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  • Martedì 17 marzo 2026

E Gaza, in tutto questo?

È stata oscurata dalla guerra in Medio Oriente, ma le trattative per la “fase due" del cessate il fuoco sono ferme e le condizioni di vita non sono migliorate, anzi

Il pasto di una famiglia in mezzo alle rovine durante il Ramadan nella città di Gaza, il 13 marzo 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)
Il pasto di una famiglia in mezzo alle rovine durante il Ramadan nella città di Gaza, il 13 marzo 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)
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La guerra in corso in Medio Oriente ha avuto vari effetti sulla Striscia di Gaza, che pure non è stata direttamente coinvolta in nuove operazioni militari. Il primo e più evidente è che Gaza è uscita quasi totalmente dal dibattito pubblico: la prevista “fase due” del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti non è mai davvero cominciata e le condizioni di vita degli abitanti palestinesi non sono cambiate, anzi sono peggiorate per alcune decisioni di Israele, giustificate da ragioni di sicurezza legate alla guerra con l’Iran.

L’esercito israeliano inoltre continua a compiere operazioni militari e bombardamenti sulla Striscia: in uno di questi sabato sono stati uccisi nove poliziotti. Dopo l’inizio del cessate il fuoco, lo scorso ottobre, sono stati uccisi più di 650 palestinesi.

I militari israeliani occupano ancora quasi la metà del territorio della Striscia. Nel piano proposto inizialmente da Donald Trump la “fase uno”, cominciata a ottobre, prevedeva il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani ancora presenti nella Striscia e di centinaia di prigionieri palestinesi detenuti in Israele. La “fase due” prevedeva il disarmo di Hamas, il ritiro completo dell’esercito israeliano dalla Striscia e la creazione di una nuova amministrazione per Gaza, tra le altre cose.

In rosa il territorio occupato dall’esercito israeliano, in rosso i varchi di frontiera chiusi, report dell’11 marzo 2026 (OCHA)

I negoziati, molto complessi, erano cominciati prima dell’inizio della guerra in Iran. Poi di fatto si sono fermati: la scorsa settimana ci sono stati incontri in Egitto che potrebbero aver coinvolto Hamas (non ci sono conferme ufficiali), ma gli Stati Uniti hanno inviato una delegazione di secondo livello, guidata da Aryeh Lightstone, normalmente un collaboratore dell’inviato di Trump Steve Witkoff.

La città di Gaza durante il Ramadan, il 22 febbraio 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)

La “fase due” prevedeva anche l’inizio della ricostruzione della Striscia, o almeno della rimozione delle enormi quantità di macerie causate da oltre due anni di bombardamenti israeliani. Anche sotto questo aspetto, non ci sono stati progressi: secondo dati delle Nazioni Unite oltre l’80 per cento degli edifici a Gaza è danneggiato o distrutto e due terzi dei palestinesi vivono in oltre mille campi per sfollati. Perlopiù sono composti di tende, che in questi mesi invernali hanno spesso fornito una risposta insufficiente a freddo, pioggia e vento. Sabato si è aggiunta una delle peggiori tempeste di sabbia degli ultimi decenni, che ha distrutto alcune delle tende in cui vivevano gli sfollati.

Il 28 febbraio, in corrispondenza dell’inizio della guerra in Iran, Israele ha chiuso tutti i varchi di frontiera con la Striscia di Gaza: il 3 marzo ha riaperto parzialmente solo quello di Kerem Shalom per permettere l’ingresso di alcuni camion con cibo e beni di prima necessità, seppure in misura molto inferiore a prima e insufficiente a rispondere alle necessità.

Israele ha detto che il 18 marzo dovrebbe riaprire parzialmente il varco di Rafah, per la circolazione delle persone: è il risultato di pressioni internazionali e delle proteste dei palestinesi, che sostenevano che il governo israeliano stesse sfruttando la guerra contro Iran e Libano per venire meno agli impegni sottoscritti con gli accordi per il cessate il fuoco.

Dipendenti della Mezzaluna rossa caricano un camion di aiuti medici diretto a Gaza in Cisgiordania, il 24 febbraio 2026 (AP Photo/Nasser Nasser)

La chiusura del varco di Rafah e le limitazioni imposte da Israele sulla quantità delle merci in entrata hanno provocato una corsa ad accaparrarsi il cibo da parte della popolazione di Gaza, provata da due anni e mezzo in cui i rifornimenti sono stati enormemente insufficienti, con periodi di carestia. Questo ha causato un immediato aumento dei prezzi e difficoltà nel recuperare almeno alcuni tipi di alimenti. Il blocco dell’ingresso di cibo ha condizionato e in parte bloccato le cucine comunitarie, su cui fa affidamento la parte più povera della popolazione.

Questa situazione si è aggiunta a una cronica e mai risolta carenza di gas per cucinare e di carburanti, che anche dopo il cessate il fuoco sono entrati nella Striscia in quantità insufficiente. Inoltre secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità il 46 per cento dei farmaci essenziali e il 66 per cento dei materiali medici di consumo sono esauriti.

Un campo per sfollati a Deir al-Balah, il 24 febbraio 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

– Leggi anche: Come si vive oggi a Gaza