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  • Venerdì 20 marzo 2026

Netanyahu sta ottenendo quello che voleva

Il primo ministro israeliano è l'unico che al momento vanta delle vittorie nella guerra in Medio Oriente, ma non è chiaro quanto dureranno

Benjamin Netanyahu e Donald Trump, ottobre 2025 (Chip Somodevilla/Getty Images)
Benjamin Netanyahu e Donald Trump, ottobre 2025 (Chip Somodevilla/Getty Images)
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Il leader più vicino a ottenere una vittoria nella guerra in Medio Oriente è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: sta realizzando buona parte dei propri obiettivi in Iran e sta mettendo assieme quelli che, dal suo punto di vista, sono importanti successi. Netanyahu sostiene che la guerra metterà Israele al sicuro ed è probabilmente convinto che aiuterà la sua carriera politica, in difficoltà. I rischi sul lungo termine per Israele però sono tanti.

Il primo successo di Netanyahu è stato aver convinto il presidente statunitense Donald Trump ad attaccare l’Iran. Netanyahu è al potere a fasi alterne da trent’anni (il suo primo periodo da primo ministro cominciò nel 1996) e da allora ha sempre considerato l’Iran come la più grave e pressante minaccia per la sicurezza di Israele. Per due ragioni: il fatto che l’Iran sostiene e finanzia gruppi anti israeliani in tutto il Medio Oriente, come Hamas e Hezbollah, e il fatto che abbia un programma nucleare che potrebbe portarlo ad avere una bomba atomica (che ha anche Israele).

Le minacce sono entrambe reali, ma Netanyahu le ha molto spesso esagerate: più volte negli ultimi decenni ha sostenuto che l’Iran fosse vicinissimo a ottenere l’atomica, anche quando palesemente non era vero (non lo è tuttora). Queste esagerazioni servivano principalmente a uno scopo: convincere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran al fianco di Israele.

Nel settembre del 2012, in un celebre discorso all'Assemblea generale dell'ONU, Netanyahu disse che l'Iran era vicinissimo a ottenere la bomba atomica (AP Photo/Richard Drew, File)

Nel settembre del 2012, in un celebre discorso all’Assemblea generale dell’ONU, Netanyahu disse che l’Iran era vicinissimo a ottenere la bomba atomica (AP Photo/Richard Drew, File)

Netanyahu ha provato a convincere un presidente statunitense dopo l’altro, a lungo senza successo. In alcuni casi le insistenze di Netanyahu furono così intense da incrinare i rapporti, come avvenne con Barack Obama (in carica tra il 2009 e il 2017).

Con Trump invece le cose sono andate diversamente: Netanyahu «ha impiegato tutti i suoi sforzi per convincere un pubblico composto da una sola persona, il presidente Trump», ha detto al Wall Street Journal Aviv Bushinsky, ex consigliere del primo ministro.

Netanyahu ha convinto Trump ad attaccare l’Iran ben due volte: prima a giugno del 2025, nella guerra dei 12 giorni, quando Israele e Stati Uniti hanno colpito le infrastrutture nucleari iraniane, e poi nella guerra attuale. In queste settimane, inoltre, israeliani e statunitensi operano a livello militare come dei partner di pari livello, con grande coordinamento: si dividono gli obiettivi e le zone da colpire.

Il fatto che per Netanyahu sia stato un gran successo anche solo aver iniziato la guerra si capisce dalle sue parole. Nella prima conferenza stampa dopo l’inizio dei bombardamenti ha detto: «Lo possiamo già dire con certezza: questo non è più lo stesso Iran, questo non è più lo stesso Medio Oriente, e questo non è più lo stesso Israele».

Nei giorni successivi, Netanyahu ha continuato a descrivere la guerra come una trasformazione epocale, che garantirà la sicurezza di Israele a lungo termine e cambierà le sorti del paese: «Una campagna fatidica per la nostra stessa esistenza», l’ha definita. Eyal Zamir, il capo di stato maggiore dell’esercito, ha parlato di «un’operazione per assicurare la nostra esistenza e il nostro futuro».

Con questo obiettivo in mente, Israele sta colpendo l’Iran con la massima potenza disponibile: nelle prime ore della guerra ha ucciso la Guida suprema Ali Khamenei, e nei giorni successivi ha sistematicamente attaccato la leadership iraniana: martedì ha ucciso Ali Larijani, uno dei politici più importanti del paese. Persino Donald Trump si è stupito del fatto che i dirigenti iraniani individuati dagli Stati Uniti come possibili interlocutori per negoziati di pace erano stati tutti uccisi da Israele.

L’obiettivo principale di Netanyahu è abbattere il regime iraniano. Se però questo non gli riuscisse, intende indebolire il più possibile non soltanto il regime, ma l’intero Iran.

