A Raqqa c’è un grosso problema di metanfetamine
E per le forze di sicurezza siriane che hanno appena preso il posto dei curdi è una faccenda più grave anche del terrorismo
di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi

Il problema di sicurezza più grave a Raqqa, nella Siria orientale, non è il terrorismo ma la diffusione e lo spaccio di metanfetamine, dice Hasan al Ibrahimi, un funzionario della Sicurezza Interna, la forza di sicurezza creata dal nuovo governo siriano. «Anche se volessimo, non potremmo fornire dati più precisi – numeri di consumatori, sequestri, arresti – perché siamo arrivati da poco, dopo il ritiro dei curdi. A Raqqa dobbiamo ripartire da zero».
Che le metanfetamine siano il problema di sicurezza principale sembra un’affermazione sorprendente in una città che per cinque anni è stata la capitale dello Stato Islamico in Siria e dove ci sono ancora cellule clandestine capaci di organizzare una ventina di attacchi l’anno: esplosioni, imboscate e omicidi mirati.
Al Ibrahimi, 28 anni, capelli lunghi fino al collo, occhiali e scarpe da corsa, ha sempre vissuto in città da membro clandestino dei ribelli che si opponevano all’ex dittatore Bashar al Assad e ha un punto di vista solido perché c’era durante le due ultime grandi svolte di Raqqa: il passaggio dallo Stato Islamico alle milizie curde nel 2017 e il passaggio dalle milizie curde al governo di Ahmad al Sharaa il 18 gennaio. Cita anche il terrorismo, ma lo colloca al secondo posto. Al primo mette le droghe.

Agenti della Sicurezza Interna durante un pattugliamento a Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Sei giorni dopo questa conversazione, la Sicurezza Interna ha condotto la sua prima operazione anti metanfetamine a Raqqa. L’obiettivo era un gruppo di cinque trafficanti nascosti in un appartamento in un palazzone residenziale. I trafficanti hanno sparato e hanno ucciso due agenti. Eppure le squadre della Sicurezza Interna erano arrivate in assetto da guerra, avevano pure un veicolo con una mitragliera antiaerea. Alla fine i trafficanti si sono arresi. Sono stati trascinati in strada con le braccia legate, gettati sui cassoni dei fuoristrada bianchi e portati via.
Le metanfetamine sono uno stimolante sintetico che crea una dipendenza forte e danni micidiali alla salute. Si presentano in forma di cristalli biancastri o di polvere e possono essere fumate, ingerite o iniettate. Sono prodotte in laboratori semiartigianali – era il tema centrale della serie televisiva Breaking Bad, popolare qualche anno fa. I siriani le chiamano «H-Bouz», pronunciato all’inglese.
L’H-Bouz è la droga più venduta a Raqqa, più dell’hashish e del captagon, un’anfetamina prodotta su scala industriale dal regime di Assad e meno potente delle metanfetamine. Quando c’era ancora il regime, fino al dicembre 2024, il suo prezzo in città fluttuava tra i dieci e i sedici dollari al grammo. Ora ha raggiunto i trenta dollari ed è un segnale che il traffico è stato disturbato dagli eventi recenti. Trenta dollari per alcuni siriani sono una cifra abbordabile e per la maggioranza sono un costo enorme. Tanto per avere un termine di paragone: gli stipendi pubblici in media sono tra i 120 e i 150 dollari al mese.
Ismail al Hasan, 34 anni, incontrato in piazza Naim, dice che il mercato della droga a Raqqa «è sotto gli occhi di tutti, avviene quasi in pubblico, fate una fila in un negozio e guardate gli occhi della gente, capirete che cosa dico». Si riferisce alla dilatazione estrema delle pupille che è uno dei sintomi anche dell’uso di metanfetamine. Al Hasan dice che la dipendenza spinge le persone a fare di tutto e spera che il nuovo governo riesca a fermare questo andazzo.

