consistente rispetto a quella stimata nei pronostici, è stato un elemento decisivo per la vittoria del No.
Questo perché contro la riforma è andato a votare un elettorato piuttosto composito, non solo di centrosinistra, non solo vicino ai partiti progressisti che fanno parte del cosiddetto “campo largo”, e che nel recente passato aveva votato di rado. Al tempo stesso, una parte non irrilevante degli elettori che alle ultime tornate elettorali aveva votato per il centrodestra – probabilmente quasi due milioni – ha disatteso le indicazioni dei partiti di riferimento, decidendo di astenersi o di votare No.
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Quest’ultimo è forse il dato apparentemente più sorprendente. Ci si aspettava infatti una consistente defezione dell’elettorato progressista, specie nell’area moderata e riformista che non apprezza molto la linea di Elly Schlein e Giuseppe Conte – i leader del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle – anche perché vari esponenti di questo ambiente culturale e politico avevano deciso di votare Sì. E invece gli elettori progressisti hanno seguito in modo abbastanza fedele la linea indicata dai leader dei partiti di riferimento, nonostante la diserzione di pezzi di apparato di sinistra abbia avuto molta visibilità (perfino Giorgia Meloni ne ha pubblicizzato le iniziative), e nonostante alcuni partiti di centrosinistra (Italia Viva di Matteo Renzi, e +Europa di Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova) abbiano tenuto atteggiamenti ambigui nei confronti della riforma della magistratura.
Secondo Youtrend, l’85 per cento di chi vota per i principali partiti di centrosinistra ha votato per il No, il 10 per cento si è astenuto, e solo il 5 ha votato per il Sì.
Secondo l’instant poll Youtrend per @skytg24, il No prevale con l’85% tra gli elettori dei partiti che lo sostenevano, mentre il Sì ha preso il 78% tra chi vota i partiti a favore della riforma. pic.twitter.com/f2k2GiPhvm
— Youtrend (@you_trend) March 23, 2026
A destra invece è successo il contrario. C’è stata una notevole disciplina degli apparati di partito, ma una scarsa compattezza dell’elettorato. Più del 10 per cento di chi dichiara di sostenere i partiti di governo ha infatti votato No, e una parte di quegli stessi elettori, che varia tra l’11 e il 15 per cento a seconda delle prime rilevazioni degli istituti specializzati, si è astenuta.
Alla base di questa diserzione possono esserci varie cause: una generale insoddisfazione o una certa delusione per le politiche del governo; il riflesso delle paure che anche tra l’elettorato conservatore genera il presidente statunitense Donald Trump, rispetto al quale Meloni viene percepita troppo accondiscendente; il malcontento per gli effetti della guerra sul prezzo dell’energia e dei carburanti. Del resto, quando si vota per un referendum confermativo, il governo che propone la riforma si espone a un rischio significativo: offre a tutti quelli che hanno un motivo di risentimento, qualunque sia, di dimostrarlo in modo netto e semplice, e cioè votando No.
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In questo senso, più nel complesso, sembra aver avuto un ruolo anche la ricorrente volontà di una larga fetta di elettorato italiano – specie quello concentrato al Centrosud e nelle città medio-piccole – di utilizzare il proprio voto come mezzo di protesta generalizzata e magari indistinta: da ormai 15 anni, dalla fine del bipolarismo netto tra centrodestra berlusconiano e centrosinistra, ciclicamente c’è un consistente numero di persone che, in modo apparentemente incoerente, sostiene con grande entusiasmo il leader che sembra essere il più autorevole, simpatico o carismatico (Matteo Renzi prima, Luigi Di Maio poi, quindi Matteo Salvini e infine Meloni), ma con altrettanta nettezza decide poi di punirlo quando le cose per quel leader si mettono male.
Meloni in questi tre anni di governo ha goduto di un consenso tutto sommato straordinariamente stabile e consistente, in rapporto agli andamenti elettorali degli ultimi tempi in Italia: e forse il voto di ieri è un primo segnale di un malcontento trasversale nei suoi riguardi.
C’è però almeno un altro elemento da considerare. La destra italiana, specie quella postfascista da cui deriva Fratelli d’Italia, il partito di Meloni, è stata storicamente una destra molto giustizialista: sempre a sostegno dei magistrati, sempre affezionata a una certa idea di legge e ordine, sempre disposta a esaltare l’operato dei pubblici ministeri che indagano contro i politici.
