A marzo aumenteranno un po’ gli stipendi

Per via degli sgravi fiscali introdotti dalla legge di bilancio, che però riguardano solo certe categorie di lavoratori

Operai al lavoro in una fabbrica del nord Italia (AP Photo/Antonio Calanni)
Operai al lavoro in una fabbrica del nord Italia (AP Photo/Antonio Calanni)
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A marzo alcuni lavoratori e lavoratrici noteranno stipendi netti leggermente più alti in busta paga, grazie a certi sgravi fiscali previsti dalla legge di bilancio approvata a dicembre. Riguardano la tassazione di favore che sarà applicata nel 2026 al lavoro festivo e notturno e agli aumenti previsti con i rinnovi dei contratti collettivi, solo per il settore privato. Sono misure piccole e temporanee, che valgono solo per quest’anno e prevedono aumenti nell’ordine di poche decine di euro al mese: non sono risolutive del problema degli stipendi cronicamente bassi, ma interessano comunque molti lavoratori.

Per la verità questi sgravi sono in vigore da gennaio, ma il calcolo di quanto dovuto è molto complicato e molte aziende hanno dunque atteso le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate su come applicarli. Le indicazioni sono arrivate solo nei giorni scorsi e stanno venendo incorporate nei software che preparano le buste paga. In gran parte dei casi a marzo si vedranno quindi gli importi aggiuntivi del mese, più gli arretrati di gennaio e febbraio. Le misure sono due, funzionano in modo distinto, e si vedranno anche due voci distinte in busta paga.

Una riguarda le indennità pagate per il lavoro su turni e per il lavoro festivo e notturno, che quasi tutti i contratti prevedono venga pagato di più rispetto a quello svolto nei giorni feriali: su questa parte di reddito si pagheranno meno tasse. Per esempio nel contratto del commercio è previsto che chi lavora durante un festivo, come la domenica o qualsiasi festività, abbia diritto a un pagamento aggiuntivo del 30 per cento rispetto alla retribuzione ordinaria: quindi se di solito si viene pagati 100 euro lordi al giorno, quando si lavora in un festivo si viene pagati 130.

La legge di bilancio prevede che quell’importo extra, i 30 euro nell’esempio sopra, venga tassato con un’imposta di favore in sostituzione delle normali aliquote IRPEF: le aliquote sono le percentuali applicate al reddito per calcolare quanto dovuto, e vanno dal 23 al 43 per cento a seconda di quanto si guadagna. Le somme dovute al lavoro festivo saranno ora tassate al 15 per cento solo per chi ha avuto un reddito complessivo inferiore a 40mila euro lordi nel 2025. Nell’esempio dei 30 euro: mentre prima un lavoratore che pagava il 23 per cento di imposte riceveva 23,1 euro netti, ora ne riceve 25,5.

Questa misura è stata già recepita dalla maggior parte delle aziende, che hanno iniziato a pagare di più questi importi già da gennaio. Nella maggior parte dei modelli di buste paga si vede una riga separata che indica lo sgravio.

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I problemi hanno interessato soprattutto la seconda misura, cioè la detassazione degli aumenti per i rinnovi contrattuali, su cui invece c’erano parecchi dubbi e per cui tutte le aziende e tutti i consulenti hanno aspettato i chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate.

Un commesso di un supermercato di Milano (LaPresse)

I rinnovi contrattuali sono la revisione negoziata da sindacati e datori di lavoro dei contratti collettivi nazionali (CCNL). I CCNL sono contratti standard, che regolano la quasi totalità dei rapporti di lavoro in Italia e che cambiano tra i diversi settori: c’è il contratto collettivo dei lavoratori del commercio, dei giornalisti, dei metalmeccanici, del turismo, e così via. Prevedono le condizioni di base, come gli orari di lavoro e gli stipendi.

I CCNL hanno una durata prestabilita, generalmente di tre anni, e alla scadenza vanno rinnovati nelle condizioni, tra cui proprio negli stipendi: il rinnovo dei contratti è la modalità principale con cui gli stipendi aumentano in Italia (anche se avvengono cronicamente in ritardo, e metà dei lavoratori dipendenti lavora con un contratto scaduto). Negli ultimi anni i rinnovi sono stati molto più frequenti e cospicui del solito perché c’era da tenere conto del grande aumento del costo della vita, e quindi bisognava far salire gli stipendi di conseguenza. Manca ancora un po’ per recuperare il potere d’acquisto perso.

Per questa ragione, ma solo per il 2026, il governo ha previsto una tassazione di favore del 5 per cento per gli aumenti di stipendio che si sono ottenuti tramite rinnovo del contratto collettivo: non vale quindi se si è negoziato un aumento col proprio datore di lavoro, ma solo se l’aumento è stato previsto a livello nazionale dal contratto della propria categoria. Lo sgravio è in vigore solo per chi nel 2025 ha avuto un reddito inferiore a 33mila euro lordi all’anno, e riguarda i rinnovi contrattuali che ci sono stati nel 2024 e nel 2025, e che ci saranno eventualmente nel 2026.

Se quindi il nuovo contratto prevede un aumento mensile di 100 euro lordi, questi 100 euro non saranno tassati con le normali aliquote IRPEF ma con un’imposta sostitutiva del 5 per cento: se prima erano tassati al 23 per cento e si ricevevano 77 euro netti, ora se ne ricevono 95. Nella pratica le cose non sono però così semplici.

Un artigiano in un laboratorio del vetro di Murano (AP Photo/Antonio Calanni)

I rinnovi contrattuali prevedono nella maggior parte dei casi aumenti in più tranche nel tempo, che complicano notevolmente il calcolo. Lo fa per esempio il contratto del commercio, uno di quelli più diffusi in Italia, e in questo caso quindi il datore di lavoro deve calcolare la somma su cui applicare l’imposta di favore sommando le tranche accumulate negli anni.

L’Agenzia delle Entrate ha portato l’esempio di un contratto collettivo rinnovato nel 2025, che prevede un aumento mensile di 200 euro lordi che arriva in tranche: 27 da giugno 2025, 53 da giugno 2026, 58 da giugno 2027 e 61 da giugno 2028. L’imposta di favore del 5 per cento si applica solo sugli stipendi del 2026 e in questo caso solo sulle rate mensili del 2025 e del 2026: saranno detassati 27 euro da gennaio a maggio del 2026, e poi 27 euro più 53 euro da giugno a dicembre 2026.

Anche in questo caso si vedrà una voce della busta paga che indicherà l’importo della detassazione.

Il calcolo è piuttosto complicato da automatizzare, dato che le cifre cambiano non solo a seconda dei contratti, ma anche dei livelli, alcune aziende fornitrici dei software hanno però fatto sapere che potrebbe volerci più tempo per arrivare al recepimento pieno, anche fino alla busta paga di aprile.

Per com’è stata ideata questa misura non solo è cervellotica e di difficile applicazione, ma rischia anche di essere iniqua. La detassazione avviene sui contratti rinnovati nell’ultimo triennio e, dato che la maggior parte prevede tranche scaglionate nel tempo, sono più agevolati i lavoratori i cui contratti sono stati rinnovati prima, mentre avranno somme più basse da detassare i lavoratori con contratti rinnovati solo di recente o che saranno rinnovati quest’anno.

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