Perché governo e opposizione non sanno bene che fare, sulla guerra

Mentre si discute di basi americane, del sostegno a Trump e dello stretto di Hormuz, in realtà pensano al referendum

di Valerio Valentini

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Camera, l'11 marzo 2026 (Marco Iacobucci/SOPA Images via ZUMA Press Wire)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Camera, l'11 marzo 2026 (Marco Iacobucci/SOPA Images via ZUMA Press Wire)

Il 2 marzo scorso era un lunedì. Da due giorni era iniziata la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, che inevitabilmente costringeva i partiti, sia di maggioranza sia di opposizione, a ripensare almeno in parte la loro strategia comunicativa. Quel 2 marzo i ministri della Difesa e degli Esteri italiani, Guido Crosetto e Antonio Tajani, andarono in Senato per riferire su quello che stava succedendo. Proprio perché la situazione in questi casi è delicata, spesso i ministri interessati prendono contatti informali coi parlamentari, anche quelli delle opposizioni: per anticipare un po’ i contenuti del loro intervento, per suggerire di evitare certi argomenti, o certe domande, o per chiedere quantomeno di farle riservatamente.

In quelle ore, in effetti, Crosetto chiamò vari parlamentari del centrosinistra: per lo più, per capire fino a che punto avessero intenzione di incalzarlo sull’imbarazzante vicenda del suo viaggio senza scorta a Dubai. Crosetto è probabilmente il ministro che ha i rapporti migliori con le opposizioni, in particolare col PD e con Italia Viva: anche per questo nessuno infierì durante l’audizione. In quei contatti preliminari, però, non era stato chiarito un punto: e cioè se e come il governo aveva acconsentito che gli Stati Uniti utilizzassero le basi americane presenti in Italia per condurre le loro operazioni militari in Iran.

Così, quando il senatore del PD Alessandro Alfieri aveva chiesto esplicitamente a Crosetto dettagli sull’utilizzo della base americana di Sigonella, in Sicilia, il ministro aveva fatto un po’ il vago. Poi al termine dell’audizione aveva detto ad alcuni esponenti del PD che era il caso di non parlare pubblicamente di quella faccenda, e semmai di discuterne al Copasir, il Comitato parlamentare che si occupa della sicurezza nazionale, che è presieduto dall’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del PD, e le cui sedute sono secretate.

È in questo contesto che c’è stato il primo vero confronto tra Crosetto e Guerini, che è stato anche il primo reale dialogo riservato di alto livello tra governo e opposizioni. Si è parlato di Sigonella e di altre basi; ma anche delle decisioni da prendere rispetto ai contingenti italiani impiegati tra il Libano, l’Iraq, il Kuwait; e poi dell’eventuale coinvolgimento delle Forze Armate italiane ed europee per la protezione delle navi commerciali occidentali in quell’area. Crosetto e Guerini sanno che su queste questioni sia la maggioranza sia l’opposizione sono attraversate da enormi divisioni, e che un’eventuale discussione parlamentare, se non adeguatamente preparata, rischierebbe di degenerare, con ripercussioni negative un po’ per tutti.

È lì che è nata l’idea di lavorare per favorire un accordo istituzionale tra la maggioranza di destra e il centrosinistra affinché si evitassero polemiche troppo accalorate, che avrebbero reso il lavoro del governo più difficile e avrebbero potuto esporre negativamente l’Italia sul piano internazionale. Per di più, c’era di mezzo il referendum: sia Guerini sia Crosetto sospettavano che le loro rispettive leader, Elly Schlein e Giorgia Meloni, non avrebbero accettato di buon grado di collaborare, concentrate com’erano, entrambe, a polarizzare il dibattito intorno alla riforma della magistratura.

I loro sospetti erano in effetti fondati: sia la presidente del Consiglio, sia la segretaria del PD preferiscono in questo momento seguire le logiche tattiche della polemica sul referendum, anziché concentrarsi sui rischi concreti della guerra per l’Italia.

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L’idea di una collaborazione istituzionale tra tutte le parti politiche in tempi di guerra non è nuova, del resto. Anzi, per certi versi, che un presidente del Consiglio coinvolga più o meno direttamente le opposizioni in fasi così delicate, è la prassi. Ognuno sceglie i metodi che gli sembrano più opportuni. Paolo Gentiloni e Mario Draghi, per esempio, tendevano a chiamare direttamente i leader dei vari partiti, per condividere informazioni e decisioni da prendere; Matteo Renzi, tra il 2014 e il 2016, preferiva tenere delle riunioni a cadenza più o meno fissa coi capigruppo di maggioranza e opposizioni a Palazzo Chigi, per tenerli informati.

