Il consumo di carne di cavallo in Italia, e la proposta per fermarlo
Un divieto alla macellazione discusso alla Camera si porta dietro dilemmi etici e preoccupazioni per un settore molto sviluppato

La commissione Agricoltura della Camera ha iniziato l’esame di una proposta di legge per vietare la macellazione di carne di cavallo in Italia, con un sostegno politico trasversale che finora ha coinvolto Alleanza Verdi e Sinistra, il Movimento 5 Stelle e Noi Moderati. È la prima volta che il parlamento si occupa nel concreto di una revisione di questo tipo sul consumo di carne equina, ma ci sono forti dubbi sulla possibilità di trasformare la proposta in una legge vera e propria. L’Italia è tra i principali consumatori di carne equina al mondo e, al di là delle questioni etiche e morali legate alla macellazione degli animali, un provvedimento di questo tipo avrebbe un impatto economico importante nel settore dell’allevamento.
In Italia il consumo pro capite di carne è di circa 70 chilogrammi all’anno, cui se ne aggiungono circa 30 di pesce. Le carni più consumate sono quelle suine (produciamo grandi varietà di salumi), seguite dal pollame e dalle carni bovine. Nelle statistiche la carne equina è spesso inserita nelle “altre carni”, ma una recente indagine statistica condotta da IPSOS ha rilevato che il 17 per cento dei consumatori di carne dice di mangiare anche quella di cavallo, almeno una volta al mese. Il consumo non è distribuito omogeneamente e dipende dalle tradizioni culinarie e dalle abitudini nelle varie regioni.
Le zone in cui si mangia più carne di cavallo sono Lombardia, Puglia, Emilia-Romagna, Campania, Lazio e Sicilia. Nelle altre regioni i consumi sono marginali, ma ci sono comunque allevamenti.
Stando ai dati più recenti dell’Anagrafe nazionale zootecnica, alla fine del 2025 i cavalli allevati per produrre carne erano circa 37mila, divisi in quasi diecimila allevamenti. Circa un allevamento su quattro è in Sicilia, la regione che ne ha di più pur non allevando la quota più significativa di cavalli. Il Lazio è primo per quantità di animali allevati, con poco più del 20 per cento dei capi rispetto al 15 per cento della Sicilia dove gli allevamenti sono appunto di più, ma di minore grandezza. La Puglia ha l’11 per cento degli allevamenti, il Veneto il 9,60 per cento e la Basilicata quasi il 7 per cento come la Lombardia.

(Anagrafe Nazionale Zootecnica )
Non necessariamente le regioni con molti allevamenti sono quelle in cui si macellano più cavalli, perché i capi vengono spesso trasferiti in zone anche molto distanti da quelle in cui sono stati allevati. Emilia-Romagna e Puglia sono tra le regioni in cui si macellano più cavalli, provenienti anche dall’estero. Nel 2025 ne sono stati macellati 8mila provenienti dall’estero (soprattutto da Polonia, Francia e Slovenia) e circa 12.500 da allevamenti italiani. Sette sono morti durante il trasporto, che è meno tollerato da questi animali rispetto ad altri da macello come bovini e suini. Il forte stress che subiscono i cavalli quando vengono trasportati nei camion è uno dei motivi per vietarne la macellazione secondo le organizzazioni animaliste, e gli stessi promotori della proposta di legge.
Il consumo di carne di cavallo è strettamente legato alla presenza di questo ingrediente nelle ricette della cucina regionale. In Puglia vengono cucinate la brasciola di cavallo, una sorta di spezzatino al sugo, e le polpette di cavallo; in Sicilia è molto popolare, soprattutto a Catania, la carne di cavallo alla griglia così come si consumano salsicce e polpette con questo ingrediente; in Emilia-Romagna nella zona di Parma si fa il pesto di cavallo, un trito di carne cruda, e in Veneto gli sfilacci di cavallo. Ci sono poi gli stracotti di cavallo diffusi in varie regioni – a Verona è la “pastissada de caval”, aromatizzata con il Valpolicella o l’Amarone – e le varianti prodotte con altri equidi a partire dagli asini. Ma queste carni non vengono consumate “da sempre” allo stesso modo.
La storia del consumo di carne in diversi paesi e popolazioni è spesso un percorso non lineare, segnato da profonde trasformazioni legate a necessità economiche e religiose, ma anche a cambiamenti della sensibilità collettiva. La carne di cavallo non fa eccezione e il suo uso è strettamente legato alla caccia e alla successiva domesticazione dei cavalli e al loro stretto rapporto con le attività umane.
