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  • Sabato 21 marzo 2026

Ma quindi davvero Trump vuole «rallentare» la guerra?

L'ha detto, ma tra moltissime contraddizioni, e mentre le cose sul campo vanno dalla parte opposta

Donald Trump parla coi giornalisti alla Casa Bianca, 20 marzo 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Donald Trump parla coi giornalisti alla Casa Bianca, 20 marzo 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nelle ultime ore ha fatto varie dichiarazioni molto contraddittorie sulla guerra in Medio Oriente. Dapprima venerdì, parlando con i giornalisti, ha detto di non voler negoziare un cessate il fuoco con l’Iran, perché «non fai un cessate il fuoco quando stai letteralmente annientando la parte avversa», alludendo a una vittoria schiacciante degli Stati Uniti e al fatto che la guerra continuerà.

Poco dopo però ha postato sul social Truth, e ha detto: «Ci stiamo avvicinando molto al raggiungimento dei nostri obiettivi, e stiamo considerando di rallentare i nostri grandi sforzi militari in Medio Oriente». Le due dichiarazioni sembrano in contraddizione tra loro, e mostrano il momento di difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti.

Su Truth, Trump ha scritto che sarebbe pronto a rallentare le operazioni belliche perché gli Stati Uniti avrebbero raggiunto gli obiettivi di: annientare le capacità militari iraniane; mettersi nella posizione di «reagire velocemente e con forza» nell’eventualità in cui l’Iran dovesse ricostituire il proprio programma nucleare; e difendere i propri alleati nella regione (i paesi arabi del Golfo).

In realtà non sono obiettivi del tutto raggiunti: le capacità militari iraniane sono state indebolite notevolmente, ma l’Iran continua a lanciare droni e missili contro gli alleati statunitensi. Sabato ha anche attaccato una base militare nell’oceano indiano, dimostrando di avere missili di gittata molto più ampia di quanto ritenuto inizialmente.

Soprattutto, i nuovi obiettivi elencati da Trump sono molto più modesti di quelli di cui aveva parlato nelle ultime settimane. Per esempio, non ha citato il regime change, cioè l’obiettivo di sostituire il regime iraniano con uno più amichevole. E nemmeno ha parlato di una completa distruzione del programma nucleare iraniano, come aveva fatto in precedenza.

Trump si è anche sfilato dalla responsabilità di garantire il libero passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz, dicendo sostanzialmente che è un problema dei paesi che lo usano (principalmente quelli europei e asiatici) .«Se ce lo chiedono, aiuteremo questi paesi nello stretto di Hormuz, ma non dovrebbe essere necessario una volta sradicata la minaccia dell’Iran», ha scritto.

Molti analisti ritengono che Trump stia cercando di ridimensionare le aspettative su quello che vorrebbe dire una vittoria statunitense, per sfilarsi dalla guerra senza farla sembrare un fallimento ora che l’Iran ha dimostrato di avere i mezzi per resistere agli attacchi e per mettere molta pressione sull’economia globale. Si parla da giorni del fatto che l’amministrazione statunitense si sia impantanata in una guerra che aveva molto probabilmente sottovalutato.

Probabilmente Trump sta anche testando le reazioni (dell’opinione pubblica statunitense, ma anche dell’Iran) alle sue dichiarazioni. È una tecnica che usa frequentemente: dire molte cose anche in contraddizione, e valutare quella che riceve un’accoglienza migliore o più conveniente per lui.

I funerali del portavoce dei Guardiani della rivoluzione Ali Mohammad Naeini, l’ultimo rilevante esponente del regime iraniano ucciso da Israele, Teheran, Iran, 21 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Ma quindi vuol dire che davvero il ritmo delle operazioni militari rallenterà, o addirittura che la guerra sta finendo? In realtà quello che sta succedendo sul campo sembra dire il contrario.

Da qualche giorno i giornali americani scrivono che gli Stati Uniti stanno inviando nella regione unità e mezzi militari specializzati in sbarchi: tra i 2.200 e i 2.500 marines, che si aggiungono ai 2.500 inviati la settimana scorsa, e due navi d’assalto anfibio, la USS Boxer e la USS Tripoli. Non è chiaro a che scopo.

Israele inoltre ha obiettivi molto diversi rispetto agli Stati Uniti, e tutto l’interesse a proseguire i bombardamenti fin quando non avrà annientato il regime iraniano e il suo principale alleato, il gruppo politico e militare libanese Hezbollah. Sabato mattina il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha detto che nella prossima settimana i bombardamenti di Stati Uniti e Israele «aumenteranno significativamente», anziché rallentare.

Non è poi chiaro cosa voglia fare l’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto che il suo paese non vuole un cessate il fuoco, ma una «completa, integrale e duratura fine della guerra». È un altro segnale del fatto che in questo momento il regime si sente forte.