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  • Martedì 24 febbraio 2026

Nessun paese africano ha vinto una medaglia alle Olimpiadi invernali

Nemmeno questa volta, e mai ci è andato vicino: le ragioni sono note ed evidenti, ma qualcosina si sta muovendo

di Valerio Moggia

Shannon Abeda il 14 febbraio a Bormio (Sean M. Haffey/Getty Images)
Shannon Abeda il 14 febbraio a Bormio (Sean M. Haffey/Getty Images)

Prima di Milano Cortina né l’America del Sud né l’Africa avevano mai vinto una medaglia alle Olimpiadi invernali. L’America del Sud ci è riuscita grazie all’oro vinto nello slalom dallo sciatore brasiliano Lucas Pinheiro Braathen. Ancora oggi, invece, nessun paese africano ha mai vinto una medaglia alle Olimpiadi invernali, e nemmeno ci è andato vicino.

Ma la globalizzazione dello sport, anche di certi sport invernali, potrebbe cambiare qualcosa, intanto nel numero di partecipanti e poi magari anche nei risultati. A Milano Cortina i paesi africani hanno portato più atleti e atlete rispetto a ogni altra edizione delle Olimpiadi invernali: sono stati in tutto 14, da otto paesi. Anche questa volta perlopiù atleti nati o cresciuti in Europa o in Nordamerica, ma che hanno scelto di gareggiare per i paesi d’origine dei genitori. È il caso del fondista nigeriano Samuel Ikpefan, che vive sulle Alpi francesi, oppure di Pietro Tranchina, sciatore nato e cresciuto in Piemonte, che alle Olimpiadi ha gareggiato per il Marocco.

Samuel Ikpefan il 6 febbraio a Predazzo (Maddie Meyer/Getty Images)

Il paese africano più rappresentato a Milano Cortina è stato il Sudafrica, con 5 atleti. Nel 1960 la delegazione sudafricana era stata la prima di sempre di un paese africano alle Olimpiadi invernali: aveva portato una squadra di 4 persone, tutte nel pattinaggio. Erano però gli anni dell’apartheid, ed erano quindi tutti atleti bianchi. Proprio per l’apartheid tra il 1964 e il 1988 il paese fu sospeso dal CIO, e quindi dalle Olimpiadi.

Nonostante l’apartheid sia stato abolito all’inizio degli anni Novanta, negli sport invernali, così come in molti altri contesti della società sudafricana, esiste ancora una netta divisione razziale: in tutta la sua storia il Sudafrica ha avuto alle Olimpiadi invernali solo atleti bianchi. Questo avviene per ragioni culturali ed economiche, dato che gli sport invernali sono generalmente più costosi ed elitari, e spesso per allenarsi è necessario andare o vivere in Europa. Lo dimostra il caso del fondista Matthew Smith: imprenditore del settore tecnologico, e ora atleta olimpico, che vive però in Norvegia.

Com’è facile intuire, gli sport invernali non hanno una grande tradizione in Africa, principalmente per ragioni climatiche e geografiche. Esistono poche montagne abbastanza alte da poter ospitare strutture adeguate, e il loro mantenimento ha costi che i governi non possono o non vogliono sostenere, anche visti i pochi praticanti.

In tutta l’Africa ci sono solo una decina di resort sciistici, principalmente in Marocco e in Algeria: sono appena due le strutture nell’Africa subsahariana, l’Afriski nel Lesotho e il Tiffindell Ski Resort in Sudafrica.

Ma non è solo questione di neve e montagne, ci sono paesi in grado di eccellere – o comunque competere con regolarità – negli sport invernali pur senza montagne innevate. È noto l’esempio della squadra giamaicana di bob e ci sono paesi che vanno benissimo pur senza montagne (come i Paesi Bassi, che hanno ottenuto tutte le loro medaglie di Milano Cortina sul ghiaccio, in palazzetti coperti) o che se la cavano egregiamente pur stando nell’emisfero sud: è il caso dell’Australia, che a Milano Cortina ha ottenuto sei medaglie, tutte nello snowboard e nel pattinaggio di figura.

In Africa non mancano solo gli impianti sciistici, quasi sempre e quasi ovunque mancano anzitutto fondi, interessi e impianti necessari a emergere in certi sport invernali. A Durban, in Sudafrica, c’è un palaghiaccio inaugurato nel 2015; e a inizio anno ne è stato inaugurato a Rabat, in Marocco, uno nuovo per l’hockey su ghiaccio.

Proprio il Marocco, grazie al fatto di avere una delle principali catene montuose africane, quella dell’Atlante, ha una discreta tradizione nello sci. Nel 1968 fu il secondo paese africano a partecipare alle Olimpiadi invernali, dove si presentò con cinque sciatori. Da allora in nove edizioni ha partecipato solo nello sci, raggiungendo il suo miglior risultato a Sarajevo 1984 con Ahmad Ouachit, 38° nello slalom maschile. Molti e molte ricorderanno inoltre lo sciatore marocchino alle Olimpiadi del 1992 reso popolare in Italia da un video della Gialappa’s Band, che evidenziava come i criteri per l’ammissione di certi atleti alle Olimpiadi fossero evidentemente da rivedere.

Alle Olimpiadi invernali hanno partecipato in tutto 17 paesi africani, due dei quali – Guinea-Bissau e Benin – hanno debuttato proprio a Milano Cortina, rispettivamente con gli slalomisti Winston Tang, nato nello Utah e con origini in parte taiwanesi, e Nathan Tchibozo, nato e cresciuto in Francia.

Winston Tang il 16 febbraio a Bormio (Christian Petersen/Getty Images)

Lo sci alpino e lo sci di fondo, meno costosi e più accessibili rispetto a molti altri sport invernali, sono di gran lunga gli sport più partecipati dagli atleti di paesi africani: 64 dei 78 atleti africani presenti alle Olimpiadi invernali hanno gareggiato nello sci alpino o nello sci di fondo. Tra loro c’erano anche l’eritreo-canadese Shannon Abeda e la franco-malgascia Mialitiana Clerc, entrambi piuttosto noti nei rispettivi paesi.

Oltre lo sci, a Milano Cortina i paesi e gli atleti africani si sono visti poco, e mai in sport o competizioni di squadra. Il Sudafrica ha avuto delle presenze nel pattinaggio di figura, nello short track e nello skeleton. In passato Ghana e Nigeria avevano avuto atleti e atlete nello skeleton.

La squadra nigeriana femminile di bob alle Olimpiadi del 2018 (Alexander Hassenstein/Getty Images)

Sempre nel 2018, la Nigeria aveva ottenuto un altro piccolo traguardo con la sua squadra femminile di bob a due, la prima presenza dell’Africa in questo sport. Seun Adigun, Akuoma Omeoga e Ngozi Onwumere (si gareggia in due per volta, ma c’è una riserva) erano tutte e tre nate e cresciute negli Stati Uniti e con un passato nell’atletica leggera, e terminarono al 19esimo e ultimo posto. Paradossalmente, fu la volta in cui un paese africano andò più vicino al podio nell’intera storia delle Olimpiadi invernali.