L’attacco all’impianto di gas in Qatar è un grosso guaio
Potrebbe avere conseguenze che si sentiranno per anni in tutto il mondo, e l'Italia è abbastanza esposta

L’attacco dell’Iran contro l’impianto di gas naturale di Ras Laffan, in Qatar, potrebbe avere effetti che dureranno anni e si sentiranno a livello mondiale. In questi giorni gli esperti di mercati energetici stanno usando termini molto forti per definire quanto sia grave la situazione: «scenario da Armageddon»; «crisi apocalittica»; «l’incubo peggiore». Sono reazioni un po’ esagerate, ma la questione è comunque seria.
Anche i leader europei sono preoccupati. Giovedì, durante la riunione del Consiglio Europeo, si è parlato molto della crisi energetica e delle possibili carenze di gas naturale, e secondo vari resoconti giornalistici la presidente del Consiglio italiana era la più preoccupata di tutti. Non è un caso: di tutti i paesi europei, l’Italia è quello più dipendente dal gas naturale proveniente dal Qatar.
Il Qatar, tramite l’impianto di Ras Laffan, produce all’incirca il 20 per cento delle forniture mondiali di gas naturale liquefatto (GNL). Il gas naturale e i suoi derivati servono per il riscaldamento delle case, per la produzione di elettricità, per alimentare i fornelli delle cucine oltre che per tantissime applicazioni industriali. Il gas può essere trasportato in due modi: o via terra tramite gasdotti oppure via mare tramite navi metaniere che trasportano il GNL, appunto. Attualmente all’incirca metà del gas commerciato a livello mondiale viene trasportato via gasdotto, e l’altra metà è GNL.
Definire Ras Laffan come un impianto è un eufemismo: è una città industriale grande quasi tre volte Parigi e costruita nel corso di decenni per sfruttare il più grande giacimento di gas naturale al mondo, che si trova nel golfo Persico e che il Qatar condivide con l’Iran (la parte qatarina si chiama North Field, quella iraniana South Pars). Il Financial Times ha definito gli impianti di Ras Laffan «tra le costruzioni più grandi e complicate della storia umana»: dopo essere stati danneggiati dai bombardamenti iraniani avranno bisogno di anni per tornare a funzionare a pieno regime.
Secondo Saad al Kaabi, l’amministratore delegato dell’azienda di stato QatarEnergy e ministro dell’Energia del Qatar, gli attacchi iraniani di mercoledì hanno eliminato il 17 per cento della capacità di esportazione del gas naturale del Qatar, per un danno totale da 20 miliardi di dollari all’anno in entrate mancate. Le riparazioni potrebbero richiedere tra i tre e i cinque anni.
Il ministro al Kaabi ha detto anche che per cause di forza maggiore potrebbero essere riconsiderati i contratti di fornitura di GNL con vari paesi: il Belgio, la Corea del Sud, la Cina e anche l’Italia.
Nel contesto europeo la situazione dell’Italia è molto delicata. Se nel loro complesso i paesi europei importano dal Qatar il 3,8 per cento del loro gas, l’Italia ne importa l’11 per cento, una quota piuttosto alta. L’Italia ha due contratti di fornitura con il Qatar, uno stipulato da Eni e uno da Edison. Secondo informazioni di Reuters, gli attacchi iraniani contro Ras Laffan hanno colpito in particolare uno dei sistemi di liquefazione del gas (in gergo si chiamano “treni di liquefazione”) che serve Edison.
I contratti di fornitura al momento sono tutti sospesi, perché il Qatar aveva interrotto la produzione di gas naturale già all’inizio di marzo per ragioni di sicurezza. Ora che gli impianti sono danneggiati non è chiaro se i contratti di fornitura saranno annullati per intero o soltanto in parte, e quanto questo impatterà sull’Italia.

L’impianto di Ras Laffan (Olivier Polet/Corbis via Getty Images)
Se guardiamo però al contesto mondiale, molti altri paesi sono in condizioni decisamente peggiori.
Prima dell’inizio della guerra l’80 per cento circa del GNL esportato dal Qatar andava verso l’Asia. Alcuni paesi avevano sviluppato dipendenze molto pesanti: dallo stretto di Hormuz passava il 28 per cento del gas dell’India, il 27 per cento del gas di Taiwan, il 26 per cento del gas del Pakistan, il 20 per cento del gas della Corea del Sud, tra gli altri.
In molti paesi asiatici la carenza di gas (e di petrolio) si sta già facendo sentire. In Sri Lanka e nelle Filippine la settimana lavorativa è stata ridotta a quattro giorni, per risparmiare energia. In Cambogia è stato chiuso circa un terzo delle stazioni di rifornimento. In alcune città indiane ci sono state delle risse per potersi assicurare le bombole di gas da cucina.
Ma se per quanto riguarda il petrolio molti paesi sono dotati di riserve strategiche che consentono loro di ridurre i danni, risolvere le carenze di gas naturale è molto più complicato.
Anzitutto, al contrario del petrolio, non esiste un sistema di riserve strategiche globali del gas naturale, che è più difficile da stoccare. In alcune aree del mondo, per esempio in Europa, i paesi hanno delle proprie riserve di gas, che però hanno soprattutto un utilizzo stagionale (per il riscaldamento invernale) e devono essere riempite tutti gli anni. Quasi nessun paese ha riserve abbastanza ampie da affrontare un blocco duraturo dei rifornimenti.
Per risolvere il mancato invio di gas dal Qatar, sarebbe quindi necessario che altri paesi esportatori aumentassero le proprie quote di produzione. Ma questi paesi sono già praticamente al massimo: gli impianti di GNL degli Stati Uniti lavorano al 95 per cento della capacità, quelli dell’Australia al 90 per cento.

L’impianto di Ras Laffan (Stringer/dpa)
C’è di fatto un solo paese che avrebbe abbastanza produzione in eccesso per tamponare almeno in parte il problema: la Russia. Ci sono però degli ostacoli politici molto difficili da risolvere.
Per immettere nuovo gas sul mercato, la Russia dovrebbe passare dai gasdotti europei (anche la Russia ha impianti di GNL, ma quelli sono già utilizzati al massimo). L’Europa però progettava per l’anno prossimo di interrompere completamente le forniture di gas naturale russo, per non tornare dipendente da un paese aggressivo che sta facendo una guerra d’invasione in Ucraina. Molti dei gasdotti russi, inoltre, passano proprio per l’Ucraina, che non accetterà di riaprirli.
Il risultato, probabilmente, sarà che nei prossimi anni il mondo dovrà affrontare una carenza di gas naturale, che sarà rilevante anche se per ora difficile da quantificare. Questo significherà che i paesi che possono permetterselo compreranno il gas a prezzi sempre più alti. Secondo fonti di Bloomberg, per esempio, l’Italia e altri paesi sono già entrati in competizione per aumentare le proprie forniture dall’Algeria. Già adesso il prezzo del gas sui mercati internazionali è più del doppio del periodo pre guerra. Gli altri useranno altre fonti d’energia, come per esempio il carbone, che però è molto più inquinante.
L’aumento del costo del gas (e del petrolio) porterà a un aumento generalizzato dei prezzi: secondo la Banca Centrale Europea l’inflazione potrebbe arrivare nel caso peggiore al 6,3 per cento nell’Eurozona, e provocare una recessione economica.



