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  • Giovedì 26 febbraio 2026

In Venezuela l’amnistia funziona alle condizioni del regime

Non vale per molti dei prigionieri politici ed è gestita dagli stessi funzionari che li avevano fatti incarcerare pretestuosamente

di Matteo Castellucci

Due donne seguono il dibattito parlamentare della legge sull'amnistia mentre aspettano fuori da un centro di detenzione a Caracas, lo scorso 12 febbraio
Due donne seguono il dibattito parlamentare della legge sull'amnistia mentre aspettano fuori da un centro di detenzione a Caracas, lo scorso 12 febbraio (AP Photo/Ariana Cubillos)

In Venezuela la legge sull’amnistia approvata la scorsa settimana sta avendo effetti limitati. Le ong hanno calcolato che dal 20 febbraio, quando la legge è stata promulgata, è stato scarcerato un centinaio di persone sulle oltre 800 detenute pretestuosamente nel paese, in larga parte prigionieri politici. L’amnistia è formulata in modo da non valere per oltre metà di loro e, anche nei casi in cui si applica, ha vari aspetti problematici.

Il giornalista venezuelano William Echeverria dice che la legge ha «reso vittime due volte» le famiglie dei prigionieri politici, «manipolando le loro emozioni» con false aspettative, come era successo con le prime scarcerazioni annunciate a gennaio e poi avvenute a singhiozzo. Echeverria, che oggi vive negli Stati Uniti, pensa che l’amnistia serva alla nuova presidente Delcy Rodríguez soprattutto per prendere tempo.

Significa mostrare all’amministrazione statunitense di Donald Trump che qualcosa sta cambiando, anche se non è proprio così: tutto è lento e avviene per gradi, volutamente. La ong Justicia, Encuentro y Perdón ha denunciato la discrasia tra gli annunci del regime e le liberazioni che non gli hanno ancora fatto seguito, e dice che i tribunali che dovrebbero valutarle sono «al collasso». Lo scorso gennaio l’amministrazione Trump ha catturato l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro con un’operazione militare, e ha grossa influenza sul governo di Rodríguez.

La presidente ad interim, Delcy Rodríguez, all'interno del palazzo presidenziale di Miraflores, il 19 febbraio (AP Photo/Ariana Cubillos)

La presidente ad interim, Delcy Rodríguez, all’interno del palazzo presidenziale di Miraflores, il 19 febbraio (AP Photo/Ariana Cubillos)

L’amnistia prevista dalla nuova legge non viene riconosciuta in automatico, al contrario di quanto succede di solito. Sono le singole persone a doversi rivolgere ai tribunali per chiedere che il loro caso sia esaminato. Il governo sta attivando una commissione speciale che in teoria dovrebbe esaminare le richieste entro 15 giorni. Questa procedura, gestita dal sistema giudiziario controllato dal regime, è una delle principali storture della legge.

«Per poter ottenere la libertà, i prigionieri devono appellarsi a quelli che considerano i loro carnefici», dice da Caracas Alí Daniels, direttore della ong Acceso a la Justicia. «Immagina di doverti rivolgere al giudice che ti ha condannato ingiustamente, che ti ha impedito di avere un avvocato o ha inventato un caso contro di te. È la definizione per eccellenza di conflitto di interessi».

– Leggi anche: In Venezuela tutto è come prima, e niente è come prima

Ci sono altre due questioni. La prima è che l’amnistia copre solo periodi e reati specifici, legati principalmente alla partecipazione a manifestazioni contro il governo. Chi ci andava spesso veniva punito con altre accuse, o incarcerato senza bisogno di formularne. Il regime ha perseguitato gli oppositori accusandoli di terrorismo, incitamento all’odio, crimini informatici: reati esclusi dall’amnistia, che tra l’altro non vale per sindacalisti e militari. Per questo Daniels parla di un’amnistia «selettiva, e dunque discriminatoria».

Una donna accampata fuori dalla sede della polizia a Caracas, il 23 febbraio

Una donna accampata fuori dalla sede della polizia a Caracas, il 23 febbraio (EPA/RONALD PENA)

La seconda questione è che l’apparato repressivo del regime è ancora operativo, incluse le leggi contro i reati d’opinione. Anche se in questi giorni stanno venendo liberate decine di persone, persiste la minaccia di essere di nuovo incarcerati per le stesse ragioni, negli stessi posti. La presidente Rodríguez ha annunciato la chiusura dell’Helicoide, il carcere più famoso di Caracas e del Venezuela, ma resta attiva una novantina di strutture analoghe, molte clandestine, con condizioni di detenzione durissime.

Il dualismo tra i segnali di distensione, come l’amnistia, e la permanenza al potere della classe dirigente responsabile di una decennale oppressione aumenta l’incertezza tra gli abitanti. «Più che una misura strutturale, l’amnistia sembra uno strumento di negoziazione politica», dice Edgar Cárdenas, segretario generale del Colegio Nacional de Periodistas (l’associazione nazionale dei giornalisti) di Caracas.

Il caso dei giornalisti fa capire come funziona – o non funziona – l’amnistia. La maggioranza è stata incarcerata per motivi politici, la loro detenzione era illegale fin dal principio. Cárdenas dice che «la legge li tratta come una sorta di “delinquenti perdonati” che esercitavano la professione giornalistica». Cioè mette in secondo piano il loro lavoro, che però è la ragione precisa per cui erano stati arrestati, spesso come forma d’intimidazione.

Una donna in attesa per il rilascio del marito fuori da un centro di detenzione di Caracas, il 14 febbraio

Una donna in attesa per il rilascio del marito fuori da un centro di detenzione di Caracas, il 14 febbraio (AP Photo/Ariana Cubillos)

Il regime ha un atteggiamento ambivalente verso i media, che a loro volta stanno faticando a raccapezzarsi. Hanno potuto riaprire alcune trasmissioni che erano state chiuse dal governo di Maduro, ma poi quello di Rodríguez ne ha sospese altre. I media stanno cercando di capire se ci sono spiragli nella censura, testando con cautela la possibilità di parlare di temi che finora venivano trattati quasi solo dai giornalisti all’estero.

Per esempio, annunciando l’amnistia il regime ha detto che almeno 11mila persone erano sottoposte a misure alternative al carcere: anche se probabilmente è un dato sottostimato, non era mai stato diffuso ufficialmente.

Anche le persone stanno cominciando a parlare in modo un po’ più libero. In un regime così autoritario come quello di Maduro, la prassi era (e spesso è ancora) usare eufemismi per paura delle ripercussioni. A inizio gennaio non si parlava apertamente della cattura di Maduro, ma ci si chiedeva sei ottimista sul futuro?, oppure María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana, raramente viene chiamata per nome, ma quando si dice la leader tutti sanno di chi si parla. «Si evitano i riferimenti concreti, c’è gente che è stata arrestata per aver detto che c’erano buche in strada», dice Daniels della ong Acceso a la Justicia. Da quanto ha visto, anche questo sta timidamente cambiando.