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  • Domenica 22 febbraio 2026

I fumi tossici delle fonderie di Salerno

Da anni molti cittadini denunciano morti e malattie provocate dalla fabbrica, e ora la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dato loro ragione

di Angelo Mastrandrea

L'ingresso principale delle Fonderie Pisano, a Salerno (Angelo Mastrandrea/il Post)
L'ingresso principale delle Fonderie Pisano, a Salerno (Angelo Mastrandrea/il Post)

Da anni gli abitanti della periferia di Salerno, in Campania, denunciano i danni alla salute provocati dallo stabilimento delle Fonderie Pisano, dal quale negli anni sono usciti tombini, chiusini e caditoie di ghisa che si trovano nelle strade di Dubai, di New York e di Roma. La fabbrica è in una valle lunga e stretta, tra il fiume Irno e il raccordo autostradale che porta al campus universitario di Fisciano. Nel 1961, quando le fonderie furono costruite, la valle era una zona industriale, ma nel tempo tutto attorno è stato costruito un quartiere. Alcuni edifici sono proprio a ridosso delle mura di protezione dello stabilimento, a pochi metri dai camini.

Il 6 maggio del 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha accolto il ricorso di 151 persone che si sono ammalate o hanno avuto dei morti in famiglia: la Corte ha ritenuto che l’esposizione all’inquinamento abbia reso le persone «che vivono nel raggio di 6 chilometri dall’impianto più vulnerabili a varie malattie» e abbia influito «negativamente sulla loro qualità di vita». In quell’area ci sono almeno tre quartieri della periferia di Salerno e una parte dei comuni di Baronissi e Pellezzano. Ci vivono in totale alcune decine di migliaia di persone.

Una casa costruita molto vicino alle fonderie (Angelo Mastrandrea/il Post)

I magistrati europei hanno preso in esame diversi studi che avevano evidenziato la presenza di mercurio nel sangue in quantità anche cinque volte superiori alla norma, e hanno condannato lo Stato italiano a risarcire le vittime per non aver preso «tutte le misure necessarie per garantire l’effettiva tutela dei diritti dei cittadini».

Hanno anche contestato le autorizzazioni ambientali concesse alle fonderie, sempre rinnovate nonostante negli anni siano state presentate denunce sull’inquinamento della fabbrica e il comune abbia chiesto ai proprietari di spostarla altrove. Erano state avviate anche alcune indagini giudiziarie per individuare le cause dell’inquinamento e delle malattie.

Di conseguenza il 18 febbraio la Regione Campania ha revocato l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA), che scadeva nel 2032. «Le Fonderie Pisano non sono state in grado di dimostrare di poter rispettare tutti i criteri stabiliti dell’Unione Europea e soprattutto i limiti di legge per le diossine», ha detto l’assessora regionale all’Ambiente Claudia Pecoraro. La revoca di questa autorizzazione è un passaggio concreto verso la chiusura della fabbrica: le fonderie potranno presentare delle controdeduzioni, dunque contestare la decisione, ma se la Regione non le riterrà convincenti ci sarà la revoca definitiva e le Fonderie Pisano a quel punto potranno solo fare ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR) o fermare subito la produzione.

Il Post ha incontrato alcuni degli abitanti che hanno presentato il ricorso alla Corte europea da cui è poi derivata la revoca dell’AIA.

Anna Risi ha perso il marito e una figlia, entrambi morti per un tumore; sullo sfondo un camino delle fonderie (Angelo Mastrandrea/il Post)

Anna Risi, un’insegnante ora in pensione, ha presentato ai giudici i casi di sua figlia, morta di leucemia mieloide acuta ad appena 19 anni, e di suo marito, morto per un cancro al cervello. Abita a poche decine di metri in linea d’aria dalla fabbrica, al di là del fiume Irno che costeggia l’impianto. «Quando il vento spirava dal mare, mi ritrovavo il terrazzo e gli infissi ricoperti da una patina nerastra, che a volte entrava anche in casa, abbiamo respirato tutti quelle sostanze», dice. Erano i prodotti della combustione di coke che uscivano dai camini delle fonderie. Il coke è un residuo del carbone fossile e viene usato negli altiforni per la produzione di ghisa.

Nel 2022 Risi decise anche di far analizzare una ciocca di capelli di sua figlia da un laboratorio specializzato, perché i capelli trattengono a lungo i minerali tossici. I risultati evidenziarono una concentrazione in «eccesso» di mercurio e uranio. Si fece controllare anche lei e i risultati furono analoghi.

In tutto 11 persone, tra cui due operai delle fonderie, si sottoposero all’analisi del capello. Tra questi c’era anche Massimo Calce, un altro dei firmatari del ricorso alla CEDU. A 32 anni aveva scoperto per caso, mentre assisteva in ospedale il padre che era in cura per un cancro alla vescica, di avere un tumore al cervello. «Volevo capire perché mi ero ammalato a un’età così giovane, visto che mangiavo secondo i dettami della cucina macrobiotica e facevo una vita molto sana: i medici mi hanno detto che dai metalli pesanti che mi hanno trovato addosso sembrava che lavorassi in fonderia».

