Nell’ex Kurdistan siriano, gli arabi sono sollevati
Vivevano insieme ai curdi ma si sentivano discriminati: preferiscono la recente riunificazione con il resto della Siria
di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi

Fatima è coperta dalla testa ai piedi dal niqab nero che lascia vedere soltanto gli occhi, ha un fisico piccolo da ragazzina e spicca mentre cammina in mezzo alla massa di uomini in attesa al centro di riconciliazione di Raqqa, nell’est della Siria.
Dentro e fuori dall’edificio ci sono file di ex combattenti arabi che facevano parte delle milizie curde, le Forze siriane democratiche (Sdf). Aspettano il proprio turno. Sono qui perché devono passare attraverso una procedura obbligatoria prima di tornare alla vita civile e cercarsi un lavoro.

Il centro di riconciliazione di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Obbediscono agli ordini di soldati giovani arrivati dalla Siria dell’ovest che li accompagnano da una stanza all’altra. Prima l’interrogatorio, poche domande in una sala con sei tavoli e sei sedie. Poi la foto per l’archivio, perché quelli precedenti sono stati distrutti. Poi l’impronta digitale. E alla fine una tessera che certifica che da quel momento sono persone a posto.
Fino al 18 gennaio Raqqa è stata sotto il controllo delle milizie curde, che avevano arruolato un gran numero di persone di etnia araba. La riconciliazione è in maggioranza tra loro, i siriani arabi, e il governo centrale di Damasco che si è ripreso questo territorio. Si fanno identificare e in cambio tornano alla normalità. La loro condizione di ex nemici è resettata.

Un uomo durante le procedure al centro di riconciliazione di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Fatima è araba. Non è il suo vero nome, la chiamiamo così per questo articolo. È nata nel 2007. Si è arruolata nelle Sdf nel 2022, a 15 anni. Dice che aveva bisogno di soldi, suo padre era malato e ha tre sorelle. Non ha ricevuto un addestramento militare perché il suo compito era semplice: stava ai posti di blocco e perquisiva le donne.
Fatima parla della presenza dei curdi come di una parentesi che si sapeva sarebbe terminata prima o poi, dice di provare sollievo per la fine così veloce della loro presa su Raqqa. Il suo sollievo è un sentimento diffuso nelle regioni della Siria orientale abbandonate dai curdi.
Fatima guadagnava 90 euro al mese. Viveva in una caserma delle milizie curde assieme a molte altre ragazze della sua età. Dice che c’erano dei corsi di formazione sulla dottrina delle Sdf, ma lei non li frequentava. Non erano per loro, racconta, ma per gente che aveva gradi più alti.
L’anno scorso Fatima ha deciso di sposarsi, ma nelle Sdf c’è una regola che lo vieta alle arruolate come lei. Quando le si chiede perché fa spallucce sotto il niqab, non lo sa. L’hanno messa in prigione con altre ragazze.

Fatima e un’altra donna che lavorava ai posti di blocco delle Sdf, durante le procedure al centro di riconciliazione di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Poi le milizie curde sono andate via da Raqqa perché hanno perso la guerra contro l’esercito del governo centrale. Prima di ritirarsi hanno fatto saltare il ponte sul fiume Eufrate, per rallentare l’avanzata dei soldati, e avevano a disposizione una rete estesa di tunnel per provare a resistere. Ma prima ancora che arrivasse l’esercito, migliaia di combattenti arabi che facevano parte delle Sdf come Fatima si sono ribellati e hanno posato le armi, quando non le hanno puntate contro i curdi.
I combattenti curdi hanno scoperto di essere in minoranza, è probabile che lo avessero sempre sospettato. Hanno lasciato la città e si sono ritirati verso nord, verso le zone dove i curdi sono la maggioranza.
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Uomini in attesa al centro di riconciliazione di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Una delle prime cose fatte dall’esercito siriano è stata aprire questo centro di riconciliazione per gli abitanti di Raqqa che facevano parte delle Sdf. Nel dicembre 2024 altri centri di riconciliazione simili erano stati creati nelle regioni dell’ovest per i soldati dell’esercito di Bashar al Assad. C’è una differenza tra allora e oggi. Gli assadisti si sentivano gli sconfitti, quelli che erano sempre stati dalla parte sbagliata. I riconciliati di Raqqa invece si sentono i vincitori della situazione, come se la riunificazione con il resto della Siria e la fine del controllo curdo fossero notizie eccellenti – cosa che è ancora tutta da dimostrare.
Ora Fatima è tornata qui a sbrigare la formalità della riconciliazione e a ottenere il documento che attesta che tutto è in regola. È stata una soldata quindicenne per necessità, poi è diventata una prigioniera della sua milizia, ora è una sposa diciannovenne sotto il niqab. Negli ultimi quattro anni è stata tre versioni differenti della stessa persona.