La logica che sta dietro a queste scelte, al di là delle dissimulazioni di circostanza, è un po’ sempre la stessa. Quando c’è una guerra che coinvolge la NATO, l’alleanza militare che comprende gran parte dei paesi europei e quelli nordamericani, i governi italiani di qualsiasi parte politica sanno che possono trovarsi – e quasi sempre si trovano – a dover assecondare le richieste degli Stati Uniti, tanto più se la guerra in questione avviene non lontano dall’area del Mediterraneo. E siccome spesso accogliere queste pressioni espone il paese a dei rischi, il governo cerca il sostegno preventivo delle opposizioni.

Semplificando all’estremo, funziona così: il governo condivide informazioni riservate con le opposizioni, per quanto possibile le coinvolge nella definizione di una condotta da seguire, e le opposizioni si impegnano a non attaccare il governo rispetto a quelle decisioni.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto stringe la mano al segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth, a Bruxelles, il 15 ottobre 2025 (Omar Havana/Ap Photo)

Nelle scorse settimane si è discusso molto dell’utilizzo di Sigonella, perché i militari italiani presenti nella base – che è sostanzialmente gestita per metà dall’Aeronautica italiana e per metà dalla Marina statunitense – hanno segnalato da settimane un’intensificazione notevole delle operazioni da parte degli aerei statunitensi. Meloni, nel tentativo di ridimensionare sul nascere la polemica, ha parlato della distinzione prevista nei trattati che regolano il funzionamento delle basi americane in Italia, quella tra operazioni cinetiche e non cinetiche. In estrema sintesi, se un aereo statunitense deve compiere operazioni direttamente riconducibili ad attacchi armati (operazione cinetica) partendo da una base che sta in Italia, servono particolari autorizzazioni da parte del governo italiano. Se invece deve svolgere operazioni logistiche minori (ricognizione, rifornimento in volo, manutenzione, soccorso), quell’autorizzazione non serve.

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Ma chiunque abbia avuto incarichi di governo sa bene quanto sia capziosa questa distinzione. Sigonella è una delle principali basi che gli Stati Uniti utilizzano per far decollare dei droni da ricognizione con l’obiettivo di monitorare un po’ tutto il Mediterraneo orientale, e dunque anche l’area del Medio Oriente. Se uno di quei droni accompagna un aereo da caccia F-35, o gli fornisce comunque le esatte coordinate per bombardare un obiettivo, il coinvolgimento del drone sarebbe comunque piuttosto diretto. Non sono casi teorici: molto probabilmente è quello che è successo nei giorni scorsi quando gli Stati Uniti hanno bombardato l’isola iraniana di Kharg.

Analogamente, la base americana di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, viene per lo più utilizzata, in questi ultimi anni, per far decollare aerei che riforniscono in volo cacciabombardieri. Anche in questo caso, non c’è bisogno di un’autorizzazione specifica se il rifornimento serve per un aereo da caccia in pattugliamento, mentre servirebbe quando si riforniscono degli aerei da caccia che stanno per effettuare dei bombardamenti (principalmente quelli che partono dalla base americana di Fairford, a ovest di Londra). Ma di nuovo: è davvero sempre possibile stabilire in anticipo questa differenza?

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Una situazione simile rischia di crearsi anche rispetto allo stretto di Hormuz, che si trova tra l’Iran e i paesi del golfo Persico ed è un passaggio indispensabile per trasportare petrolio e gas estratti in quei paesi nel resto del mondo. Trump ha chiesto anche agli alleati europei di intervenire militarmente per garantire la navigazione alle petroliere occidentali minacciate dai droni e dai missili iraniani. L’Unione Europea ha escluso di muoversi su richiesta di Trump, e anche il governo italiano ha respinto l’ipotesi, per ora. È invece meno improbabile che, nelle prossime settimane, se la guerra dovesse prolungarsi ancora, Francia, Germania e Regno Unito definiscano una missione autonoma con gli stessi obiettivi: proteggere le imbarcazioni europee che passano di là. A quel punto anche l’Italia verrebbe coinvolta direttamente nelle decisioni.

L’Italia è infatti tra i principali promotori – insieme a Francia e Grecia – della missione Aspides, istituita dall’Unione Europea nel gennaio del 2024 principalmente per proteggere la navigazione nel mar Rosso minacciata dagli Houthi, le milizie yemenite alleate dell’Iran. Aspides però prevede già, nel suo dispositivo iniziale, la possibilità di condurre operazioni militari nello stretto di Hormuz: si tratterebbe di operazioni strettamente finalizzate alla protezione delle imbarcazioni, e che andrebbero autorizzate con una decisione politica specifica da parte dei principali paesi europei.

È insomma proprio perché si tratta di decisioni delicate, che in questi casi il governo cerca una sorta di collaborazione, o quantomeno la non ostilità, delle opposizioni. Perché spesso queste scelte vanno prese in poche ore, e con scarso preavviso (in genere è il ministro della Difesa a dover dare le autorizzazioni operative, dopo un rapido consulto con il presidente del Consiglio e, in alcune circostanze, col capo dello Stato).