Calce racconta di essere cresciuto vicino alla fabbrica, nel quartiere Cappelle, e che da piccolo giocava con il terriccio che si depositava sul suo terrazzo. La diagnosi precoce gli ha consentito di operarsi in tempo e di guarire. Ora gestisce una «piccola gastronomia» naturale nel quartiere di Fratte, a tre chilometri e mezzo dalla fabbrica.

Lorenzo Forte è stato il primo a firmare il ricorso. Ha fondato un’associazione, “Salute e Vita”, a cui hanno aderito molte persone che hanno avuto morti o malati in famiglia. Per due anni è andato casa per casa a chiedere delle malattie e delle persone che nel frattempo erano morte. «Abbiamo consegnato alla procura di Salerno un elenco di 250 morti sospette», dice. Ha collaborato anche a un progetto della Regione Campania per controllare la salute degli abitanti delle zone a rischio: sono stati fatti dei prelievi di sangue a 400 residenti e sono emersi in generale valori molto alti di metalli pesanti. Forte mostra i risultati delle sue analisi: sono indicate dieci sostanze tossiche con valori superiori alla norma.

«L’inquinamento da questi parti è un dato assodato: nel sangue dei cittadini che vivono nel raggio di tre chilometri dal camino principale delle fonderie abbiamo trovato percentuali di mercurio, cadmio, piombo, diossina e idrocarburi superiori a quelle degli abitanti della Terra dei fuochi», racconta il vicepresidente di Medicina Democratica Paolo Fierro, che da dodici anni segue i malati della valle dell’Irno. A suo parere, manca invece una statistica di tutte le morti premature, delle malformazioni e degli aborti spontanei, «una cosa che non è mai stata fatta dalle autorità sanitarie locali».

Le Fonderie Pisano avrebbero dovuto spostarsi dalla loro sede storica vent’anni fa, quando il comune approvò un piano urbanistico che trasformava l’area da industriale in residenziale. Invece non accadde. Nel 2016 furono sequestrate dalla procura di Salerno per un’indagine sullo scarico di acque reflue inquinanti, sulla gestione illecita di rifiuti pericolosi e sulle emissioni nocive in atmosfera. Rimasero chiuse per tre mesi.

La fabbrica riaprì perché la famiglia Pisano, che gestisce l’azienda da diverse generazioni, accettò di adeguare gli impianti alle norme ambientali. I proprietari hanno sempre sostenuto che non è mai stato provato il nesso tra le emissioni e le malattie e che l’inquinamento nella valle dell’Irno è provocato soprattutto dal traffico sull’autostrada che passa dietro le fonderie, a pochi metri dalle case. Hanno anche detto che dopo il sequestro del 2016 hanno adeguato gli impianti alle norme ambientali e ora la situazione è molto diversa. Lo hanno argomentato anche davanti alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

Un murale nel quartiere attorno alle fonderie Pisano (Angelo Mastrandrea/il Post)

A Salerno si sta ponendo, su scala più piccola, lo stesso conflitto discusso da anni a Taranto, e cioè se tutelare l’ambiente e la salute delle persone che vivono vicino alla fabbrica o la produzione e i posti di lavoro.

La FIOM CGIL, il principale sindacato nella fabbrica, teme per il futuro dei 105 lavoratori, che rischiano di essere licenziati o trasferiti se le fonderie saranno spostate altrove. «Noi siamo pronti ad andare via da dieci anni, ma la verità è che non c’è un luogo dove trasferirsi, perché ogni volta che l’azienda ha individuato delle aree dove acquistare fabbriche dismesse o terreni ci sono state proteste dei cittadini e opposizioni pregiudiziali delle autorità locali», dice la segretaria Francesca D’Elia. L’associazione “Salute e Vita” chiede invece la chiusura dello stabilimento e la bonifica dell’area.

«Purtroppo siamo stati anche sfortunati: dialogavamo con un’amministrazione comunale che oggi non c’è più e stavamo interloquendo con un’amministrazione regionale che non c’è più», ha detto il proprietario delle fonderie Ciro Pisano. Si riferiva ai buoni rapporti con la giunta comunale guidata da Vincenzo Napoli, del Partito Democratico, e con quella regionale presieduta da Vincenzo De Luca. Ora il comune è commissariato perché Napoli si è dimesso e alla Regione è stato eletto Roberto Fico del Movimento 5 Stelle. De Luca probabilmente si ricandiderà per la quinta volta a sindaco di Salerno: se sarà rieletto, dovrà occuparsi di nuovo delle Fonderie Pisano.

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