È difficile essere la Berlinale
È un festival che non riesce ad attirare i film più attesi della stagione, mentre Cannes e Venezia sono sempre più distanti
di Gabriele Niola

Il film At the Sea, del regista ungherese Kornél Mundruczó e con Amy Adams, è l’unico davvero atteso e importante in concorso al Festival internazionale di cinema di Berlino iniziato la settimana scorsa. Gli altri film alla Berlinale di quest’anno sono di autori molto meno noti sia al pubblico che ai cinefili, e meno discussi. Anche nelle altre sezioni non ci sono film importanti in prima mondiale. Gli unici attesi e con registi, sceneggiatori o attori tra i più conosciuti e rilevanti del mondo sono già stati in altri festival. Ed è un problema.
La Berlinale è uno dei tre grandi festival europei, e quindi mondiali, insieme a Cannes e a Venezia. Proprio la concorrenza di questi festival e in particolare la vicinanza a Cannes, che si svolge solo tre mesi dopo, hanno sempre reso difficile per la Berlinale avere film attesi e importanti da proiettare per la prima volta, una prerogativa diventata negli ultimi anni cruciale per distinguersi e rimanere rilevanti. Nonostante questo la Berlinale è il più frequentato dei tre festival, anche perché è l’unico che si svolge in una grande città. Le sale sono principalmente a Potsdamer Platz, ma le repliche dei film arrivano in diversi cinema sparsi per Berlino. L’anno scorso sono stati venduti 340mila biglietti, più del triplo dei 103mila dell’ultima Mostra di Venezia.
Queste difficoltà le ha ammesse implicitamente anche l’attuale direttrice, Tricia Tuttle, intervistata da Screen International prima dell’inizio dell’edizione di quest’anno, quando ha spiegato che uno dei maggiori successi dell’anno scorso è stato Il sentiero azzurro di Gabriel Mascaro: «che non è proprio uno dei film di cui più si è parlato nel resto dell’anno, ma si è venduto bene ed è stato poi ospitato in altri festival di tutto il mondo».
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Da quando la Mostra del cinema di Venezia è cresciuta, il Sundance (che si svolge a gennaio negli Stati Uniti) è diventato molto potente e i grandi film europei hanno più possibilità di competere agli Oscar, e quindi preferiscono i festival frequentati dagli statunitensi, la Berlinale ha cominciato ad avere grossi problemi di identità. La stessa Tuttle ha detto che «tutti vogliono qualcosa di diverso da questo festival» e ha descritto l’edizione di quest’anno come molto orientata ad aiutare chi vende i film e li vuole lanciare in tutto il mondo. Dimostrando quindi di voler parlare e convincere prima di tutto gli addetti ai lavori.
In passato il festival di Berlino ha scoperto talenti, valorizzato cinematografie più difficili e premiato film che poi hanno fatto parlare di sé per tutto l’anno più o meno quanto gli altri grandi festival. Solo per fare esempi degli ultimi anni, è a Berlino che furono premiati La città incantata di Hayao Miyazaki o Una separazione di Asghar Farhadi, e lì furono mostrati Boyhood di Richard Linklater, Citizenfour di Laura Poitras e Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.
I cambiamenti cominciarono nel 2019, quando finì il mandato di Dieter Kosslick, direttore che era stato in quella posizione per diciotto anni. Nonostante la sua fosse stata un’ottima direzione, due anni prima ben 79 registi tedeschi – inclusi molti di primo piano – avevano firmato una lettera chiedendo le sue dimissioni e un nuovo inizio per il festival. La richiesta era che venisse formato un comitato nuovo, composto in parti uguali da uomini e donne, e una direzione cosmopolita che portasse il festival al livello di Cannes e Venezia. Dal 2020 quindi la direzione fu divisa in due: una general manager, Mariette Rissenbeek, a capo della parte logistica e manageriale, e un direttore artistico, l’italiano Carlo Chatrian, a occuparsi dei film.
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Quasi subito ci fu il problema del Covid. Svolgendosi a febbraio, quindi in pieno inverno e tutto al chiuso, la Berlinale fu uno dei festival più colpiti. L’edizione del 2021 si svolse online, quella del 2022 di persona ma in forma ridotta e cambiata, con minore affluenza. Quella del 2023 fu la prima “normale” ma ci volle del tempo per riprendere il ritmo e la frequentazione di prima. Furono edizioni povere di grandi film, perché un festival che si svolge online o con poche persone è meno influente e decisivo per la stagione cinematografica. Chatrian diresse solo un’altra edizione, quella del 2024; già nel settembre 2023 infatti aveva annunciato le sue dimissioni in seguito alla decisione del ministero della Cultura tedesco di tagliare molto il budget della manifestazione e di sostituire Rissenbeek.
Al suo posto arrivò l’attuale direttrice, la giornalista e curatrice di eventi statunitense Tricia Tuttle. Benché sia la prima direttrice americana, non fu una nomina strana: la Berlinale nacque nel 1951 a Berlino Ovest anche grazie a finanziamenti degli Stati Uniti, come evento culturale di richiamo, che facesse invidia o potesse attirare persone dalla parte Est della città. Per questa sua natura politica è sempre stato un festival che ha presentato film politici e ha preso posizioni politiche.
Anche per questo ha provocato reazioni particolarmente contrariate una dichiarazione di pochi giorni fa del presidente di giuria Wim Wenders. Ha detto che «i cineasti dovrebbero tenersi fuori dalla politica», perché i film possono cambiare il mondo ma a modo loro, e sono «l’opposto della politica». Alcune registe e alcuni registi invitati hanno deciso di non presentarsi o di ritirare i propri film.

Lo European Film Market (EFM) nell’edizione del 2018 della Berlinale. (Thomas Niedermueller/Getty Images)
Quello che negli anni passati e ancora oggi continua a rendere la Berlinale uno dei tre grandi festival europei è lo European Film Market, un grande mercato in cui si vendono e si comprano film. Fu fondato nel 1978, si svolge durante i giorni del festival in una location separata ma vicina, ed è riservato ai professionisti. In un grande palazzo ci sono stand, piccoli uffici, cabine e anche solo tavoli allestiti dalle società che vendono film nel mondo, le più grandi ma anche le piccolissime. I compratori vanno lì per incontrarli, trattare, chiudere contratti o anche solo capire cosa ci sia da acquistare per il proprio territorio. È un evento di settore per professionisti, molto frequentato e considerato cruciale da compratori e venditori, secondo solo al mercato che si svolge durante il festival di Cannes.
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Per un festival avere un grande mercato è un vantaggio importante, ancora di più se è in grado di attirare i più grandi venditori e distributori del mondo. Questo aiuta il festival ad avere quelle persone come pubblico. Avere un film selezionato alla Berlinale significa quindi prima di tutto poterlo mostrare anche a quelle persone, e poi venderlo a prezzo più alto: perché nei mercati che si svolgono durante i festival, i film più pregiati in assoluto sono quelli in concorso, gli unici che hanno già passato un vaglio e sono presentati come il meglio. Per questo storicamente anche gli autori più noti sono stati in una certa misura invogliati ad andarci, perché questo aiutava la vita commerciale dei loro film. Le ultime edizioni però sembrano dimostrare che questa attrattiva è ancora forte per i professionisti (il mercato rimane frequentato), ma non basta più per i grandi film.



