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  • Sabato 28 febbraio 2026

Come siamo arrivati fin qui tra Stati Uniti, Iran e Israele

Tra la guerra dell'estate scorsa e gli attacchi di sabato ci sono stati mesi di pressioni e minacce: le proteste soffocate dal regime sono state lo snodo

Un aereo da guerra americano atterra sulla portaerei Abraham Lincoln, mandata da Trump in Medio Oriente, il 23 gennaio 2026
Un aereo da guerra americano atterra sulla portaerei Abraham Lincoln, mandata da Trump in Medio Oriente, il 23 gennaio 2026 (Mass Communication Specialist Seaman Daniel Kimmelman/U.S. Navy via AP)
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L’attacco iniziato sabato mattina stamattina è il secondo di Israele e Stati Uniti all’Iran in meno di un anno (il Post segue tutti gli aggiornamenti sulla guerra con questo liveblog). La guerra precedente era stata combattuta nel giugno del 2025, era durata 12 giorni e aveva avuto obiettivi molto più limitati. Gli Stati Uniti si erano uniti solo negli ultimi due giorni, chiarendo di non volere un conflitto prolungato. Stavolta è diverso.

Anche allora l’intervento era stato giustificato con la volontà di colpire il programma iraniano di arricchimento dell’uranio, che da sempre viene considerato una minaccia sia da Israele sia dagli Stati Uniti perché potrebbe dotare l’Iran di un’arma nucleare. I bombardamenti statunitensi si erano concentrati su tre siti nucleari (Fordo, Natanz e Isfahan), con bombe di profondità, e non si erano estesi alle città, al contrario di quanto sta succedendo ora. In quella guerra Israele aveva attaccato anche altre città e, ripetutamente, la capitale Teheran, compromettendone le difese antiaeree.

Uno dei bombardieri B-2 come quelli dell'attacco, il 22 giugno 2025 atterra alla base di Whiteman, negli Stati Uniti

Uno dei bombardieri B-2 come quelli dell’attacco, il 22 giugno 2025 atterra alla base di Whiteman, negli Stati Uniti (AP Photo/David Smith)

A giugno il presidente Donald Trump aveva sostenuto che il programma nucleare era stato «annientato». Di lì a poco i report preliminari dell’intelligence statunitense lo avevano contraddetto, concludendo che era stato solo rallentato perché il regime aveva spostato le scorte di uranio arricchito (quello con cui potenzialmente si può fare la bomba atomica).

A fine gennaio Trump aveva smentito se stesso, perché era tornato a chiedere al regime iraniano di smantellare il programma nucleare.

Nel corso dei mesi aveva accettato di riprendere i negoziati con l’Iran, seppur indiretti, anche se l’impressione di molti esperti è che Trump volesse imporre condizioni che il regime iraniano aveva sempre considerato inaccettabili. Non c’erano grandi speranze sulla riuscita dei negoziati, insomma, anche per un precedente: nel suo primo mandato da presidente, fu proprio Trump a far saltare uno storico accordo sul nucleare iraniano che era stato concluso dall’Iran, dagli Stati Uniti (allora il presidente era Barack Obama) e da diversi paesi europei. Trump ritirò gli Stati Uniti, unilateralmente, di fatto affossando quell’accordo.

– Leggi anche: L’avevamo trovato, un modo per risolvere pacificamente la questione del nucleare iraniano

Un’altra cosa che non è mai cambiata nel corso del tempo è la relazione molto stretta tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il primo ha spesso assecondato le richieste del secondo, soprattutto durante la guerra nella Striscia di Gaza, accettando violenze e massacri e non facendogli mai mancare il sostegno politico. Per Israele il programma nucleare iraniano è una minaccia alla sicurezza nazionale, una questione che è sempre stata prioritaria. E Israele non ha mai smesso di minacciare di bombardare l’Iran.

Un manifestante durante le proteste a Teheran, l'8 gennaio

Un manifestante durante le proteste a Teheran, l’8 gennaio (SalamPix/ABACAPRESS.COM)

Nello sviluppo delle relazioni tra i tre paesi un altro momento importante sono state le enormi proteste antiregime che si sono tenute in Iran a gennaio. In quei giorni inizialmente Trump aveva promesso di aiutare i manifestanti, poi però aveva preso tempo con un discorso fumoso: di fatto si era accontentato delle rassicurazioni del regime sul fatto che non fossero previste esecuzioni dei manifestanti condannati a morte, cioè sul motivo su cui si era concentrato lui stesso. Le proteste alla fine erano state represse dall’apparato di sicurezza iraniano con una brutalità senza precedenti, e si erano fermate.

Trump e Netanyahu le hanno considerate però un’occasione da sfruttare. Sabato, nei rispettivi messaggi sulla guerra in Iran, hanno entrambi invitato la popolazione iraniana a ribellarsi di nuovo per rovesciare il regime.

Donald Trump arriva all'aeroporto di West Palm Beach, in Florida, il 27 febbraio

Donald Trump arriva all’aeroporto di West Palm Beach, in Florida, il 27 febbraio (AP Photo/Matt Rourke)

Nell’ultimo mese gli Stati Uniti hanno ammassato mezzi militari in Medio Oriente, preparandosi all’attacco. Ufficialmente il dispiegamento serviva a mettere pressione al regime mentre erano in corso nuovi negoziati, per cui Trump aveva fissato scadenze altalenanti. In teoria gli incontri sarebbero dovuti proseguire la settimana prossima, a Vienna, dopo che giovedì i rappresentanti iraniani avevano proposto alcune concessioni, di cui difficilmente a questo punto si conoscerà il contenuto.

– Leggi anche: Stavolta l’obiettivo è rovesciare il regime in Iran

Venerdì Trump aveva detto di non essere soddisfatto dell’andamento delle trattative, che erano considerate l’ultima possibilità per sventare l’attacco, ma anche di non avere ancora deciso se ordinarlo. Poche ore dopo, nella notte statunitense, sono cominciate le operazioni.

In passato, come si era visto per l’accordo sul nucleare, Trump aveva dato prova di non fare tutto questo affidamento sulla diplomazia. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, neppure due mesi fa, è inoltre un precedente in cui Trump si è convinto che sia possibile rimuovere, o nel caso iraniano uccidere, una leadership ostile per sostituirla con una più accomodante.