Abbiamo bisogno dei dispositivi antistupro?
Sono pensati per difendere le donne, ma restano strumenti dibattuti: lo racconta Chiara Alessi nel suo nuovo libro, “La sedia del sadico”

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi una donna su tre ha subìto una qualche forma di violenza sessuale nell’arco della sua vita, e negli ultimi venticinque anni i dati sono rimasti sostanzialmente stabili. Per offrire una protezione in più alle donne nel tempo sono stati inventati diversi dispositivi antistupro, che però non contribuiscono a risolvere i problemi alla base. Chiara Alessi ne ha descritti alcuni nel suo nuovo libro, La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne, in cui esplora in una prospettiva femminista la storia del design e di tantissimi oggetti che hanno a che fare con il corpo femminile.
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A proposito di ingiustizie, nel suo libro King Kong Theory, raccontando lo stupro che ha subito, Virginie Despentes, una delle più radicali pensatrici del femminismo contemporaneo, si chiedeva quale perversa volontà di sabotaggio intervenga su una tecnologia che oggi ci viene presentata come in grado di rispondere anche ai bisogni più complessi ma che non ha ancora trovato una soluzione per impedire agli uomini di abusare delle donne. “Il giorno in cui gli uomini avranno paura di farsi dilaniare il pene a colpi di cutter quando prendono una ragazza con la forza, allora tutt’a un tratto saranno in grado di controllare meglio le loro pulsioni ‘maschili’, e di capire cosa vuol dire ‘no’ […] è incredibile che nel 2006, quando ormai un sacco di gente se ne va in
giro con computer palmari, macchine fotografiche, telefoni, musica, rubriche digitali in tasca, non esista l’ombra di un oggetto che ci si possa inserire in vagina quando si esce di casa, e che farebbe a brandelli il pene del primo che ci si infila”. Da allora – era appunto il 2006 – a oggi, in realtà, alcuni tentativi sono stati fatti. E col passare del tempo e delle tecnologie a disposizione, la ricerca sui dispositivi antistupro si è fatta sempre più sofisticata, fino a depositare veri e propri brevetti.
In questo capitolo parliamo dunque di alcuni di questi “congegni”, ma capite bene che l’elenco di utensili a cui la specie umana ha dovuto ricorrere per aggirare questioni che gli animali non umani hanno risolto con l’evoluzione è molto, molto lunga. Insomma, le anatre non sanno quanto sono fortunate…
Nel 2000, per esempio, il medico sudafricano Jaap Haumann progettò un dispositivo simile a un tampone con “un nucleo cilindrico di plastica rigida contenente una lama a molla in tensione, pronta a tagliare la punta di un pene eseguendo di fatto una piccola penectomia”. Il “tampone killer” di Haumann era particolarmente elaborato, perché prima di rilasciare sul pene un colorante identificativo e una sostanza irritante, era in grado di raccogliere un campione di tessuto, ed era quindi utilizzabile per identificare il violentatore. Come caratteristica aggiuntiva, aveva la capacità di connettersi a un registratore audio che catturava i suoni dell’aggressione. Haumann immaginava che un milione di donne l’avrebbero acquistato e usato. I critici lo definirono una barbarie. La commercializzazione non si verificò mai e i media lo schernirono.
Un altro dei dispositivi antistupro più contestati sarebbe dovuto essere distribuito in occasione dei Mondiali di calcio in Sudafrica del 2010. Avete presente la trappola cinese per le dita, quel cilindro in cui gli indici che provano a infilarsi rimangono bloccati e più la risposta naturale, istintiva, è tirarli via, divincolarsi, più la trappola si stringe e diventa impossibile riappropriarsi delle proprie dita integre? Ecco, immaginate un meccanismo analogo. Solo che l’idea, qui, è che quello che rimane incastrato nella cavità, in questa specie di cappuccio allungato da cui sporgono internamente dei dentini duri e appuntiti, non sia un dito, ma il pene dell’autore di un atto sessuale non consensuale, cioè dello stupratore. Viene definito come un dispositivo antistupro e il suo funzionamento è descritto così: “Quando un aggressore penetra la vagina, entra nel dispositivo.
Al primo tentativo di estrazione, le punte si attaccano alla pelle insieme al dispositivo che viene rimosso così dal corpo della vittima ma non da quello del suo aggressore nel quale si è conficcato, come se il pene fosse stato incastrato in una cerniera […] il dolore provocato renderà innanzitutto inabile lo stupratore, dando alla donna la possibilità di allontanarsi, ma soprattutto costringerà l’aggressore, per la rimozione sicura del dispositivo, che non può essere gestita autonomamente salvo il rischio di una compromissione permanente dell’organo, a rivolgersi a un pronto soccorso o ambulatorio medico, il che da una parte lo marchierà, identificandolo come stupratore, e al tempo stesso, permetterà l’eventuale raccolta del DNA per un processo.
Il dispositivo si chiama VenusGuard; il nome originario era Rape-aXe ma la parola “stupro” bloccava le ricerche online. Lo slogan che lo promuove recita: “When the prey is armed, the predator thinks twice”, quando la preda è armata, il predatore ci pensa due volte.
VenusGuard è stato inventato dall’allora quarantenne dottoressa sudafricana Sonnet Ehlers, che da anni lavora con le donne vittime di violenza sessuale in un paese con un altissimo tasso di incidenza e un non proporzionale adeguamento della giurisprudenza sul reato di stupro. Quando nel 2010 Ehlers lanciò la prima campagna di promozione di questo dispositivo puntando a distribuirne 30.000 esemplari durante i Mondiali, e poi a immetterlo sul mercato al prezzo di 2 dollari, raccontò che a suggerirle la forma furono “le lacrime e l’estrema vulnerabilità di una delle vittime di stupro: ‘se solo ci fossero dei denti laggiù…’”.
Fino a qualche anno fa VenusGuard poteva essere ordinato inviando una mail; da qualche tempo è stata avviata una campagna di raccolta fondi su una piattaforma di crowd‐funding, ma sono passati quindici anni e VenusGuard non è mai stato distribuito gratuitamente durante i Mondiali (né quelli sudafricani né i successivi) e deve essere ancora perfezionato definitivamente per poter essere prodotto in larga scala. E le ragioni non sono, come si intuisce facilmente, solo di carattere strettamente produttivo, ma anche filosofiche, morali, legali, e ancora aperte. Vediamone alcune.
Le principali obiezioni al VenusGuard, già all’epoca in cui venne presentato, erano che di fatto non si trattasse di un dispositivo concretamente antistupro, e quindi preventivo, ma punitivo, che non aiutasse insomma a preservare la vittima dall’abuso, anche psicologico, e che al contrario rischiasse di aumentare la percezione di vulnerabilità femminile rafforzando l’idea che sia la donna che si deve proteggere, senza davvero minare alla base la drammatica cultura dello stupro che sopravvive ahimè ovunque, ma con un’incidenza spaventosa in determinate aree del mondo, come quelle che hanno subito un’occupazione coloniale o la subiscono.
Interpellata nel 2021, Sophie Barre, che si occupa di formazione sulla cultura dello stupro nel collettivo femminista francese NousToutes, ha detto: “Lo stupro è il risultato di una relazione di dominio nella società. Le persone che violentano sono genitori, familiari, coniugi ed ex coniugi, supervisori, ecc.”. Non solo lo stupro non è solo “nella vagina”, affermava Barre, ma sostenere che sia la vittima a doversi difendere è molto dannoso e alimenta la vittimizzazione secondaria: “In tribunale, chiederanno alla vittima perché non indossava un dispositivo antistupro, sottintendendo che era consenziente”.

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