In questo, gli obiettivi di Trump e Netanyahu divergono. Trump vuole una guerra per quanto possibile rapida, che elimini le minacce immediate ma non sconvolga completamente la stabilità del Medio Oriente. Netanyahu invece vuole prolungare la guerra il più possibile, perché più andrà avanti più il regime sarà indebolito. Se questo porterà a una destabilizzazione generale dell’Iran per Netanyahu non sarà un problema, anzi: un Iran destabilizzato e frammentato sarebbe più facile da tenere a bada con la forza militare.

Per Netanyahu è inoltre una vittoria anche il fatto di avere creato un precedente. Se a Israele è stato consentito di attaccare l’Iran già due volte in pochi mesi, significa che potrebbe essercene una terza e una quarta qualora a giudizio del governo israeliano la minaccia iraniana dovesse ripresentarsi. Questo rispecchia la dottrina militare che Israele ha usato per decenni nella Striscia di Gaza, e che veniva descritta con il cinico eufemismo di “falciare il prato”: bombardare periodicamente tutte le volte che la minaccia ricresce.

Di nuovo all'Assemblea generale dell'ONU, settembre 2025 (AP Photo/Richard Drew)

Di nuovo all’Assemblea generale dell’ONU, settembre 2025 (AP Photo/Richard Drew)

Più in generale, Netanyahu vede nell’attacco contro l’Iran il culmine di quella che lui stesso ha definito la «Guerra di redenzione» cominciata il 7 ottobre del 2023, dopo il massacro di Hamas in territorio israeliano. L’idea è che dopo aver subìto il più grave attacco della sua storia, ora Israele voglia farla finita una volta per tutte con i suoi nemici.

È per questo che, oltre che in Iran, ha ripreso la guerra in Libano contro Hezbollah, la milizia sciita alleata del regime iraniano. Il generale Zamir descrive le operazioni in Libano con un tono simile a quello usato per l’Iran: l’obiettivo è disarmare completamente Hezbollah, cosa che «richiederà molto tempo». Anche in questo caso, Zamir sostiene che quella contro Hezbollah sia «la guerra della nostra generazione, una guerra importante e decisiva, che determinerà il nostro futuro e la nostra sicurezza per molti anni».

Un bombardamento a Teheran, 8 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Un bombardamento a Teheran, 8 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Questo tipo di retorica sembra funzionare all’interno di Israele. Le elezioni legislative sono previste per questo autunno e il Likud, il partito di Netanyahu, è di gran lunga il primo nei sondaggi. La coalizione di estrema destra non ha ancora abbastanza voti per ottenere la maggioranza in parlamento, ma ci si aspetta che Netanyahu farà una campagna elettorale energica con la guerra in Iran al centro.

L’opposizione è inoltre molto frammentata, e ostaggio della retorica di Netanyahu sull’Iran. Tutti i partiti israeliani (tranne quelli arabi, che sono una minoranza) sono favorevoli alla guerra, e anzi alcuni leader dell’opposizione hanno cercato di superare Netanyahu in durezza, proponendo attacchi ancora più violenti e temerari contro l’Iran.

Se dopo il 7 ottobre 2023 la carriera politica di Netanyahu sembrava finita, ora il primo ministro è tornato a dominare la politica israeliana.

Netanyahu e Trump, dicembre 2025 (AP Photo/Alex Brandon)

Netanyahu e Trump, dicembre 2025 (AP Photo/Alex Brandon)

Non è chiaro però quanto il trionfalismo di Netanyahu sia giustificato sul lungo periodo. A Gaza Hamas non è stato sconfitto, nonostante più di due anni di bombardamenti e attacchi feroci, e decine di migliaia di vittime civili. Difficilmente Hezbollah sarà completamente disarmato in Libano. E il regime iraniano, almeno per il momento, sembra lontano dal crollare.

Israele ha sicuramente indebolito i propri nemici, ma non ne ha sconfitto nessuno, e difficilmente riuscirà a garantirsi la pace duratura che Netanyahu promette.

Le azioni sempre più aggressive e brutali del governo di Netanyahu, inoltre, stanno danneggiando l’immagine del paese all’estero e potrebbero mettere in pericolo il sostegno che Israele riceve. Negli Stati Uniti per la prima volta le persone che hanno un’opinione negativa di Israele hanno superato quelle che ne hanno un’opinione positiva. Parte del movimento MAGA (Make America Great Again, il movimento estremista di Donald Trump) è apertamente contraria al sostegno che gli Stati Uniti danno a Israele, così come parte della sinistra statunitense. Alla lunga, quelle che Netanyahu definisce vittorie potrebbero ritorcersi contro di lui.