Breve guida al referendum sulla giustizia

Per chi arriva solo ora, o per chi ha bisogno solo di un ultimo ripasso in vista del voto di domenica e lunedì

Un uomo davanti a manifesti elettorali per il referendum (AP/Luca Bruno)
Un uomo davanti a manifesti elettorali per il referendum (AP/Luca Bruno)
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Domenica e lunedì si vota per il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura. I seggi hanno aperto alle 7 di domenica e restano aperti fino alle 23; lunedì invece chiudono alle 15. Da quel momento inizierà lo scrutinio delle schede per determinare il risultato. Non c’è bisogno di quorum, cioè non sarà necessario che vada a votare più della metà degli aventi diritto: la riforma sarà per forza approvata o respinta in base a quale delle due opzioni – il Sì o il No – otterrà la maggioranza dei voti.

Lunedì il Post seguirà le notizie sui risultati con un liveblog e con una diretta video dalle 14. Qui intanto una breve guida per arrivare preparati al voto.

Cosa si vota
Si vota per confermare la riforma della magistratura proposta dal governo di Giorgia Meloni e approvata dal parlamento, che prevede di cambiare il testo della Costituzione nelle parti che riguardano la magistratura. Al seggio vi sarà data una scheda verde con il seguente quesito:

«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104,105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?»

Il quesito è piuttosto astruso se non si conoscono gli articoli della Costituzione che cita, ma per quel che riguarda la scheda basta sapere che si può scegliere due opzioni: Sì, se si vuole votare per far passare la riforma; No, se invece non si vuole che la riforma entri in vigore.

Cosa cambia se passa la riforma
Se dovesse vincere il Sì la riforma entrerebbe in vigore, e cambierebbero molte cose per la magistratura. Innanzitutto sarebbe introdotta la cosiddetta separazione delle carriere, cioè concorsi di ammissione, percorsi professionali e regolamenti interni diversi tra i magistrati inquirenti e requirenti, cioè i pubblici ministeri (pm) che svolgono le indagini e sostengono l’accusa nei processi penali, e i magistrati giudicanti, cioè i giudici che emettono le sentenze.

Con due carriere separate verrebbe sdoppiato coerentemente il Consiglio superiore della magistratura (CSM), cioè l’organo di autogoverno dei magistrati che decide, per esempio, su trasferimenti, promozioni e sanzioni disciplinari dei magistrati. Oggi ne esiste uno solo: con la riforma ne verrebbero creati due, uno per i pubblici ministeri e un altro per i giudici.

Al CSM verrebbe tolta la competenza sui procedimenti disciplinari, che verrebbe assegnata a un organo di nuova creazione, l’Alta corte disciplinare. La riforma prevede anche che i membri del CSM, per due terzi magistrati e per un terzo giuristi, non siano più eletti come avviene ora ogni quattro anni, ma siano nominati tramite sorteggio.

È tutto spiegato meglio e più approfonditamente qui.

Il sorteggio è la questione più discussa
È una decisione molto radicale, dato che riguarda un organo previsto dalla Costituzione, ma chi sostiene la riforma ritiene che il sorteggio sia il metodo più semplice ed efficace per evitare le logiche delle cosiddette “correnti”, che stanno alla base del meccanismo di elezione attuale dei magistrati al CSM. Le correnti sono associazioni a cui i magistrati aderiscono per affinità di idee: una logica che dovrebbe favorire il confronto e il pluralismo, ma che di fatto si traduce da tempo in una “politicizzazione” dei magistrati, divisi in correnti che rispondono grosso modo a partiti o aree politiche di riferimento (destra, sinistra e centro).

Spesso le scelte sulle nomine e sulle promozioni avvengono infatti sulla base di spartizioni tra correnti: un certo numero a una, un certo numero all’altra, e così via, con pratiche dunque clientelari e corporative. Secondo chi promuove la riforma, l’assegnazione casuale delle nomine del CSM eliminerebbe questo sistema di scambio.

Chi è contrario dice che questa modalità ignorerebbe del tutto la meritocrazia e l’esigenza di rappresentanza dei magistrati. Un altro aspetto molto sottolineato da chi è contrario alla riforma è che per ora si sa poco di come dovrebbe funzionare questo sorteggio.

Per approfondire la questione c’è questo articolo.

Voteremo una riforma che in gran parte non conosciamo
Non sappiamo ancora molte cose di come funzionerebbe nella pratica la riforma, qualora passasse. Le modalità precise saranno decise dalle norme attuative a cui dovranno lavorare il governo e il parlamento se la riforma verrà approvata col referendum. È un aspetto che i sostenitori del No al referendum ritengono particolarmente critico, perché di fatto si voterà su una riforma di cui non si conoscono aspetti anche dirimenti.

