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  • Giovedì 19 marzo 2026

Una grande squadra di basket contro un torneo imprevedibile

I Duke Blue Devils vogliono tornare a vincere il "folle" campionato universitario statunitense; quest’anno ci gioca anche l'italiano Dame Sarr

Il cestista italiano dei Duke Blue Devils Dame Sarr, 28 febbraio 2026 (AP Photo/Ben McKeown)
Il cestista italiano dei Duke Blue Devils Dame Sarr, 28 febbraio 2026 (AP Photo/Ben McKeown)
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Stasera inizia negli Stati Uniti la fase finale del campionato di basket delle università statunitensi, conosciuta da tutti come March Madness (“follia di marzo”). Come l’anno scorso, i principali favoriti sono i Duke Blue Devils. Sono la squadra dell’omonima università di Durham, in North Carolina, da decenni una delle scuole che lavorano meglio nello sport. E quest’anno tra i suoi titolari c’è pure Dame Sarr, uno dei più promettenti cestisti italiani.

Per i suoi successi, i suoi giocatori spesso arroganti e i suoi tifosi (considerati fastidiosi), Duke è anche una delle squadre più odiate degli Stati Uniti, dove lo sport universitario è seguitissimo. Per questo, il fatto che arrivi alla March Madness come candidata alla vittoria potrebbe – paradossalmente – rendere felici quelle che non la sopportano. È infatti un torneo talmente incerto che viene vinto di rado dalla squadra che ci arriva come favorita.

Lo stesso nome del torneo si deve proprio al suo formato coinvolgente e imprevedibile. Nell’arco di tre settimane 68 squadre da tutto il paese si affrontano in sette fasi a eliminazione diretta con gare secche: basta una partita storta (o fortunata, dipende dai punti di vista) per stravolgere le aspettative di chi gioca e guarda il torneo. Per fare un paragone, nelle fasi finali dell’NBA, la lega professionistica statunitense, ogni turno si gioca al meglio delle 7 partite.

Negli Stati Uniti la March Madness è un evento sportivo seguito con un entusiasmo paragonabile a quello di una festa nazionale, attorno al quale si sono consolidate varie tradizioni: molte persone prolungano le pause di lavoro o addirittura si fingono malate pur di non perdersi le partite. Una delle usanze più diffuse tra i tifosi, e forse la più nota anche da queste parti, è il cosiddetto bracketing. Ogni anno, milioni di persone compilano infatti il proprio tabellone (bracket): cercano cioè di prevedere l’esito di ogni incontro del torneo e partecipano a scommesse tra amici o colleghi.

Il bracket di quest’anno (NCAA)

Come si può capire dall’immagine qui sopra, è difficilissimo azzeccare gli esiti di tutte queste le partite. Secondo l’NCAA stessa, chi sa qualcosa di basket ha meno di una possibilità su 120 miliardi di azzeccare tutto il bracket, mentre chi tira semplicemente a indovinare come andrà ciascun incontro ha una possibilità su più di 9 miliardi di miliardi. Nessuno, che si sappia, ci è mai riuscito: la serie più lunga e documentata di pronostici corretti fu di 49 su 67, nel 2019.

Capire le principali favorite del torneo può comunque tornare utile per fare un pronostico migliore degli altri, ed è capitato spesso che Duke fosse tra queste. A prima vista è una cosa abbastanza sorprendente: Duke è un’università privata di dimensioni relativamente contenute e ogni anno deve competere con grandi università statali – come North Carolina, sua storica rivale ed ex università di Michael Jordan.

Grazie soprattutto alle enormi donazioni con cui si sostiene però, da circa un secolo Duke è diventata una delle più prestigiose università degli Stati Uniti e ha sempre puntato parecchio sullo sport. Per fare un esempio, nel 1942 divenne una delle sole due università nella storia a ospitare il Rose Bowl (una delle più importanti e storiche partite di football americano) al di fuori del suo omonimo stadio in California.

