Uscire da Cuba è ancora più difficile di prima
Negli ultimi cinque anni l'ha fatto un quarto della popolazione, ma proprio ora che la situazione continua a peggiorare tutte le vie sembrano chiuse
di Valerio Clari

Donatien è al quarto anno di ingegneria e studia all’Avana, la capitale di Cuba. Dice che il suo piano è finire l’università e poi raggiungere il fratello emigrato in Spagna, con una pratica di ricongiungimento familiare. Sayly invece ha lasciato Cuba quasi trent’anni fa e vive in Germania. Ci torna ora per una breve visita ma vorrebbe rientrare definitivamente, quando «cambieranno le cose». Dice che sarebbe il momento di comprare casa sull’isola, perché in molti stanno vendendo e ora costano poco, ma è «tutto troppo incerto, Cuba è un paese senza leggi sicure».
Negli ultimi decenni da Cuba sono partiti in molti, e i flussi sono diventati ancora più intensi negli ultimi anni: dal 2020 se ne sono andate oltre due milioni e mezzo di persone, un quarto del totale.
Molti altri vorrebbero partire, ma non hanno risorse sufficienti per farlo oppure non ci riescono. Da alcune settimane emigrare è diventato più difficile, proprio nel momento in cui la crisi economica e sociale che dura da anni si è ulteriormente aggravata. Il blocco dei rifornimenti di petrolio, imposto dagli Stati Uniti a inizio gennaio e solo parzialmente allentato negli ultimi giorni, aggiunge una nuova carenza a quelle ormai strutturali dell’isola: corrente elettrica, medicine, soldi e spesso acqua corrente.

Il Malecón dell’Avana, il 19 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
Donatien, Sayly e le altre persone persone cubane con cui ha parlato Il Post per questo articolo preferiscono non essere citate con il loro nome completo. Nonostante a Cuba le critiche all’attuale situazione e alla gestione del governo siano frequenti e piuttosto aperte, esiste il rischio di avere problemi per le opinioni espresse. Va chiarito anche un altro punto: la situazione attuale è il risultato di politiche inefficienti ed errate del regime comunista, ma anche di sessant’anni di embargo statunitense, che in diverse fasi, con varie intensità, hanno enormemente condizionato l’economia e la società cubana.
Fino al 2013 per lasciare Cuba serviva un “permesso di uscita”, chiamato anche tarjeta blanca, che per decenni il regime ha concesso raramente, con molte difficoltà e solo in fasi in cui voleva alleggerire la pressione interna: perlopiù cercava di controllare e impedire l’emigrazione. Dal 2013 per iniziativa di Raúl Castro, fratello e successore di Fidél, il permesso di uscita è stato abolito. Il problema è diventato trovare i soldi per il viaggio e paesi che concedessero un visto di ingresso.
Negli ultimi cinque anni c’è stato un esodo soprattutto dei più giovani e istruiti: il 68 per cento di chi è partito ha meno di 40 anni, il 20 per cento sono professionisti o tecnici qualificati. Andarsene è stata spesso la risposta obbligata all’impossibilità di immaginare un futuro diverso, meno subordinato alle necessità di sopravvivenza quotidiana.
I numeri ufficiali, quelli del governo, sono un po’ più bassi e stimano che dal 2015 la popolazione sia diminuita di poco più del 13 per cento. Invece il demografo cubano Juan Carlos Albizu-Campos, che vive all’Avana, ritiene che siano partiti in 2,7 milioni negli ultimi cinque anni e 800mila solo nel 2024, su una popolazione totale di circa 10 milioni. Sono dati più coerenti anche con le cifre ufficiali dei paesi di ingresso e confermati da un calo consistente delle nascite sull’isola, che nel 2024 sono scese sotto le 80mila, il dato più basso dal 1959.
Nel 2026 è previsto un nuovo censimento ufficiale, che potrebbe confermare anche il progressivo invecchiamento della popolazione e lo spopolamento delle zone rurali. Non è chiaro se il governo voglia rimandarlo. Anche senza la certificazione dei numeri, il declino demografico è già un problema per quasi tutti i settori produttivi, che si trovano con meno manodopera. Il governo vorrebbe aumentare la produttività di chi resta e lavora, che è oggettivamente bassa dopo decenni di comunismo, poca meritocrazia e stipendi bassi. Sui molti cartelloni politici in giro per Cuba, insieme alle frasi storiche di Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara, c’è uno slogan ricorrente dell’attuale presidente Miguel Díaz-Canel: «Lavorare di più e meglio».
Le crescenti difficoltà per lasciare l’isola sono legate alla decisione del Nicaragua di non accettare più l’ingresso di cubani senza visto: a differenza di prima, dall’8 febbraio ne serve uno per entrare nel paese. Dal Nicaragua negli ultimi anni passavano un po’ tutti quelli che volevano emigrare, soprattutto verso gli Stati Uniti. Arrivavano lì e poi seguivano la “ruta de lo coyotes” che attraverso Honduras e Guatemala risaliva fino al confine tra il Messico e il sud degli Stati Uniti. La “strada dei coyote” prende il nome dal modo con cui in America Latina sono noti i trafficanti, le persone che trasportano o accompagnano i migranti: coyotes, appunto.
Durante i quattro anni di Joe Biden come presidente degli Stati Uniti, tra il 2021 e l’inizio del 2025, i cubani si presentavano alla frontiera, aspettavano un appuntamento con le agenzie per l’immigrazione e potevano ottenere un permesso di entrata. Il suo successore Donald Trump ha chiuso questa possibilità, e dal Nicaragua i cubani hanno iniziato ad andare altrove: principalmente in Messico, in Brasile e in Uruguay. Ora però le vie sembrano tutte chiuse.