Non a caso, durante la campagna referendaria Fratelli d’Italia ha favorito l’esposizione mediatica di Antonio Di Pietro: il magistrato molisano che nell’immaginario collettivo è ancora un simbolo di Mani Pulite, l’indagine sulla corruzione trasversale nella politica italiana che tra il 1992 e il 1994 portò al collasso del sistema di potere e dei partiti che era durato per quasi cinquant’anni. All’epoca l’elettorato dell’estrema destra sostenne e celebrò Di Pietro quasi come un eroe, e del resto lo stesso Di Pietro era stato un elettore del Movimento Sociale Italiano, il partito progenitore di Fratelli d’Italia.
Questo però ha generato un certo sconcerto tra gli elettori (e anche tra qualche dirigente) di Forza Italia. Di Pietro incarna più di tutti, infatti, le ventennali battaglie dell’antiberlusconismo, cioè di coloro che muovevano le critiche più dure a Silvio Berlusconi proprio in un contesto di estrema conflittualità tra l’ex presidente del Consiglio e la magistratura. Insomma, è un po’ come se le incoerenze di questo centrodestra sulla giustizia si siano scaricate in questa campagna referendaria: l’elettorato potrebbe esserne rimasto disorientato.
Le incoerenze peraltro si sono mostrate in maniera evidente intorno alla figura di Carlo Nordio, il ministro della Giustizia che è ex magistrato garantista e ora espressione di un partito giustizialista.

I leader del centrosinistra (Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein) e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri festeggiano la vittoria del No a piazza Barberini (Riccardo Anitmiani/Ansa)
D’altro canto, anche la vittoria del No pone delle domande a chi la rivendica, e cioè ai leader del centrosinistra. Per il No hanno votato infatti 14,4 milioni di elettori: sono voti che il centrosinistra tradizionale non ha, se lo si intende come l’insieme dei partiti di quel fronte progressista denominato “campo largo”, e che non ha mai avuto negli ultimi anni. Alle politiche del 2022, in un contesto di enorme divisione nel centrosinistra, gli elettori furono 11,6 milioni circa, a cui bisognerebbe poi aggiungere una parte degli oltre 2 milioni di elettori del Terzo polo (l’alleanza tra i partiti di Renzi e Carlo Calenda). Alle europee i voti per i partiti progressisti nel complesso furono poco più di 10 milioni (con oltre mezzo milione, poi, sperso tra i vari movimenti di sinistra radicale che ebbero scarso successo).
Ai referendum sul lavoro del giugno del 2025, quelli promossi dalla CGIL, andarono a votare 14 milioni di persone: oltre 12 espressero un voto in linea col sindacato di sinistra, sostenuto anche dal PD di Schlein e dal M5S di Conte (tranne in quello sulla cittadinanza, dove i voti a favore furono 9 milioni). Il voto per il No, dunque, riflette nel complesso la portata di quella mobilitazione, ma stavolta con ancora maggiore partecipazione e maggiore compattezza.
🗳 #Referendum, stima Opinio per Rai: No al 61,1% tra chi ha meno di 34 anni e Si al 50,7% tra chi ha più di 55 anni. #MaratonaYoutrend pic.twitter.com/HgFoBLajQW
— Youtrend (@you_trend) March 23, 2026
È un po’ come se un fronte composito di orientamento progressista abbia risposto a un richiamo a difesa della Costituzione così com’è, e dell’equilibrio dei poteri così com’è, fondato sui valori più tradizionali della sinistra. Si sa che l’esito è stato spinto da un elettorato giovane – il No ha vinto con ampio margine tra le persone tra i 18 e i 40 anni – e concentrato tra gli elettori del Centro e del Sud, quelli più istruiti, tendenzialmente benestanti e residenti nelle grandi città. Secondo le prime analisi, questa mobilitazione potrebbe aver portato circa 4 milioni di voti in più a favore del No rispetto alle attese, rendendo dunque inutile il pur ottimo risultato del Sì in termini di voti assoluti (12,4 milioni, in linea coi voti che il centrodestra aveva ottenuto alle politiche del 2022).
Si sono insomma sommati vari fattori. Il primo è una grande mobilitazione di un fronte costituzionale, con radicamenti nella sinistra che non necessariamente vota per il “campo largo”: un elemento che ha inciso, secondo alcune approssimative stime condivise anche dai dirigenti del PD, per circa 2-3 punti percentuali. Il secondo è un certo disorientamento dell’elettorato di centrodestra, e della destra radicale, sui temi della giustizia. E poi un diffuso, trasversale malcontento nei confronti del governo rispetto al contesto economico e internazionale di questi mesi.
È un rimescolamento abbastanza caotico dell’elettorato, ed è difficile dire quanto sia il segnale di un cambio strutturale degli orientamenti di voto. Tutto ciò rende piuttosto azzardato proiettare in modo automatico l’esito del referendum e gli equilibri che ne sono emersi sulle prossime elezioni politiche, previste nel 2027.