Meloni sembra invece voler seguire un’altra strada. Prima – durante il suo intervento in Senato di mercoledì scorso – ha proposto in modo un po’ improvvisato, e cogliendo di sorpresa anche i suoi alleati di governo, la convocazione di riunioni a Palazzo Chigi allargate anche alle opposizioni. Poi, quando questa sollecitazione era stata rigettata, ha deciso di contattare direttamente i leader del centrosinistra, promettendo loro di tenerli aggiornati in via informale su tutti gli sviluppi rilevanti. Ma ha anche assicurato che, se gli Stati Uniti dovessero chiedere di poter usare le loro basi in Italia con finalità offensive (cinetiche, cioè), il governo chiederà un voto preventivo al parlamento (un atto non dovuto, stando agli accordi che regolano il funzionamento delle basi).

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, durante una trasmissione televisiva su La7, il 13 marzo 2026 (RICCARDO ANTIMIANI/ANSA)

Questo proposito è stato condiviso venerdì scorso anche con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel corso dell’ultimo Consiglio supremo di difesa, la riunione a più alto livello istituzionale sulle faccende che riguardano la sicurezza nazionale. Il capo dello Stato, in effetti, si è limitato a «prendere atto» di questa decisione. Il che non necessariamente sottintende un’approvazione entusiasta (altrimenti, in quei casi, la formula usata di solito è «prendere favorevolmente atto»).

In realtà, l’intenzione di coinvolgere pienamente il parlamento è del tutto apprezzabile, sul piano istituzionale. In pratica, un po’ tutti in parlamento sanno che questa strada non è quasi mai percorribile fino in fondo. Lo stesso governo nei giorni scorsi ha fatto trapelare un’informazione, raccontata poi nel dettaglio dal Corriere della Sera, secondo cui il 14 aprile del 2018 il presidente del Consiglio Gentiloni autorizzò l’utilizzo delle basi italiane di Sigonella e di Aviano per condurre attacchi mirati in Siria contro il regime sanguinario del dittatore Bashar al Assad.

Gentiloni si trovò del resto in una situazione complicata: era capo di un governo dimissionario, in carica solo per gli affari correnti, con un parlamento in cui non c’era ancora alcuna maggioranza politica, e dovette rispondere in poche ore a una richiesta avanzata dagli Stati Uniti e condivisa da Francia e Regno Unito. Gentiloni assecondò la richiesta e poi chiamò tutti i leader dei vari partiti, di maggioranza e di opposizione, per informarli della cosa. Chiamò anche Meloni, che prese atto della decisione, pur manifestando la propria contrarietà. Era il 2018 e Meloni prendeva spesso le difese di Assad.

Ecco dunque perché quando c’è una crisi internazionale i governi cercano fin dall’inizio di coinvolgere le opposizioni: sanno che potranno dover prendere in poco tempo decisioni complicate, con possibili ripercussioni. Restando agli esempi citati: autorizzare gli Stati Uniti a utilizzare basi in Italia per colpire l’Iran potrebbe esporre l’Italia al rischio di ritorsioni (attentati terroristici, o magari attacchi contro i contingenti italiani impiegati in Medio Oriente). Impiegare le fregate italiane a difesa delle petroliere nello stretto di Hormuz potrebbe indurre l’Iran a voler colpire i militari italiani.

Nessun capo di un governo vorrebbe trovarsi a gestire situazioni del genere, e soprattutto farlo con le opposizioni che incalzano, che criticano, che alimentano polemiche.

Se però Meloni è stata estremamente cauta nel costruire una reale collaborazione con le opposizioni, è perché teme che possano utilizzare questa richiesta per chiederle di prendere le distanze dalle decisioni di Trump: dunque, meglio prendere tempo, sperando di non dover prendere nessuna decisione delicata prima del grande appuntamento politico imminente, e cioè il referendum sulla riforma della magistratura del 22 e del 23 marzo.

Le opposizioni, a partire dal PD di Elly Schlein, hanno rifiutato a priori questa offerta, proprio perché ritengono più utile contestare Meloni sulla sua eccessiva vicinanza a Trump, tanto più a una settimana dal voto. Non a caso, domenica Schlein ha avanzato una richiesta un po’ irrealistica a Meloni, pretendendo che il governo non si limiti a «dire, come sta facendo adesso, “se ce lo chiederanno torneremo in parlamento”», ma che addirittura chiarisca «subito che negherebbe l’autorizzazione» all’uso delle basi americane.

In un momento così complesso per la politica internazionale, in Italia la presidente del Consiglio rinfaccia più o meno direttamente alla leader dell’opposizione decisioni prese da Gentiloni nel 2018, e la leader dell’opposizione pretende che la presidente del Consiglio prenda decisioni che nessuno potrebbe impegnarsi a prendere davvero, se fosse al posto della presidente del Consiglio.