In età romana la carne di cavallo non era considerata la più pregiata, ma veniva consumata in mancanza d’altro. In tempi di carestia, per esempio dopo un periodo di guerra, gli animali da lavoro vecchi o infortunati diventavano una risorsa alimentare importante per le fasce più deboli della popolazione. Il consumo di carne di cavallo si mantenne nei periodi seguenti, tra alti e bassi resistendo perfino alle indicazioni papali.
All’inizio dell’ottavo secolo, Papa Gregorio III vietò il consumo della carne di cavallo, che era diffuso in varie popolazioni germaniche ed era legato ai loro riti pagani. Vietarne il consumo serviva a prendere le distanze da quelle pratiche, reprimerle e rafforzare la diffusione della religione cristiana. Non era comunque una proibizione universale e permanente, tanto che in Italia si mantenne un consumo di cavalli e asini, per quanto difficile da quantificare. Nei paesi anglosassoni divenne invece meno comune e ancora oggi culturalmente mal visto.
Nel XIX secolo la carne di cavallo iniziò a diventare di moda in molti paesi europei, per rispondere alle esigenze alimentari della popolazione in crescita. In Italia alla fine del secolo il cavallo fu inserito ufficialmente nella lista degli animali da macello e circa trent’anni dopo, in epoca fascista, fu sancito che per evitare frodi la carne di cavallo fosse venduta esclusivamente in “macellerie equine”, quindi separate dalle altre. Quella distinzione sarebbe rimasta in vigore fino alla fine del Novecento, quando fu soppresso l’obbligo delle rivendite separate.
– Leggi anche: Guarderemo con orrore a come trattiamo gli animali di cui ci nutriamo?
A differenza di animali da allevamento come i bovini e i suini, il cavallo ha una posizione particolare nell’immaginario. È stato al centro di molte imprese umane, dal lavoro agricolo alle esplorazioni passando per i campi da battaglia, esperienze che lo hanno reso non solo una risorsa economica, ma per molte persone un compagno, un alleato, un simbolo di prestigio e libertà. Proprio questa dimensione affettiva e simbolica ha contribuito, in molte culture, a distinguere il cavallo dagli altri animali da macello, rendendo il suo consumo alimentare più controverso e carico di significati.
La proposta di legge riflette questa impostazione quando parla di «animale d’affezione» e dell’estensione di questo concetto «a numerose specie animali, nonostante la legislazione non sia stata aggiornata in tal senso». La stessa proposta prevede che i cavalli e gli altri equidi siano riconosciuti come «animali d’affezione» per vietarne la macellazione, sia nel caso degli individui allevati in Italia sia per quelli importati dall’estero. È un approccio che inevitabilmente si porta dietro delle contraddizioni.
Il divieto proposto protegge i cavalli, ma non gli altri animali che vengono macellati, perpetuando inevitabilmente una forma di specismo (cioè l’attribuzione di uno status di superiorità per una specie su altre). Secondo i critici elevare il cavallo allo status di animale d’affezione significa premiare la bellezza e l’utilità storica di una specie a discapito di altre, che non ricevono tutele. Chi sostiene l’introduzione del divieto ricorda invece che ogni iniziativa per la riduzione della sofferenza animale è un progresso, e che può favorire cambiamenti nella cultura e negli approcci della popolazione che col tempo potrà maturare sensibilità diverse.
La proposta italiana prevede di utilizzare un sistema di registrazione con etichette e microchip, che dovrebbe ridurre il rischio delle macellazioni clandestine e delle importazioni illecite. Per chi viola il divieto di macellazione sono previste sanzioni fino a 100mila euro e la reclusione fino a 6 anni.
Ci sono molti dubbi sulla possibilità che la proposta di legge italiana arrivi a qualcosa di concreto, specialmente senza un diretto interessamento del governo e della sua maggioranza. Vietare la macellazione e il consumo di carne di cavallo richiederebbe inoltre di intervenire su un settore che occupa migliaia di persone, con un’estesa catena produttiva. La proposta prevede un percorso di transizione per gli allevamenti, con una dotazione di 18 milioni di euro per i primi tre anni per finanziare la loro conversione a centri per l’ippoterapia o l’affidamento dei cavalli a strutture autorizzate.



