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  • Martedì 17 febbraio 2026

Gli Stati Uniti negoziano con l’Iran, ma si preparano a un attacco

Hanno tre richieste, due delle quali difficilmente accettabili dagli iraniani: e anche i nuovi colloqui potrebbero fallire in fretta

Teheran, 9 febbraio 2026. (AP Photo/Vahid Salemi)
Teheran, 9 febbraio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Martedì a Ginevra, in Svizzera, riprendono i negoziati tra Stati Uniti e Iran sulla questione del nucleare, con l’obiettivo di allentare la tensione nei rapporti tra i due paesi ed evitare un attacco statunitense contro l’Iran. Parteciperanno da una parte i due principali negoziatori americani, Steven Witkoff e Jared Kushner (il genero di Donald Trump); e dall’altra Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri dell’Iran. Araghchi, sui social media, ha scritto che l’Iran è pronto a raggiungere un accordo «equo», ma che rifiuta la «sottomissione davanti alle minacce» degli Stati Uniti.

Da settimane gli Stati Uniti stanno intensificando la minaccia militare contro l’Iran, inviando navi da guerra al largo delle coste iraniane. Sono già presenti nel mar Arabico, davanti alle coste dell’Oman, decine di navi da guerra oltre che la portaerei USS Abraham Lincoln, che trasporta 90 caccia e un equipaggio di quasi 6.000 persone. Donald Trump ha ordinato a un’altra portaerei, la USS Gerald R. Ford, di spostarsi verso il Medio Oriente.

Questo sembra indicare che gli Stati Uniti si stanno preparando a un’operazione militare di qualche tipo: neanche negli attacchi di gennaio contro il Venezuela, quelli che avevano portato alla cattura di Nicolás Maduro, avevano partecipato due portaerei. La USS Gerald R. Ford dovrebbe arrivare in Medio Oriente verso l’inizio di marzo. Al momento, questa dimostrazione di forza militare ha soprattutto lo scopo di costringere l’Iran a trattare e raggiungere un compromesso che sia favorevole agli Stati Uniti. «Non penso che vogliano subire le conseguenze di non fare un accordo», ha detto Trump.

– Ascolta anche: Il nuovo mondo di Trump, con Vittorio Emanuele Parsi

Gli Stati Uniti hanno tre richieste per l’Iran: smantellare il programma nucleare ed eliminare le sue scorte di uranio arricchito (necessarie per produrre l’arma nucleare); ridurre la quantità e la gittata dei missili balistici a disposizione dell’Iran; e porre fine al sostegno economico e militare che l’Iran dà alle milizie alleate in altri paesi del Medio Oriente, cioè a quello che viene definito dal regime “l’asse della resistenza” (quindi soprattutto ad Hamas nella Striscia di Gaza, a Hezbollah in Libano e agli Houthi in Yemen).

Sul nucleare l’Iran potrebbe mostrarsi flessibile: di fatto i negoziati sulla questione vanno avanti da oltre dieci anni, ed era già stato trovato un accordo nel 2015, considerato storico, che fu annullato dallo stesso Trump durante il suo primo mandato, nel 2018. L’anno scorso i negoziati sul nucleare erano ripresi, ma si erano di nuovo interrotti quando prima Israele e poi gli Stati Uniti avevano bombardato l’Iran, proprio con l’obiettivo di colpirne i siti nucleari. Allora Trump disse che il programma nucleare iraniano era stato «annientato», ma era evidentemente un’esagerazione.

Le altre due richieste sono però molto più difficili da accettare per l’Iran. Sia i missili balistici sia le milizie che l’Iran finanzia in tutto il Medio Oriente sono un elemento fondamentale del sistema di difesa del paese, e il regime iraniano li ritiene indispensabili per proteggere soprattutto se stesso.

Nell’idea della leadership iraniana, i missili e le milizie danno all’Iran capacità di deterrenza: significa che i suoi nemici non dovrebbero attaccarlo per paura di essere attaccati a loro volta. In realtà l’anno scorso questa deterrenza è venuta meno molte volte: sia perché le milizie alleate come Hezbollah sono state gravemente indebolite dagli attacchi di Israele, sia perché il sistema missilistico iraniano si è dimostrato molto meno avanzato e temibile di quanto il regime avesse fatto intendere.

Se accettasse le richieste statunitensi il regime iraniano sarebbe completamente vulnerabile. Probabilmente è ciò che spera l’amministrazione Trump: quando i giornalisti hanno chiesto al presidente se vorrebbe il crollo del regime iraniano, lui ha risposto: «Questo sarebbe il risultato migliore».

Per cercare di dimostrarsi forte, lunedì l’Iran ha fatto un’esercitazione militare nello stretto di Hormuz: è lo stretto che separa il golfo Persico, a ovest, e il golfo di Oman, a est, ed è fondamentale per i commerci mondiali, soprattutto di petrolio. Già l’anno scorso l’Iran aveva minacciato di chiudere lo stretto se fosse stato attaccato: questo potrebbe bloccare i traffici di petrolio e far aumentare i prezzi del greggio, con conseguenze potenziali anche per gli Stati Uniti. Il paese che ne risentirebbe di più, però, sarebbe proprio l’Iran.

I negoziati che cominciano martedì arrivano dopo un precedente turno di colloqui a inizio febbraio in Oman. Allora fu tutto abbastanza inconcludente, ed è possibile che anche questa volta non si faranno passi avanti. Le posizioni dei due paesi sono così lontane che è difficile immaginare risultati nel breve periodo. Il segretario di Stato Marco Rubio, che non partecipa direttamente ai colloqui, ha detto: «Penso che ci sia un’opportunità di raggiungere un accordo diplomatico (…) ma non voglio essere troppo ottimista: sarà dura».

Tutto questo avviene mentre in Iran sono da poco state represse con la violenza le grandi proteste contro il regime delle scorse settimane. Secondo il governo iraniano durante le proteste sono state uccise 3.400 persone, ma secondo stime più credibili di ong come Human Rights Activists in Iran le persone uccise sono almeno 7.000, di cui circa 6.500 manifestanti. Molte persone sono ancora disperse, ed è probabile che i conteggi dei morti aumenteranno.

L’eccezionale violenza della repressione ha cambiato l’atteggiamento di parte della popolazione nei confronti di un possibile attacco statunitense. È impossibile fare sondaggi credibili in Iran, ma a livello aneddotico alcune persone iraniane che hanno parlato con i giornali occidentali hanno detto che ora sperano in un attacco che ponga fine al regime.

In Iran è in corso inoltre una crisi economica enorme, con l’inflazione fuori controllo e prezzi in continuo aumento: questo sta rendendo ancora più difficile la vita delle persone.