Chi vuole cosa nella guerra in Medio Oriente
Per il regime iraniano è una questione di sopravvivenza: per tutti gli altri mettere in ordine gli obiettivi è più complicato

La guerra in Medio Oriente coinvolge molti paesi, ciascuno con obiettivi diversi: da un lato ci sono gli Stati Uniti e Israele, che apparentemente vogliono la stessa cosa ma in realtà non proprio. Poi c’è l’Iran, il cui regime sta cercando di sopravvivere all’aggressione, attaccando Israele e i paesi del Golfo, che stanno ancora valutando se e come rispondere. Proviamo a capire quali sono gli obiettivi, uno per uno.
– Leggi anche: Leggi il liveblog sulla guerra con tutte le notizie
L’amministrazione statunitense
Il settimanale New Yorker qualche giorno fa ha pubblicato un articolo intitolato: «Donald Trump può vincere una guerra se non riesce nemmeno a spiegare perché l’ha iniziata?». Il titolo dice molto: gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l’Iran senza un obiettivo preciso e senza un piano per raggiungerlo.
Nei primi giorni di guerra si era parlato della possibilità che gli Stati Uniti adottassero la strategia del “regime change”, cioè di imporre all’Iran un cambio completo di regime. Questo è risultato rapidamente improbabile, e si è cominciato a parlare di «decapitation strike», attacco di decapitazione: l’idea è che gli Stati Uniti vogliano uccidere nei bombardamenti la leadership del regime, per imporre successivi cambiamenti politici, ma senza una strategia di cambio totale.
Trump, in un’intervista questa settimana, ha detto che per lui «quello che abbiamo fatto in Venezuela sarebbe lo scenario perfetto». In Venezuela, a gennaio, dopo aver attaccato il paese gli Stati Uniti hanno catturato il presidente Nicolás Maduro, ma hanno mantenuto in piedi il grosso del regime che lo sosteneva. Il nuovo regime ha accettato di collaborare con gli Stati Uniti. Trump ha aggiunto: «Hanno mantenuto tutti il lavoro tranne due persone», cioè Maduro e sua moglie, anche lei catturata. Il regime iraniano però è molto più solido e profondo, e anche la mossa Venezuela sembra complicata.
– Leggi anche: I due approcci alla guerra di Trump

Donald Trump durante un comizio, 27 febbraio 2026 (AP Photo/Matt Rourke)
Il governo israeliano
Pubblicamente, il primo ministro Benjamin Netanyahu dice che Israele sta bombardando l’Iran assieme agli Stati Uniti per garantire al popolo iraniano un futuro migliore: «Creeremo le condizioni per consentire al popolo iraniano di prendere il controllo del loro destino e formare un governo democraticamente eletto», ha detto questa settimana. Dichiarazioni di questo tipo sono più di facciata che reali. Netanyahu in realtà è sempre stato molto chiaro nel considerare l’Iran la principale minaccia per la sicurezza di Israele, che per questo – dice – deve essere neutralizzata.
Netanyahu sostiene che l’Iran fosse molto vicino a ottenere una bomba atomica (cosa però non confermata, anzi: si ritiene che l’Iran sia ancora piuttosto lontano).
L’Iran inoltre è a capo del cosiddetto “asse della Resistenza”, un insieme di gruppi non statali e milizie che negli anni hanno minacciato e attaccato più volte Israele, con il sostegno dell’Iran. Tra questi ci sono Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen. Negli ultimi due anni e mezzo i membri dell’asse sono stati tutti gravemente indeboliti dagli attacchi di Israele (e in più è crollato il regime siriano di Bashar al Assad, alleato dell’Iran).
Proprio perché l’approccio di Israele a questa guerra è dettato prima di tutto dalla propria sicurezza nazionale (o quanto meno da quella che viene percepita come tale), non è detto che il governo israeliano abbia davvero interesse a mantenere la stabilità dell’Iran.
Se dopo la guerra l’Iran mantenesse un governo forte e stabile, potrebbe continuare a minacciare Israele. Ma se l’Iran si trasformasse in uno stato fallito, debole e diviso, allora Israele avrebbe maggiore gioco a tenere sotto controllo l’eventuale minaccia, e magari ad attaccare nuovamente usando come scusa proprio l’instabilità. È possibile che, nonostante le dichiarazioni, Israele stia facendo una guerra di destabilizzazione, o che comunque consideri questa opzione.
– Ascolta Globo: Lo speciale sulla guerra in Iran
Il regime iraniano
Il regime iraniano ha un solo obiettivo: sopravvivere. Per farlo deve guardarsi da due minacce: quella esterna, costituita dagli attacchi di Stati Uniti e Israele, e quella interna, costituita da una popolazione che a larga maggioranza vuole rovesciarlo. L’Iran ha pochi mezzi per difendersi dai bombardamenti statunitensi e israeliani, e quindi sta contrattaccando. Sta bombardando Israele, ma non solo: sta colpendo con missili e droni gli stati del golfo Persico – Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – e questa è la grossa novità di questa guerra.
Formalmente questi stati non hanno un ruolo nella guerra, anche se molti di loro sono alleati degli Stati Uniti e ospitano basi militari americane. Di fatto però sono diventati uno strumento per l’Iran: colpendo alcuni degli snodi petroliferi e commerciali più importanti del mondo, l’Iran spera di mettere pressione sull’economia mondiale, e dunque sugli Stati Uniti. Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio e del gas naturale è aumentato molto (anche se nelle ultime ore si è stabilizzato) e le borse mondiali sono in forte calo, proprio in seguito agli attacchi iraniani.
L’Iran vuole alzare così tanto il prezzo della guerra da costringere gli Stati Uniti a rinunciarci. Per ora non ci sta riuscendo, ma Trump è tradizionalmente molto sensibile all’andamento dei mercati: bisogna capire fino a che punto i disordini economici provocati dall’Iran potranno danneggiare direttamente gli Stati Uniti.
– Leggi anche: Perché l’Iran attacca obiettivi civili nei paesi del Golfo

Il lancio di un missile da una nave da guerra statunitense, 28 febbraio 2026 (U.S. Central Command via AP)
I governi del Golfo
Finora i governi dei paesi del Golfo hanno deciso di non rispondere agli attacchi iraniani. Quindi per ora non c’è molto che possano fare, se non difendersi dai bombardamenti sperando di non esaurire i propri sistemi di intercettazione, e condannare l’aggressione.
Molti di questi paesi negli ultimi anni hanno cercato di presentarsi al mondo come luoghi sicuri e stabili di affari, diplomazia e turismo. Entrare direttamente in guerra contro l’Iran significherebbe smentire questa immagine di sicurezza, e mettere in difficoltà l’economia del Golfo: se paesi come il Qatar o gli Emirati iniziano a essere percepiti come instabili e rischiosi, fare affari con loro diventa più difficile.
Le cose però potrebbero cambiare se l’Iran cominciasse ad attaccare con maggiore insistenza i giacimenti e le infrastrutture degli idrocarburi, gas e petrolio. In quel caso minaccerebbe direttamente la principale risorsa economica della regione, e i paesi del Golfo potrebbero essere costretti a rispondere.
– Leggi anche: A difendere Dubai ci sono anche gli influencer