Agenti della Sicurezza Interna durante un pattugliamento a Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Due anni fa una televisione saudita aveva dedicato un servizio alla dipendenza da metanfetamine a Raqqa. «Ora ci troviamo nel quartiere di al Dereia, noto per il consumo di metanfetamina», diceva il reportage. Una donna, intervistata in forma anonima, raccontava: «Vivo a Raqqa. Ho iniziato a usarla con un gruppo di ragazze. Da allora, ogni volta che ho dei soldi, li spendo in metanfetamina. Non è solo la mia storia. La gente ruba per comprarla, le ragazze si prostituiscono. Chi la usa è disposto a tutto».
Il 2 febbraio una famiglia di Raqqa ha consegnato il figlio alla Sicurezza Interna perché faceva parte di un gruppo di trafficanti.
L’ufficiale al comando di una pattuglia della Sicurezza Interna in una via di Raqqa dice che «va tutto bene», ma si riferisce al passaggio di consegne dai curdi avvenuto senza combattimenti e non ai rischi in città. Lungo la strada che dalla capitale Damasco porta a Raqqa, in nove ore di viaggio, si incrociano autobus carichi di agenti in divisa nera diretti verso l’est del paese, per controllare le città lasciate dalle milizie curde. Il 30 gennaio due di loro sono stati uccisi in uno scontro a fuoco vicino a Deir Ezzor, in circostanze ancora poco chiare.

L’uniforme di un agente della Sicurezza Interna, durante un pattugliamento a Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
Sulle uniformi gli agenti portano soltanto patch in velcro istituzionali con il simbolo dell’aquila e le tre stelle. Le altre patch in velcro che usavano l’anno scorso, alcune con simboli jihadisti e anche il sigillo dello Stato Islamico, sono sparite, forse perché il governo si è reso conto che hanno un effetto magnetico per i giornalisti e i fotografi stranieri. In generale l’accoglienza della gente è buona, ci sono famiglie che li fermano per strada per mettere loro i bambini in braccio e fare foto.

Agenti della Sicurezza Interna durante un pattugliamento a Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
La diffusione delle metanfetamine a Raqqa e nel resto della Siria è spiegata dalla miscela di due situazioni.
La prima: la popolazione è traumatizzata da una guerra civile che ha ucciso circa mezzo milione di persone. Raqqa è passata in meno di quindici anni sotto il controllo di cinque entità diverse. Ci sono stati il periodo degli estremisti, con esecuzioni, persecuzioni e torture pubbliche, i bombardamenti devastanti, gli sfollamenti, le famiglie divise, l’economia distrutta. Uno dei pochi studi disponibili indica che la percentuale di uomini siriani che consumano droghe è passata dal 3 per cento prima della guerra all’11 per cento nel dopoguerra.
Seconda situazione. Per sopravvivere alla crisi economica del dopoguerra, il regime di Bashar al Assad aveva trasformato la Siria in un narco-stato: un paese che produceva e trafficava droga sintetica su larga scala. La produzione di pastiglie di captagon era diventata uno strumento di pressione politica contro i paesi arabi vicini: smetteremo di inondare i vostri mercati illegali se ci reintegrate dal punto di vista diplomatico. Poi il regime di Assad è finito, ma la produzione e il traffico di droghe no.

Agenti della Sicurezza Interna durante un pattugliamento a Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
In Italia questo collegamento è stato riconosciuto tardi. Nel luglio 2020, quando la Guardia di Finanza sequestrò quattordici tonnellate di captagon nel porto di Salerno – arrivate dalla Siria e nascoste in grandi rulli di carta – si pensò inizialmente a un’operazione dello Stato Islamico, non a una rete legata al regime siriano.
Quando l’8 dicembre del 2024 il presidente al Sharaa, che allora era ancora il comandante jihadista Abu Mohammed al Jolani, entrò nella moschea più importante di Damasco per pronunciare il discorso della vittoria contro Assad, disse che la Siria si stava «purificando» anche dalla sua reputazione di narco-stato. Per adesso non è successo.
La Giordania è uno dei paesi più esposti al narcotraffico dalla Siria, perché condivide un confine lungo. Negli ultimi anni il governo giordano ha ordinato attacchi aerei contro i covi dei narcotrafficanti in territorio siriano. A dicembre gli aerei giordani hanno bombardato sia i trafficanti di droghe sia posizioni dello Stato Islamico.



