• Italia
  • Lunedì 16 febbraio 2026

Come la Camera vuole limitare i “cambi di casacca”

Il nuovo regolamento in discussione prevede diversi svantaggi per i deputati che cambiano gruppo nel corso della legislatura

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante alcune comunicazioni alla Camera, il 22 marzo 2024 (ANSA/Riccardo Antimiani)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante alcune comunicazioni alla Camera, il 22 marzo 2024 (ANSA/Riccardo Antimiani)
Caricamento player

La Camera dei deputati vorrebbe limitare il numero di parlamentari che durante la legislatura cambiano partito o gruppo politico. In gergo il passaggio viene chiamato “cambio di casacca”, con intento dispregiativo, e il fenomeno più generale è noto da oltre un secolo col nome di “trasformismo”.

In Italia, così come nella maggior parte delle democrazie occidentali, è in realtà una pratica legittima e tutelata dall’articolo 67 della Costituzione. L’articolo dice che i parlamentari non hanno vincolo di mandato, cioè non sono obbligati a rimanere nello stesso partito nel quale sono stati eletti. Il cambio non può quindi essere vietato, a meno che prima non si modifichi la Costituzione, ma può essere limitato, perché se avviene spesso rende il parlamento instabile.

Negli scorsi giorni si è parlato della questione dopo che i deputati Edoardo Ziello e Rossano Sasso hanno detto di voler lasciare la Lega per entrare in Futuro Nazionale, il partito creato dall’europarlamentare di estrema destra Roberto Vannacci. Con loro c’è anche il deputato Emanuele Pozzolo, parlamentare espulso dal gruppo di Fratelli d’Italia ed entrato nel gruppo misto dopo il noto incidente con la pistola durante una festa di Capodanno in provincia di Biella, nel 2024.

– Leggi anche: Che succede ora con l’uscita di Vannacci dalla Lega

Tutti i parlamentari devono appartenere a un gruppo parlamentare, cioè un insieme di senatori o deputati accomunati dall’appartenenza allo stesso partito o alla stessa lista. I gruppi corrispondono quasi sempre ai partiti. Per creare un gruppo alla Camera servono almeno 20 deputati: quelli dei partiti più piccoli o che non appartengono a nessun partito entrano nel gruppo misto.

Dagli anni Novanta i passaggi da un gruppo a un altro sono diventati sempre più frequenti, e questo ha periodicamente riacceso il dibattito su possibili riforme per limitarli. Il Senato ha già modificato il suo regolamento nel 2022, prevedendo disincentivi economici e la perdita degli incarichi per chi cambia partito. Ora la Camera dei deputati vorrebbe fare la stessa cosa.

Per più di un anno la Giunta per il regolamento della Camera, cioè l’organo interno che ha il compito di proporre e scrivere le modifiche alle regole che disciplinano l’organizzazione e il funzionamento dell’assemblea, ha lavorato a una riforma che tra le altre novità prevede proprio misure contro il trasformismo. È stata redatta sulla base di una proposta condivisa sia dalla maggioranza che dall’opposizione: i relatori infatti sono tre deputati di Lega, Fratelli d’Italia e Partito Democratico. La Giunta l’ha approvata quasi all’unanimità, con l’astensione dei deputati del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra.

Il testo è stato presentato lunedì in aula, dove dovrà essere approvato con la maggioranza assoluta, cioè almeno la metà più uno degli aventi diritto. Dopo la discussione, potrebbe essere votato già martedì: se dovesse passare, la riforma entrerebbe in vigore dalla prossima legislatura.

Per disincentivare il “cambio di casacca”, la riforma propone prima di tutto di dimezzare i contributi finanziari dei parlamentari che cambiano partito. Oggi ogni gruppo parlamentare riceve un finanziamento annuale a carico del bilancio della Camera, per pagare costi di analisi, ricerche, pubblicazioni, incontri istituzionali e stipendi di collaboratori. Una parte del finanziamento è uguale per tutti i gruppi, mentre un’altra parte è proporzionale al numero di deputati iscritti. Se un deputato cambia partito, trasferisce al nuovo gruppo la sua quota.

Se passasse la riforma, invece, il deputato che si sposta trasferirebbe al nuovo gruppo solo la metà della quota, mentre l’altra metà rimarrebbe al gruppo di provenienza. Questa penalizzazione non varrebbe nei casi in cui da un gruppo dovessero uscire almeno sette deputati, che confluirebbero in un unico nuovo gruppo: in quel caso, secondo i relatori, si tratterebbe in modo evidente di una scissione motivata da questioni politiche.

La riforma prevede anche che i deputati, spostandosi, perdano le cariche assunte fino a quel momento nell’Ufficio di presidenza della Camera e delle commissioni. Oltre ad essere rappresentanti eletti, infatti, i deputati possono assumere diversi incarichi all’interno dell’assemblea. L’Ufficio di presidenza della Camera gestisce e organizza l’attività dell’assemblea e ne fanno parte il presidente della Camera (in questo momento, Lorenzo Fontana), quattro vicepresidenti, tre questori e almeno otto segretari. Con la nuova riforma, i membri che cambiassero gruppo, perderebbero tutti la loro carica all’interno dell’Ufficio, a eccezione del presidente della Camera.

Lo stesso succederebbe per i deputati che fanno parte degli Uffici di presidenza delle commissioni, cioè gli organi che coordinano i lavori all’interno di ciascuna commissione parlamentare. Ogni ufficio ha un presidente, due vicepresidenti e almeno un segretario.