L’ingresso di una vecchia farmacia trasformata in un museo a Matanzas, il 20 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
Belkis vive a Matanzas, 100 chilometri a est dell’Avana, e dice che la quantità di persone emigrate è «incredibile, ognuno di noi ne ha salutati a decine». Nel suo caso la sorella, due nipoti e uno zio, per limitarsi ai familiari più stretti. È una situazione comune: parlando con i cubani, tutti hanno un parente all’estero. Lo rivendicano con un po’ di tristezza, ricordando persone care che ormai vedono solo attraverso lo schermo di un telefono o in occasioni molto rare. Ma anche con orgoglio e soddisfazione, perché spesso sono proprio le persone emigrate a reggere l’economia familiare.
Dall’estero arrivano soldi che servono per sopravvivere, magari per comprare un generatore che permetta di avere la corrente per più di qualche ora al giorno, o per fare investimenti che portino altri soldi, come quelli nel turismo: allestire una casa per ospitare gli stranieri, comprare un’auto o un mezzo elettrico per lavorare come tassisti, prendere delle biciclette e affittarle. Si stima che un terzo dei cubani riceva qualche forma di aiuto economico dall’estero.
Spesso i soldi di parenti e amici emigrati servivano anche per organizzare la propria partenza, una procedura complessa e cara: per arrivare negli Stati Uniti servivano più o meno 10mila dollari, fra voli aerei, soldi per i coyote, successivi trasporti e spese per sostenersi in un viaggio che poteva durare mesi. Quando non c’è un parente generoso, per partire spesso si finisce per vendere tutto ciò che si possiede: auto, moto, dispositivi elettronici, mobili e soprattutto case. È il motivo per cui sul mercato ce ne sono molte, con conseguente calo dei prezzi.
Leonardo Padura, scrittore cubano che continua a vivere all’Avana, nel suo ultimo romanzo “Come polvere nel vento” racconta gli effetti di questo esodo su varie generazioni di cubani e le storie di chi va e di chi resta. Dice: «Se n’è andato chi ha potuto, non chi voleva. In un paese in cui la possibilità di manifestare il malcontento è molto limitata, la migrazione è stata una via di fuga, una risposta personale a un problema sociale». Pensa che se questa soluzione sarà bloccata (al momento il flusso sembra essersi molto ridotto), le ripercussioni sociali potrebbero essere consistenti.
In Europa la principale destinazione dei cubani è la Spagna. Nel 2022 il governo di Pedro Sánchez approvò la legge di Memoria democratica, che concede la cittadinanza spagnola a figli e nipoti di persone che fuggirono dal paese durante la dittatura di Francisco Franco. Un buon numero si trasferì anche a Cuba, e ora i loro discendenti possono ottenere la cittadinanza.
L’altra via praticabile, in Spagna come altrove, è quella del ricongiungimento familiare. I cubani figli, padri, madri, sorelle, fratelli di una persona emigrata possono raggiungerla legalmente, ma anche questo è complicato: servono i soldi per il volo e per le pratiche, e una rete di assistenza all’arrivo. Di recente l’amministrazione statunitense ha bloccato anche i ricongiungimenti, per una fase di “revisione” di tutti i permessi di soggiorno concessi. Sta anche espellendo un numero crescente di cubani, spesso entrati senza documenti decine di anni fa: alcuni non avevano mai regolarizzato la loro posizione ma avevano una vita per molti aspetti normale, con un lavoro e una famiglia.

Un pescatore a Matanzas e sullo sfondo due edifici con enormi murales con le bandiere di Cuba e del gruppo “26 julio”, che condusse la lotta armata contro la dittatura di Fulgencio Batista (Valerio Clari/il Post)
All’ambasciata italiana dell’Avana, nel quartiere Miramar, in un giovedì di febbraio non c’erano grandi code, e le persone che chiedevano informazioni per un visto erano poche. I funzionari raccontavano che negli ultimi mesi le richieste per un certo tempo sono paradossalmente scese, per poi risalire, ma senza dati eccezionali.
Per qualche anno, a partire dal 2022, si era aperta anche una sorta di rotta balcanica per i cittadini cubani, che possono entrare anche in Serbia e Montenegro senza visto: da lì organizzazioni criminali garantivano un passaggio verso l’Europa occidentale. Questa “via” si è perlopiù chiusa, per operazioni di polizia, meno tolleranza da parte dei governi europei e maggiori controlli sul resto del viaggio.
A Cuba invece parlano degli anni delle amministrazioni statunitensi di Barack Obama (2009-2017) come di una specie di “età dell’oro”: le aperture dei suoi governi avevano permesso investimenti economici sull’isola da parte di imprese statunitensi, l’arrivo di turisti, l’avvio di scambi in ambito economico, culturale, sportivo e accademico. Ottenere un visto era più semplice e molti cubani andavano negli Stati Uniti. Ma poi spesso tornavano sull’isola, in un momento in cui sembrava che le cose potessero davvero cambiare, grazie anche all’apertura all’iniziativa privata decisa da Raúl Castro. I cambiamenti erano unicamente sul fronte economico, ma a Cuba, anche oggi, la maggioranza delle persone dice che basterebbero quelli.
Le cose poi sono cambiate: Trump già nel primo mandato (2017-2021) ha reintrodotto blocchi e sanzioni, mantenute da Biden, e gli enormi ed eccessivi investimenti dello stato cubano nel settore del turismo non sono mai stati ripagati. Oggi giganteschi alberghi all’Avana e a Varadero sono perlopiù vuoti. Alcuni sono proprio chiusi, circondati da immondizia e in rapido disfacimento.



