Un All-Star Game di NBA sorprendentemente “competitivo”
I migliori giocatori del miglior campionato di basket al mondo si sono impegnati più di quanto avrebbero voluto

Domenica a Los Angeles c’è stato l’All-Star game di NBA, l’evento in cui si affrontano i migliori giocatori del campionato di basket nordamericano, il più competitivo del mondo. Rispetto alle edizioni precedenti, questa volta non è stato così noioso da guardare, perché i cestisti in campo si sono impegnati più di quanto avevano anticipato di voler fare. È merito di un nuovo formato e dell’inaspettato impegno del 22enne francese Victor Wembanyama, uno dei giocatori più forti ed eccentrici della lega.
Negli ultimi anni l’All-Star Game era diventato un’amichevole piuttosto noiosa. Con così tante partite da affrontare durante la stagione, i cestisti che vi prendevano parte (scelti in quanto migliori del campionato) lo facevano quasi controvoglia, difendendo poco, giocando a ritmi blandi e attaccando in modo poco spettacolare (una cosa insolita per l’NBA). E nonostante i tentativi della lega di cambiare il formato, l’approccio dei giocatori non cambiava.
Dati i precedenti, anche quest’anno ci si aspettava un All-Star Game piuttosto soporifero. Gli stessi partecipanti ne erano convinti: il 24enne Anthony Edwards, di solito un giocatore molto esplosivo, si era detto certo che nessuno si sarebbe impegnato granché. Nessuno, insomma, si aspettava che il nuovo formato di quest’anno potesse cambiare le cose.
E invece le cose sono andate bene. Anziché tornare alla classica partita tra due squadre, i 24 partecipanti di quest’anno sono stati divisi in tre squadre da 8 giocatori ciascuna. Due erano composte da giocatori statunitensi (che sono la maggioranza in NBA) ed erano il Team Stars e il Team Stripes, cioè le squadre “stelle” e “strisce”, i due simboli della bandiera nazionale. La terza squadra, il Team World, era invece formata da giocatori provenienti dal resto del mondo. Le tre squadre si sono affrontate in un triangolare con partite da 12 minuti ciascuna. Infine, le due squadre migliori hanno disputato una finale.
La prima partita, quella tra Team World e Team Stars, ha dato il tono all’intero evento. Alla prima azione, infatti, Wembanyama ha schiacciato con forza sopra un avversario, che non ha nemmeno tentato di fermarlo. L’azione ha subito stimolato la competitività in campo e la partita è persino arrivata ai supplementari, un evento abbastanza raro in un All-Star Game.
Da lì in poi è stato un All-Star Game molto diverso dal solito. Pur rimanendo sui livelli di intensità di un’amichevole, per la prima volta dopo molti anni si sono visti giocatori che tiravano ostacolati da un difensore o che penetravano con decisione verso il canestro e allenatori che si lamentavano con gli arbitri. C’era, insomma, voglia di vincere, di giocarsela. Ci sono pure stati dei “canestri della vittoria”, dato che ai supplementari la squadra che per prima segnava 5 punti si aggiudicava la vittoria. Anche il pubblico è sembrato più coinvolto rispetto alle edizioni precedenti.
Paradossalmente, la finale è stata la partita meno emozionante di tutte. Si è giocata tra le due squadre statunitensi e ha vinto 47 a 21 il Team Stripes, composto dai giocatori più giovani (e dunque più freschi). Il premio di MVP (cioè miglior giocatore) è stato assegnato ad Anthony Edwards, che ha prontamente dato il merito a Wembanyama e al nuovo formato per aver rivitalizzato l’evento: «Wemby ha subito chiarito la situazione e mi ha svegliato, di sicuro […]. Il nuovo formato mi piace: ci fa competere per 12 minuti, quindi è più facile dare il massimo».
E dire che questo All-Star Game potrebbe essere stato uno dei meno seguiti di sempre. L’Intuit Dome, il palazzetto che ha ospitato l’evento, non era per nulla pieno e in televisione c’era da competere con le Olimpiadi invernali di Milano Cortina.



