La crisi del petrolio rischia di durare a lungo

La guerra in Medio Oriente potrebbe far aumentare oltre al prezzo della benzina anche i mutui e praticamente tutto, di nuovo

Un operatore della borsa di New York lunedì 9 marzo, quando il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile (Michael Nagle/Bloomberg)
Un operatore della borsa di New York lunedì 9 marzo, quando il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile (Michael Nagle/Bloomberg)
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La guerra in Medio Oriente sta avendo gravi ripercussioni sul mercato del petrolio, dato che i paesi del Golfo sono tra i maggiori produttori al mondo. La prospettiva che la guerra duri ancora per molto e quindi che il mondo debba continuare a fare a meno della materia prima che viene da qui ha fatto arrivare il prezzo del petrolio anche oltre i 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva dal 2022, quando iniziò la guerra in Ucraina e un’altra crisi energetica.

Questa volta però tra gli economisti e gli analisti c’è abbastanza consenso sul fatto che le cose siano più gravi di allora per quel che riguarda il petrolio, e che questa possa diventare una crisi energetica di portata ancora più ampia di quelle degli anni Settanta, note per aver avuto effetti disastrosi sull’economia mondiale.

Per capire i motivi bisogna prima spiegare da dove arrivano i problemi. La guerra ha sostanzialmente bloccato lo stretto di Hormuz, l’unico canale da cui le merci, e quindi il petrolio, possono uscire dal golfo Persico via nave: ogni anno da qui passa circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo. L’Iran ne controlla una sponda, quella a nord, ma non è mai riuscito a bloccarlo del tutto formalmente (a sud invece i paesi che si affacciano sullo stretto sono Oman ed Emirati Arabi Uniti). Nella pratica però il timore di venire attaccate ha portato diverse compagnie di spedizioni a fermare le navi, che ora sono ammassate intorno allo stretto. Come si vede dalla mappa il traffico si è quasi interrotto del tutto.

Gli indicatori in rosso rappresentano le petroliere nell’area, il 10 marzo: quelle a forma di freccia sono in movimento, mentre i pallini sono navi ancorate (MarineTraffic)

Il petrolio che doveva essere trasportato fuori dal golfo Persico è rimasto bloccato lì. Questo ha generato un secondo problema: i magazzini delle società petrolifere locali si sono riempiti, e molte di queste hanno dovuto interrompere il processo di estrazione e raffinazione perché non sapevano più dove stipare il petrolio. La produzione poi era già compromessa perché molti impianti erano stati obiettivi di attacchi da parte dell’Iran. La prima azienda a sospendere parte della produzione è stata la più importante società energetica del Qatar, seguita poi da altre in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Secondo le stime più recenti, la produzione dell’area si è ormai ridotta di circa un quarto.

Interrompere la produzione, oltre al commercio, aggrava di molto la situazione: mentre per riattivare il traffico non serve tutto sommato granché, basta che ripartano le navi, non è immediato riavviare produzioni interrotte, magari anche di impianti danneggiati dagli attacchi. Anche a guerra finita, le produzioni energetiche avranno tempi tecnici di ripartenza da rispettare. Secondo alcune analisi il prezzo del petrolio non tornerà ai livelli di prima della guerra prima del prossimo anno.

I primi paesi colpiti dall’interruzione delle forniture sono quelli che più dipendono dal petrolio che arriva dal golfo Persico. Il 75 per cento del petrolio che passa di qui è diretto verso le grandi economie del continente asiatico, cioè Cina, India, Corea del Sud e Giappone: la Cina da sola ne importa il 38 per cento. I paesi europei e gli Stati Uniti ne importano poco, ma questo non vuol dire che non risentiranno della crisi.

I rischi per le forniture infatti hanno fatto aumentare notevolmente il prezzo del petrolio, che è lo stesso per tutto il mondo, a prescindere che se ne importi dai paesi del Golfo o no. Il mercato del petrolio è globale e al di là della questione delle forniture, pur alla base di tutta la crisi, quello che genera problemi è l’enorme rincaro della materia prima, che danneggia l’economia globale in vari modi.