La squadra di basket di Duke esiste dal 1903, ma solo dagli anni Venti iniziò a chiamarsi “Blue Devils”. Il nome veniva dai Les Diables Bleus (i Diavoli Blu), un gruppo di alpini francesi che durante la Prima guerra mondiale erano soprannominati in questo modo per il blu delle loro uniformi e per la ferocia con cui combattevano.

La mascotte dei Duke Blue Devils è proprio un diavolo blu, 23 novembre 2025 (AP Photo/Chris Seward)

Duke iniziò a distinguersi davvero nel basket negli anni Cinquanta, ma i primi grandi successi arrivarono soprattutto dal 1980 – quando cioè fu assunto come allenatore Mike Krzyzewski. Rimase fino al 2022 e nel mezzo allenò anche gli Stati Uniti, vincendo tre Olimpiadi e due Mondiali.

In 42 anni Krzyzewski cambiò completamente la reputazione dei Blue Devis, vincendo cinque volte la March Madness, arrivando 12 volte alle Final Four (cioè le semifinali del torneo) e vincendo ben 15 volte l’Atlantic Coast Conference, il prestigioso campionato universitario in cui Duke gioca la prima parte della sua stagione. Negli anni sono passati da Duke alcuni dei più importanti giocatori della storia moderna dell’NBA, come Kyrie Irving e Jayson Tatum.

Sono stati successi enormi, che l’università stessa ha saputo capitalizzare molto bene. Anche se i Blue Devils non vincono la March Madness dal 2015, la squadra è rimasta comunque una delle più prestigiose e selettive degli Stati Uniti, e riesce ancora ad attirare alcuni dei giocatori più promettenti del mondo.

L’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama insieme a Mike Krzyzewski alla Casa Bianca nel 2010, quando i Blue Devils vinsero la March Madness (AP Photo/Alex Brandon, File)

Per capire il recente livello dei Blue Devils, basta pensare che tutti e cinque i titolari dell’anno scorso sono stati scelti al draft, l’evento in cui le trenta squadre della NBA selezionano i nuovi giocatori per la stagione successiva. In più, due di quei titolari – Cooper Flagg e Kon Knueppel, rispettivamente prima e quarta scelta assoluta – sono tra i favoriti per vincere il premio di miglior esordiente della stagione in NBA.

Senza tutti quei giocatori, non era scontato che Duke riuscisse a tornare subito competitiva. Eppure questa è stata una delle migliori stagioni della sua storia, merito soprattutto dell’allenatore Jon Scheyer – uno molto bravo a scovare giocatori promettenti e convincerli a giocare per Duke. Tra questi ci sono il 18enne statunitense Cameron Boozer (figlio dell’ex giocatore di NBA Carlos Boozer e probabilmente una delle prime scelte del prossimo draft), il suo gemello Cayden e il 19enne italiano Dame Sarr.

Cameron Boozer fa un po’ di tutto

Sarr è stato preso dal Barcellona, dove a 16 anni aveva iniziato la sua carriera professionistica e a 17 aveva esordito in Eurolega, il più importante campionato europeo di basket. È alto quasi due metri e fa la guardia-ala (o swingman, in inglese), cioè è un cestista molto versatile. Gioca in modo fisico e veloce, è bravo a difendere, intercettare i passaggi avversari, recuperare i palloni, ma anche a tirare da tre. Anche lui può puntare al draft del 2026.

Sarr si è spostato negli Stati Uniti proprio per avere maggiori possibilità di andare in NBA, oltre che di guadagno. Da qualche anno infatti la NCAA (la principale organizzazione sportiva nordamericana per studenti-atleti) ha di fatto smesso di essere una lega dilettantistica e permette ai suoi studenti-atleti di guadagnare moltissimi soldi, anche milioni di dollari, tramite sponsorizzazioni o stipendi veri e propri.

Insomma, Duke si trova ancora una volta ad avere giocatori molto forti e ottime probabilità di arrivare fino alle Final Four, proprio come l’anno scorso. Il Wall Street Journal crede che le sue possibilità siano un po’ sopravvalutate, soprattutto perché inizierà il torneo con due titolari infortunati, ma finora nemmeno questo è stato un problema. Rimane però pur sempre l’imprevedibilità della March Madness.