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  • Giovedì 12 marzo 2026

Alle Paralimpiadi invernali ci sono gare in cui si guida

Nello sci alpino da seduti gli atleti e le atlete usano il sit-ski: un monoscì messo sotto a un sedile, che c'entra a suo modo con la Formula 1

La sciatrice spagnola Audrey Pascual Seco durante una gara di slalom della categoria sitting alle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina, 10 marzo 2026 (AP Photo/Evgeniy Maloletka)
La sciatrice spagnola Audrey Pascual Seco durante una gara di slalom della categoria sitting alle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina, 10 marzo 2026 (AP Photo/Evgeniy Maloletka)
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Alle Paralimpiadi invernali ci sono gare in cui, in un certo senso, più che sciare si guida. Nello sci alpino paralimpico della categoria sitting, quella in cui si gareggia da seduti, si scende sulla neve grazie a un sedile con sotto uno sci un po’ più largo del normale, il monoscì. L’insieme di sedile e sci si chiama sit-ski e a suo modo ha a che fare con la Formula 1.

I sit-ski esistono dagli anni Sessanta, ma alle Paralimpiadi ci sono gare sitting di sci alpino solo dal 1988. All’inizio i sit-ski erano molto pesanti e difficili da manovrare, e ci è voluto tempo – e molto studio – per renderli più leggeri, agili e sicuri, oltre che veloci.

Come spiega il Politecnico di Milano, nello sci alpino sono le gambe (o eventuali protesi) ad assorbire le irregolarità del terreno, controllare l’equilibrio e aiutare nei piegamenti in curva. Nello sci da seduti – dove si superano comunque i 110 chilometri orari – la maggior parte di queste cose viene fatta dal sit-ski. Per questo l’attrezzatura deve essere comoda e leggera da maneggiare (gli atleti lo spostano muovendo il bacino), ma anche rigida e resistente.

POV: provi un sit-ski per la prima volta

Un sit-ski è composto da: un sedile, che ha delle cinture e varia moltissimo a seconda della disabilità di chi lo usa e della stabilità del suo busto; un telaio e delle sospensioni, proprio come una macchina; un ammortizzatore che assorbe gli urti della pista e aiuta l’atleta a mantenere l’equilibrio; e infine il monoscì, la cui lunghezza varia a seconda del tipo di gara. Nella discesa libera, che è la disciplina più veloce dello sci alpino, si usano monoscì lunghi circa due metri, perché serve soprattutto stabilità; nello slalom, dove c’è anche una componente tecnica e i cambi di direzione sono frequenti e rilevanti, i monoscì da gara sono molto più corti.

Per darsi la spinta, stare in equilibrio e frenare alla fine della pista, chi gareggia su uno sit-ski usa degli stabilizzatori, dei bastoncini che finiscono con dei piccoli sci.

Lo sciatore italiano Renè De Silvestro dopo una gara di slalom alle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina, 10 marzo 2026 (AP Photo/Evgeniy Maloletka)

Nella categoria sitting non ci sono regole rigidissime sull’attrezzatura. Vuol dire che ogni atleta può, anzitutto in base a comodità e tipo di disabilità, avere un sit-ski fatto su misura. Questo vuol dire anche che squadre e atleti hanno ampi margini per studiare, sperimentare e ottimizzare forme, componenti e materiali dei sit-ski.

Chi può permetterselo si affida a studi molto avanzati e tecnologie sofisticate per personalizzare un sit-ski. Oggi si parte spesso da calchi in gesso o da scansioni digitali, così da simulare anche l’effetto del vento sull’attrezzatura e su eventuali parti aggiuntive. Da questi dati nascono i primi prototipi, che vengono testati prima nelle gallerie del vento – proprio come si fa con le auto e le moto – e poi sulla neve.

I test sulla neve sono evidentemente fondamentali, perché solo lì è possibile capire quanto vibra il sit-ski o quanta neve accumula. Sono problemi che a volte gli ingegneri risolvono sul momento con soluzioni improvvisate, usando scotch e coltelli da cucina.

I Paesi Bassi, per esempio, hanno collaborato con l’Università di Delft, che ha stampato in 3D un rivestimento per il sit-ski dell’atleta Jeroen Kampschreur. È di plastica, «flessibile», aerodinamico e si può montare e smontare facilmente. E funziona pure bene: alle Paralimpiadi in corso in questi giorni Kampschreur ha vinto due medaglie d’oro, entrambe per pochi centesimi di secondo.

Jeroen Kampschreur dopo la gara di Super-G delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina, 10 marzo 2026 (Tom Weller/Getty Images)Jeroen Kampschreur durante la gara di Super-G delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina, 10 marzo 2026 (Tom Weller/Getty Images)

Ormai quasi tutti i comitati paralimpici internazionali lavorano in modo molto meticoloso sulle loro attrezzature. Alle Paralimpiadi di Pechino del 2022, per esempio, il neozelandese Corey Peters vinse un oro e un argento anche grazie a quella che lui chiamava la «Ferrari dei sit-ski», date le carenature dall’eccellente aerodinamicità.

Il neozelandese Corey Peters alla gara di discesa libera delle Paralimpiadi di Pechino, 5 marzo 2022 (Alexander Hassenstein/Getty Images)

Ma ciò che ha iniziato ad alzare davvero il livello della competizione è stata l’introduzione dei sit-ski in fibra di carbonio. Come con le scarpe da corsa e in molti altri contesti sportivi, anche nello sci questo materiale leggero, flessibile e resistente si è diffuso parecchio negli ultimi anni, rivoluzionandone le gare. Non solo nello sci alpino, ma anche nello sci nordico: anche lì esiste infatti la categoria sitting, dove però gli atleti usano sit-ski meno tecnologici e collegati a due sci di fondo anziché al monoscì.

Anja Wicker, atleta paralimpica tedesca di biathlon e sci di fondo, ha detto che il passaggio alla fibra di carbonio fu come trovarsi «in Formula 1». Non è un’esagerazione: per le Paralimpiadi del 2022 la squadra di sci di fondo del Regno Unito realizzò i suoi sit-ski insieme alla Williams, una scuderia di Formula 1; e per quelle prima il Giappone collaborò con Toyota.