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  • Giovedì 5 marzo 2026

Quella copertina di Life

Daniel Sokatch, autore di "Parliamo di Israele", racconta come ha ricalibrato nel tempo i suoi sentimenti giovanili

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Daniel Sokatch, autore statunitense di Per parlare di Israele (Altrecose), alterna nel libro il racconto della storia di Israele, dei suoi successi e delle sue colpe, a riflessioni personali e autobiografiche sul suo rapporto conflittuale con quelle storie. Tra queste c’è lo sviluppo e la revisione dei suoi sentimenti nei confronti di una copertina della rivista americana Life del 1967.

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Ai tempi del college trovai la copia di una vecchia copertina di Life in una libreria dell’usato. Ne restai conquistato. La copertina sembrava condensare qualcosa di bello, di fiducioso, di innocente – e anche un po’ seducente – a proposito di Israele. Ritraeva un giovane soldato che si rinfrescava nelle acque d’Egitto dopo aver vinto quella che veniva definita la «guerra sorprendente», una guerra che Israele, per come la vedevo allora, non avrebbe nemmeno voluto combattere. Suscitò in me un senso di orgoglio per Israele e per la straordinaria svolta che la storia ebraica aveva preso solo pochi decenni dopo l’Olocausto. Fu d’ispirazione, con un tocco di romanticismo. Quello era un paese per cui volevo fare il tifo e di cui volevo innamorarmi. Quella copertina sembrava riassumere tutti questi sentimenti, e per anni l’ho tenuta appesa al muro.

Col tempo però ho cominciato ad avere più incertezze su quella foto. Crescendo, ho smesso di provare orgoglio o piacere per la guerra e la violenza, per quanto giustificabili o inevitabili. Mi sono sembrati sentimenti immaturi. Davvero. Mi sono sentito anche in colpa, solo per il fatto di averli provati.
Piano piano quella foto cominciò a rappresentare qualcosa di molto diverso. Perché il momento successivo a quello scatto, il momento in cui la guerra era terminata, era stato anche il momento in cui era cominciata l’occupazione dei territori palestinesi. Sessant’anni dopo Israele continua a decidere per milioni di palestinesi che non sono trattati con uguaglianza, non hanno libertà di movimento né diritti civili e non possono votare i governi israeliani che controllano le loro vite e decidono le loro sorti. E tutto per proteggere e mantenere gli insediamenti che Israele ha costruito in tutta la Cisgiordania in violazione del diritto internazionale.

Dal 1967 Israele continua a inviare i suoi figli all’IDF non solo come guardiani del paese contro le minacce esterne, ma anche come forze di un’occupazione militare che sta minando la democrazia israeliana, sempre di più: non puoi negare a milioni di persone i loro diritti fondamentali per più di mezzo secolo senza danneggiare permanentemente la tua stessa anima. Col passare degli anni, per me quella copertina di Life ha cominciato a rappresentare esattamente l’opposto di quello che esprimeva all’inizio, ma lo stesso non mi decidevo a toglierla dalla parete. C’era qualcosa in quell’immagine che continuava a disturbarmi, ma anche a suscitare la mia curiosità. Invece di una foto dell’Israele innocente all’alba di una nuova era, adesso la vedevo come una foto della fine dell’innocenza di Israele.

Qualche anno fa mi è venuto a trovare un amico israeliano, un attivista LGBTQ+ molto noto, che gestisce un’importante organizzazione per i diritti umani a Gerusalemme. Si è molto sorpreso di vedere quella copertina: conosceva bene quell’immagine, divenuta quasi iconica al tempo, ma era stupito di trovarla appesa nel mio studio. Perché proprio io, fra tutte le persone, avevo una fotografia che glorificava sia la potenza militare sia una concezione obsoleta della mascolinità israeliana, specialmente considerando che sapevo benissimo cos’era successo subito dopo quello scatto? Con un certo imbarazzo, gli ho raccontato la storia della mia complicata relazione con il soldato della foto.

Il mio amico è tornato a casa e poche settimane dopo ho ricevuto un pacchetto da Israele. All’interno c’era un biglietto da parte sua e la copia di una foto diversa, realizzata da un noto fotografo israeliano, Adi Nes.
Nes, che è gay, è celebre per una serie di foto intitolata Soldati, in cui reinterpreta immagini iconiche della mascolinità militare israeliana attraverso una lente omoerotica piacevolmente sovversiva. Tra queste, ha rielaborato anche l’immagine della copertina di Life.

La libertà suggerita dalla serie di Nes è già presente nella fotografia originale di Life. Senza quella prima immagine e tutto quello che rappresenta, Israele probabilmente sarebbe un paese in cui la seconda immagine – che simboleggia il desiderio israeliano di mettere in discussione, criticare e prendere in giro le proprie percezioni più sacre – non potrebbe nemmeno esistere. La reinterpretazione di Nes della copertina di Life mi ha offerto una nuova prospettiva per comprenderla, per mettermi in relazione con quell’immagine: adesso la vedo come un simbolo unicamente israeliano che evoca un tipo di orgoglio del tutto diverso, non per la potenza militare di Israele, ma per una cultura che promuove la riflessione su se stessa, l’autocritica e la satira, una cultura che consente molteplici modi di essere israeliani.
Adesso accanto all’immagine originale sulla mia parete è appesa una copia della versione di Nes.