Perché il prezzo della benzina è già aumentato

I carburanti nei distributori sono stati acquistati prima della guerra, eppure i rincari si sono visti subito, tra le solite accuse di speculazione

Un distributore di Roma, nel 2023 (Cecilia Fabiano/LaPresse)
Un distributore di Roma, nel 2023 (Cecilia Fabiano/LaPresse)
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Dopo poco più di una settimana dall’inizio della guerra in Medio Oriente, il grande rialzo delle quotazioni del petrolio ha già fatto aumentare i prezzi dei carburanti ai distributori: secondo i principali siti specializzati la benzina è aumentata mediamente di 7 centesimi al litro, mentre il diesel di circa 10. Questi rincari hanno già innescato le prime ipotesi di speculazione da parte delle aziende energetiche, promosse soprattutto dal governo, e le consuete polemiche su come sia possibile che l’aumento del prezzo del petrolio si trasmetta con questa velocità al consumatore finale.

È una pratica commerciale delle aziende energetiche che risulta particolarmente odiosa ai consumatori finali, che si rendono conto che quando le quotazioni del petrolio aumentano i prezzi alla pompa rincarano quasi subito, mentre quando le quotazioni del petrolio scendono serve di solito parecchio tempo prima che questa riduzione si veda anche al distributore. È un meccanismo che in economia si chiama trasmissione asimmetrica dei prezzi, e che con una metafora molto efficace viene anche definito “razzo e piuma”: gli aumenti colpiscono i consumatori finali con la velocità di un razzo, mentre le riduzioni del prezzo arrivano al mercato lente come una piuma.

Il meccanismo è molto semplice: aumentando il prezzo della materia prima per produrre i carburanti, lo stesso prezzo dei carburanti aumenta. I distributori però stanno vendendo carburanti prodotti con petrolio meno caro, acquistato quando ancora la guerra non era iniziata, eppure questo non influisce: far salire il prezzo al distributore prima ancora di produrre carburanti col petrolio rincarato è una scelta commerciale delle aziende energetiche per tutelarsi dall’aumento futuro del costo di produzione, e dal fatto che probabilmente stanno già comprando materia prima con le quotazioni in salita.

Quando poi il prezzo scende solitamente serve tempo prima che il calo arrivi anche dal distributore. Le aziende infatti non vogliono svendere i loro carburanti prodotti con le quotazioni alte del petrolio, e quindi solitamente passa diverso tempo prima di finire tutte le scorte: tempo che è tanto più lungo quanto più duraturo è stato il periodo di rialzi delle quotazioni del petrolio. A questo si aggiunge il fatto che il trasporto del carburante per arrivare dal distributore nello stesso periodo di tempo è stato più costoso, proprio per il rincaro degli stessi carburanti.

(Cecilia Fabiano/LaPresse)

È questo il meccanismo dietro ciò che in questi periodi viene spesso definito “speculazione”. Nel breve è evidente che le aziende dell’energia ci guadagnano, e ottengono un margine di profitto superiore proprio grazie al fatto che anticipano il rincaro dei carburanti. Nel lungo periodo la differenza si attenua, e gli economisti sono generalmente concordi nel sostenere che alla lunga gli aumenti e i cali si compensino quasi del tutto.

In Italia poi il problema è particolarmente sentito perché il prezzo dei carburanti fa presto ad arrivare a livelli insostenibili, dato che è cronicamente aggravato da una tassazione molto pesante, soprattutto su benzina e diesel per i consumatori comuni (chi fa trasporto per professione ha invece qualche agevolazione). Gli ultimi dati del monitoraggio del ministero dell’Ambiente, che non tengono ancora conto dei rincari degli ultimi giorni, mostrano che su un litro di benzina pesa il 58 per cento di tasse (la parte in rosso del grafico), composto dal 40 per cento di accise e dal 18 per cento di IVA.

Le accise sui carburanti sono imposte di importo fisso che gravano su ogni litro di carburante venduto: l’Italia è il paese dell’Unione Europea che applica le accise più alte sul diesel e il secondo per quelle sulla benzina (dopo i Paesi Bassi). In Italia si parla da sempre di come le accise su benzina e diesel siano particolarmente alte e di come sarebbe necessario abbassarle per far sì che i prezzi dei carburanti scendano.

Concretamente però sono difficili da ridurre e anzi negli anni sono state aumentate, sia perché garantiscono allo Stato un gettito molto elevato e a cui sarebbe difficile rinunciare, sia perché hanno il ruolo di scoraggiare il consumo eccessivo di combustibili fossili, tra i principali responsabili delle emissioni inquinanti e quindi del riscaldamento globale.

Anche l’attuale governo le ha aumentate, nonostante quella di ridurre le accise fosse una storica battaglia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del suo partito, che quando erano all’opposizione hanno fatto campagne anche molto agguerrite contro i governi di turno. Per salvare in certa misura le apparenze, i partiti al governo hanno sempre alimentato un clima di sospetto verso le aziende energetiche e i distributori, costantemente accusati di speculare anche sul minimo rialzo del prezzo del petrolio, pure quando l’aumento dei carburanti fu innescato dal rialzo delle accise deciso proprio da loro.

È successo in modo eclatante durante la crisi energetica del 2022 e 2023 e sta succedendo anche adesso, con il governo che ha imposto alla Guardia di Finanza controlli rafforzati sui margini dei distributori. La differenza rispetto a tre anni fa è che nel frattempo il governo ha introdotto alcuni correttivi che in teoria dovrebbero far scattare in automatico riduzioni delle accise per calmierare rincari dei carburanti particolarmente gravosi.

È il meccanismo delle cosiddette «accise mobili», e il problema è che è molto, molto lento a reagire agli aumenti di mercato: prevede una riduzione temporanea delle accise solo quando i prezzi medi degli ultimi due mesi sono più alti rispetto alla media dell’anno precedente. Quindi si attiva solo se gli aumenti sono talmente ampi e duraturi da intaccare la media di un bimestre, mentre non è adeguato per fronteggiare rincari repentini come quelli di questi giorni. Proprio per questo il governo dice di stare lavorando a un decreto apposta per modificarne i parametri: il Consiglio dei ministri in cui se ne dovrebbe discutere è in programma per domani, martedì 10 marzo.

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