Il No ha vinto al referendum costituzionale sulla giustizia

Con circa il 53 per cento dei voti e un'affluenza di molto superiore al previsto

I festeggiamenti in piazza Barberini per la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia, Roma, 23 marzo 2026 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
I festeggiamenti in piazza Barberini per la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia, Roma, 23 marzo 2026 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
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Al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ha vinto il No con circa il 54 per cento, mentre il Sì ha ottenuto più o meno il 46 per cento. La riforma della magistratura promossa dal governo di Giorgia Meloni non è quindi stata confermata dalla maggioranza degli elettori e non sarà attuata.

Tutti i principali esponenti del centrodestra, tra cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, hanno reagito più o meno nello stesso modo: cioè dicendo che non interpretano la vittoria del No come una sconfitta politica, e che il governo rimarrà in carica. Il centrosinistra invece ha fatto il contrario: ha rivendicato il risultato come una vittoria delle opposizioni, e qualche esponente ha suggerito implicitamente a Giorgia Meloni di dimettersi. «La vittoria del No è un avviso di sfratto», ha detto per esempio il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.

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Gli scrutini si sono conclusi in quasi tutte le sezioni. Mancano da conteggiare soltanto quelle all’estero, dove l’affluenza è stata piuttosto bassa: poco più del 27 per cento, secondo i dati parziali. Il dato sull’affluenza generale è invece di circa il 56 per cento. Un dato superiore alle aspettative, visto che nessuno dei principali istituti di sondaggi nelle settimane prima del voto aveva ipotizzato una partecipazione così alta.

È un’affluenza più alta anche di quella registrata in occasione degli altri referendum costituzionali in cui si votava su due giorni: quello del 2020 per la riduzione del numero dei parlamentari, in cui votò il 51,2 per cento degli elettori, e quello del 2006 sulla cosiddetta “devolution”  in cui votò il 52,6 per cento. È invece più bassa rispetto a quella del referendum del 2016 per l’abolizione del bicameralismo perfetto, in cui aveva votato il 65,47 per cento (ma si votava un giorno solo).

Le regioni con maggiore affluenza sono state l’Emilia-Romagna, la Toscana e l’Umbria. Quelle dove si è votato di meno invece sono state la Sicilia, la Calabria e la Campania.

Il No, sostenuto dai partiti di centrosinistra, ha ottenuto la maggioranza in 15 regioni su 20. Il Sì ha vinto in alcune regioni del Nord e del Nord Est, cioè la Lombardia, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, dove il centrodestra è tradizionalmente sostenuto dalla maggioranza degli elettori. Il Veneto è stata la regione dove il Sì ha vinto con la maggioranza più alta e con la differenza più ampia rispetto al No.

Il No, invece, ha vinto in tutte e sei le regioni attualmente governate da giunte di centrosinistra, cioè la Toscana, l’Emilia-Romagna, l’Umbria, la Campania, la Puglia e la Sardegna. Ma ha prevalso anche in molte regioni amministrate dal centrodestra.

L’unica fascia d’età in cui ha vinto il Sì è quella delle persone tra i 50 e i 64 anni, in cui ha ottenuto il 53 per cento. Il No invece ha vinto in tutte le altre, soprattutto in quella dai 35 ai 49 anni: in questo segmento ha ottenuto il 60 per cento.

È ancora presto per fare analisi dettagliate sul significato di questo voto, ma è probabile che a questo giro si sia mobilitata anche tutta una parte di elettorato a sinistra del PD che normalmente non vota per il centrosinistra, che quindi dovrà domandarsi come portare a votare quelle persone anche alle prossime elezioni politiche.

La riforma della giustizia prevedeva la separazione delle carriere dei magistrati cosiddetti inquirenti, cioè i pubblici ministeri (pm), e quelli giudicanti, cioè i giudici. Proponeva anche di sdoppiare l’attuale consiglio superiore della Magistratura (Csm), cioè l’organo che decide sulle carriere dei magistrati, in due diversi consigli, uno competente per i giudici e uno per i pm. La riforma infine prevedeva di creare un nuovo organo, chiamato Alta corte disciplinare, che avrebbe deciso le sanzioni da applicare ai magistrati al posto del Csm.