In parte è normale, per una riforma costituzionale: il testo in questi casi definisce le modifiche generali da fare alla Costituzione, ma poi deve occuparsi il parlamento di definire i dettagli per metterla in pratica (e infatti c’è anche chi critica che questa sia la modalità migliore per far passare una riforma costituzionale). In ogni caso, la parte con più incognite è proprio quella del sorteggio.

Il testo non dice con quale metodo o strumento avverrebbe l’estrazione (per esempio se con un software o in altro modo), né quali caratteristiche dovrebbero avere i candidati, e quindi quanto grandi sarebbero i gruppi di persone tra cui sorteggiare. Altre incognite riguardano la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri prevista dalla riforma. Non è definito a che punto del loro percorso professionale i magistrati dovrebbero fare questa scelta: potrebbero esserci due concorsi distinti per le due funzioni, oppure uno unico prima della divisione definitiva.

Ci sono dubbi anche sull’Alta corte disciplinare, il nuovo organo che assumerebbe il potere disciplinare che oggi detiene il Csm, cioè stabilire le sanzioni disciplinari dei magistrati. Non si sa nemmeno come si applicherà concretamente l’azione disciplinare (per esempio chi potrà avviarla o con che regole e in che tempi si dovrà svolgere).

Le norme attuative dovranno essere approvate entro un anno dall’eventuale entrata in vigore della riforma, che tipicamente avviene entro un mese e mezzo circa dal voto che l’ha confermata.

Com’è andata la campagna referendaria
Come spesso avviene in questi casi si è parlato solo in parte del contenuto della riforma, e ci sono state diverse mistificazioni da entrambi gli schieramenti. I partiti al governo, che da promotori della riforma erano schierati per il Sì, hanno insistito molto nel pubblicizzare casi di cronaca in cui i giudici prendono decisioni impopolari, sostenendo che votare Sì limiterebbe queste occasioni: in realtà il referendum c’entra ben poco con il tipo di sentenze emesse dai giudici, siano esse realmente criticabili o meno. Ci sono poi state dichiarazioni molto sguaiate contro la magistratura da parte della capa di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, e da parte dello stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Nella retorica di chi invece è contrario alla riforma e propone di votare No, cioè gran parte dell’opposizione, sono entrati argomenti che non sono materia di riforma: è stato spesso detto, per esempio, che i pubblici ministeri finirebbero sottoposti al controllo della politica, mentre la magistratura dovrebbe restare indipendente dal potere politico. È una cosa che la riforma non prevede, anche se alcune dichiarazioni di importanti membri del governo hanno suggerito che qualcuno di loro lo riterrebbe ragionevole.

– Ascolta Wilson speciale referendum: Il governo controllerà i pm?

A complicare tutto è arrivata la guerra in Medio Oriente, che ha distratto l’opinione pubblica dalla campagna referendaria, sia per la preoccupazione su quanto sta succedendo nei paesi interessati sia per le conseguenze sull’economia che si stanno già facendo sentire, come l’aumento del prezzo dei carburanti. È stato un ostacolo notevole soprattutto per i partiti al governo e per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è dovuta spendere personalmente per cercare di orientare il dibattito su questo e per convincere le persone ad andare a votare Sì in un momento in cui le dinamiche della magistratura non sono certo tra le priorità degli italiani.

Chi ha fatto la campagna referendaria: i comitati
Sono stati istituiti apposta per organizzare e coordinare la campagna referendaria. I partiti di opposizione hanno aderito a un unico grande comitato, chiamato “Società civile per il NO al referendum costituzionale”, dando un’apparente immagine di compattezza. Questo è il comitato certamente più rilevante sul piano politico, ma quello più attivo e più spesso al centro delle polemiche della campagna referendaria è il comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Associazione nazionale magistrati (ANM), il principale organo di rappresentanza dei magistrati, cioè una sorta di sindacato. A fare campagna per il Sì c’erano invece nove comitati, tra cui alcuni promossi anche dal centrosinistra.

Come votano i fuorisede
Il governo non ha previsto che i fuorisede possano votare nella città dove vivono. Per evitare che siano costretti a lunghi e costosi viaggi per votare nel comune dove hanno la residenza, alcuni partiti hanno riservato loro i posti come rappresentanti di lista ai seggi, ruolo che permette di votare nel seggio a cui si è assegnati, anche se diverso da quello di residenza. Era uno stratagemma che si poteva tentare fino allo scorso giovedì: è tardi per muoversi ora. Le persone italiane che vivono all’estero, e che sono iscritte all’AIRE, hanno invece già votato per corrispondenza (con alcuni problemi per le elettrici).

– Leggi anche: Glossario minimo per arrivare preparati al referendum sulla giustizia