Il primo è l’aumento del prezzo dei carburanti, che non riguarda solo chi ha una macchina. Costa di più fare rifornimento anche per i camion, cosa che fa aumentare il costo dei trasporti, e costano di più anche i carburanti a uso industriale, condizione che potrebbe far aumentare il costo di produrre la merce in sé: molte aziende si stanno già trovando davanti alla scelta di ridurre i loro servizi o le loro produzioni. Come si è visto con la guerra in Ucraina l’aumento del costo dell’energia produce a cascata un aumento generale del costo della vita, quindi genera inflazione (problema da cui peraltro non siamo ancora del tutto usciti).

L’effetto sui prezzi sarà più consistente quanto più un paese è ancora dipendente dal petrolio per la sua economia. Il grafico qui sotto, ripreso dal Wall Street Journal, mostra quanti barili di petrolio servono per produrre 1.000 dollari di Prodotto Interno Lordo, una misura di questa dipendenza.

Gli Stati Uniti sono ancora molto, molto dipendenti dal petrolio, e la guerra rischia dunque di fare molto male alla loro economia: e questo, va ribadito, anche se non hanno di fatto bisogno del petrolio dei paesi del Golfo. Nonostante la minore dipendenza dal petrolio, rischia comunque molto anche l’Unione Europea, che risente ancora della crisi energetica della guerra in Ucraina e ora deve affrontarne una seconda dopo quattro anni: peraltro i paesi europei rischiano anche di restare senza il gas dal Qatar.

Il secondo modo in cui una crisi petrolifera può far danni all’economia è una diretta conseguenza del primo, perché se aumentano i prezzi delle cose qualcuno se ne deve occupare: lo fanno le banche centrali, che manovrano i tassi di interesse per tenere sotto controllo i prezzi. L’ipotesi è che si verifichi di nuovo quello che è successo con la pandemia e la guerra in Ucraina, quando le banche centrali aumentarono moltissimo i tassi per contenere l’inflazione, rendendo più cari i mutui e in generale qualsiasi tipo di prestito.

Il terzo modo è di nuovo una conseguenza dei primi due, che hanno effetti nefasti per la vita delle persone, le quali vedono aumentare il costo di tutto, dalla benzina alla spesa al prestito per comprare una casa. Si crea dunque un clima di incertezza e timore per il futuro, che di solito spinge a cercare di ridurre i consumi e gli investimenti, col rischio di arrivare fino a una recessione dell’economia. Questa eventualità non si è verificata con la crisi energetica del 2022, ma non è detto che non si verifichi adesso per via dello stato attuale dell’economia.

Oggi le persone sono ancora assai segnate dal grande aumento del costo della vita degli ultimi anni: molte ancora non hanno recuperato lo stesso potere di acquisto di prima della guerra in Ucraina, soprattutto nei paesi europei e in Italia, e ora hanno a disposizione meno soldi per affrontare una nuova ondata di rincari.

Questa situazione rischia di essere ancora peggiore delle crisi petrolifere degli anni Settanta, che portarono a un’inflazione a doppia cifra e a severi razionamenti dell’energia. Come si vede dal grafico qui sotto, oggi il prezzo del petrolio non ha ancora raggiunto i livelli più alti di allora, ma la situazione dell’economia oggi è più traballante. E anche il mercato del petrolio e le sue implicazioni sono molto più grandi di allora.

Per tutte le ragioni spiegate fin qui il prezzo del petrolio è un parametro tenuto molto in considerazione da economisti e analisti, e da qui hanno origine le grandi preoccupazioni degli investitori sui mercati finanziari, che negli scorsi giorni hanno subìto gravi cali.

Non esiste una soglia esatta del prezzo del petrolio sopra la quale iniziano i danni. Secondo gli analisti la domanda di petrolio inizia a ridursi quando il prezzo arriva tra i 110 e i 120 dollari al barile. Anche la velocità dell’aumento è importante, perché rincari improvvisi sono emotivamente più destabilizzanti per i consumatori, che possono reagire più negativamente rispetto a un aumento graduale.

All’inizio dell’anno le principali quotazioni del petrolio erano intorno ai 60 dollari al barile, il giorno prima dell’inizio della guerra erano a poco meno di 70: ora sono nell’intorno dei 90 dollari al barile, ma in questi giorni i prezzi sono arrivati anche vicino ai 120.

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