Fatima al centro di riconciliazione di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Quando hanno combattuto contro lo Stato Islamico in Siria, tra il 2015 e il 2019, le milizie curde lo facevano per difendere il loro territorio, formato da alcuni cantoni nel nord e nel nord-est della Siria dove la popolazione di etnia curda è la maggioranza. Ma quando, assieme ai bombardieri statunitensi, le milizie curde hanno sconfitto in modo travolgente gli estremisti dello Stato Islamico, si sono trovate a controllare un’area molto più estesa rispetto a quello che avevano protetto all’inizio.
Quel territorio includeva quasi tutta la Siria orientale, tra il fiume Eufrate, il confine con la Turchia e il confine con l’Iraq. Era grande quanto un terzo del paese. I curdi siriani sono il 10 per cento della popolazione e non sono tutti allineati alle Sdf.
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Dal punto di vista politico i vincitori erano affiliati al Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK, un movimento guerrigliero rivoluzionario che combina il nazionalismo curdo con il marxismo-leninismo. Le Sdf dichiaravano di ispirarsi al confederalismo democratico, una dottrina politica che prevede la democrazia dal basso, l’eguaglianza di genere e l’ecologismo. Questo in teoria.
In pratica, il territorio governato dalle Sdf era una pianura arida abitata da cinque milioni di persone, distribuite tra poche grandi città e una miriade di villaggi. È una delle parti più conservatrici della Siria e per di più è stata per anni sotto il controllo dello Stato Islamico. Non esiste un censimento aggiornato, ma il 70 per cento circa degli abitanti di quella regione è di etnia araba.
Le Sdf rinchiusero migliaia di uomini dello Stato Islamico in carceri improvvisate e internarono le loro famiglie in alcuni campi di detenzione – il più grande era al Hol. Fuori dalle prigioni e dai campi c’erano centinaia di cellule clandestine dello Stato Islamico capaci di organizzare attacchi a sorpresa. Per le milizie curde quel territorio era ostile. Dovevano sospettare di tutti.
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Il confederalismo democratico non si è realizzato, è rimasto nel mondo delle idee. Al suo posto è nata una regione autonoma gestita dalle milizie curde con poche risorse e talvolta con metodi da stato di polizia. Il sistema curdo era incomparabilmente meno punitivo, feroce e arbitrario rispetto al regime di Assad e ai fanatici dello Stato Islamico, ma era cupo e disinteressato.
Abu Wissam ha 45 anni e risponde alle domande in un villaggio poco fuori Deir Ezzor. Racconta che i controlli delle milizie curde erano molto frequenti. «Non come adesso, ora abbiamo tirato un sospiro di sollievo», dice. «Prima controllavano tutto».

Abu Wissam, a destra, 45 anni, con un suo amico e alcuni bambini (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Dopo la caduta del regime di Assad, nel dicembre del 2024, e la formazione a Damasco di un nuovo governo rivoluzionario che aveva adottato la bandiera a tre stelle bianca, nera e verde, le Sdf cominciarono una campagna di controlli intensificati.
Abu Wissam dice che le milizie curde ai posti di blocco si facevano consegnare i telefoni e cercavano la presenza di immagini del nuovo presidente, Ahmad al Sharaa, o della nuova bandiera. Quando le trovavano, arrestavano le persone.
Questa è una cosa che torna spesso nelle conversazioni di questi giorni a Raqqa e Deir Ezzor. Molti raccontano che i miliziani curdi facevano pesare la distinzione tra curdi e arabi. E che la guerra permanente contro le cellule dello Stato Islamico dava alle Sdf il potere di sospettare chiunque di terrorismo.

Suleiman, 39 anni, a Deir Ezzor (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Suleiman ha 39 anni, fa il meccanico e beve il tè seduto in un garage lungo una strada di Deir Ezzor. Dice che gli anni sotto il controllo delle Sdf sono stati uno spreco. La città è devastata dai bombardamenti e c’è molto da ricostruire, racconta, ma sostiene che alle milizie curde non interessava. «Prendevano il petrolio dai giacimenti della zona e lo portavano a nord, nelle loro città», dice, e mima il passaggio di autocisterne. «Invece di investire i soldi del nostro petrolio in ospedali, strade o nella rimozione delle macerie, sistemavano le loro zone».
E non facevano così soltanto con il petrolio, racconta Suleiman. Indica una piccola fabbrica più in là sulla strada. «Lì si produceva zucchero. Hanno smontato i macchinari e se li sono portati via». In confronto agli altri regimi che hanno dominato la regione, le milizie curde avevano un controllo meno violento ma tendevano, dice, a trattare la popolazione araba come se fosse di serie B.

La fabbrica di zucchero nelle vicinanze. Suleiman racconta che è stata saccheggiata dai curdi (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)



