Nessuno sta fermando la nave russa alla deriva da settimane nel Mediterraneo
Diversi governi temono che possa causare gravi danni ambientali, eppure non se ne sono fatti ancora carico

Da quasi tre settimane una nave russa è alla deriva nel mar Mediterraneo, dopo che il suo equipaggio è stato soccorso in seguito ad alcune esplosioni che avevano aperto uno squarcio nello scafo. La Russia ha accusato l’Ucraina di aver colpito la nave con dei droni marini, come già accaduto in passato. L’Ucraina per ora non ha commentato. La nave al momento è al largo della Libia, e sebbene diversi governi si siano detti preoccupati per il rischio di un danno ambientale nessuno ha ancora deciso cosa fare.
La nave si chiama Arctic Metagaz, è lunga 277 metri ed è una metaniera, cioè trasporta gas naturale liquefatto. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio italiano, Alfredo Mantovano, in un’intervista a Radio 24 lunedì ha detto che la nave trasportava circa 53mila metri cubi di gas quando è stata danneggiata. Inoltre conteneva circa 700 tonnellate tra olio combustibile e gasolio per alimentare il motore. Mantovano ha parlato della nave come di una «bomba ambientale», che «può esplodere da un momento all’altro».
Non si sa se ci siano stati sversamenti di gasolio né quanto gas ci sia ancora sulla nave: il gas naturale liquefatto, che è trasportato in forma liquida grazie a temperature bassissime, a temperatura ambiente evapora. Il rischio dell’esplosione è legato al fatto che il gas è altamente infiammabile. Mercoledì la Protezione civile italiana, che sta monitorando la nave, ha detto all’agenzia di stampa Reuters che c’era il rischio di dispersione del gas, ma che fino a quel momento non aveva rilevato fuoriuscite.
Nei giorni scorsi i governi di Italia, Francia, Spagna e di altri sei paesi dell’Europa meridionale avevano scritto una lettera alla Commissione Europea, definendo la nave una grande minaccia ecologica e chiedendo l’intervento coordinato delle istituzioni europee. Ma finora nessuno ha preso il controllo della nave. Le autorità libiche hanno avvertito le navi e le piattaforme petrolifere al largo della costa della Libia di fare attenzione all’imbarcazione che si sta inclinando, ma non hanno detto se si faranno carico del recupero del relitto.
Secondo il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura, molto esperto di sistemi di tracciamento delle navi, giovedì sera la Arctic Metagaz si trovava a circa 12 miglia nautiche da una piattaforma petrolifera dell’Eni, l’azienda energetica italiana.
In teoria l’armatore, cioè il proprietario della nave, dovrebbe essere responsabile del recupero del relitto, ma in alcune circostanze gravi – per esempio quando c’è il rischio di un danno ambientale – potrebbero doversene occupare gli stati coinvolti, che sono comunque tenuti a sorvegliare una nave alla deriva nelle loro acque territoriali. L’armatore, comunque, dovrebbe poi sostenere i costi dell’operazione. L’emittente CNN ha provato a contattare l’armatore senza successo, e ha scritto di non avere avuto una conferma dall’Italia né da Malta se loro invece fossero in contatto con l’armatore.
Mantovano ha detto che l’Italia ha messo a disposizione diverse imbarcazioni, tra cui alcune equipaggiate per operazioni di contenimento del danno ambientale. Ha detto che le navi italiane sarebbero pronte a intervenire «nel giro di pochissimo», se le autorità europee lo chiedessero. Al momento non risulta che lo abbiano fatto, né è stato reso noto quale piano di recupero verrebbe attuato.
Secondo l’Ucraina e diversi paesi occidentali, la Arctic Metagaz fa parte della cosiddetta “flotta fantasma” russa, cioè quelle navi (anche non russe) che trasportano clandestinamente il petrolio e il gas per aggirare le sanzioni contro la Russia. Gli attacchi coi droni alle navi e alle raffinerie russe sono un modo dell’Ucraina di mostrare di poter colpire la Russia in uno dei suoi settori più redditizi, necessari per finanziare la sua guerra di invasione.
L’Ucraina ha intensificato la sua campagna contro le navi della flotta fantasma, specialmente le petroliere, espandendosi al di fuori del mar Baltico e del mar Nero e operando nel mar Mediterraneo. Alcuni di questi attacchi sono stati rivendicati, altri no, ma vari elementi inducono a pensare che dietro ci sia in effetti l’Ucraina. A dicembre l’SBU, i servizi segreti ucraini, aveva rivendicato un attacco con droni a una petroliera russa nel Mediterraneo.



