In Stellantis non avranno più neanche lo smart working
Oltre a sopportare gli effetti di una crisi disastrosa, dal 2027 i dipendenti dovranno anche tornare a lavorare sempre in presenza

L’amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa ha comunicato ai lavoratori e ai sindacati che dal 2027 tutti i dipendenti dell’azienda in Italia dovranno tornare a lavorare fissi in azienda. Stellantis, la multinazionale nata nel 2021 dalla fusione tra la ex Peugeot Citroen e la ex Fiat, torna così molto indietro rispetto al modello di smart working che era stato implementato a partire dalla pandemia e di cui era molto entusiasta il precedente amministratore delegato Carlos Tavares (che si è dimesso poco più di un anno fa).
Dei 30mila dipendenti complessivi in Italia sono circa 10mila quelli che usufruiscono dello smart working (perlopiù tra coloro che non lavorano in fabbrica, ovviamente), che due giorni alla settimana possono lavorare da casa. La scelta di Filosa da una parte ricalca quella di molte altre grandi aziende, che passata la pandemia hanno richiamato i dipendenti in ufficio. Dall’altra rischia però di compromettere irrimediabilmente l’attrattività di Stellantis come luogo di lavoro, che è già un’azienda in una crisi disastrosa, che offre bonus e benefit sempre meno generosi e che ora toglierà anche uno strumento di flessibilità considerato sempre più imprescindibile dai lavoratori.
Non è stato un annuncio inatteso. Già lo scorso anno il presidente di Stellantis John Elkann lo aveva anticipato, ed era noto che Filosa non apprezzasse particolarmente il lavoro da remoto: lo aveva peraltro già ridimensionato per i lavoratori di sua competenza quando era capo della divisione di Stellantis in Nord America (che rientreranno del tutto già da fine marzo). Ora la novità è arrivata anche in Europa e in Italia, dov’è ancora parzialmente in vigore lo schema voluto da Tavares: molto lavoro da casa, e ci si incontra solo quando necessario.

Antonio Filosa lo scorso novembre (Fabio Ferrari/LaPresse)
Oltre a una ferma convinzione sull’efficacia dello smart working per il morale e la produttività dei dipendenti, questo modello era anche molto in linea col cosiddetto “metodo Tavares”, improntato al risparmio estremo. Gli uffici si erano praticamente svuotati, e l’azienda era arrivata anche a spegnere il riscaldamento degli edifici il lunedì e il venerdì (una strategia che peraltro ha fatto risparmiare molto alle aziende durante gli anni dei grandi rincari dell’energia).
Tavares si è poi dimesso alla fine del 2024, dopo una gestione fallimentare dell’azienda, e da allora molte cose sono cambiate, anche dal punto di vista organizzativo. Già dallo scorso anno, prima negli Stati Uniti e poi anche in Europa e in Italia, è stato imposto il rientro in azienda per almeno 3 giorni su 5 a settimana. Questo continuerà nel 2026, per poi terminare nel 2027: «Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio» ha detto Filosa durante una riunione plenaria coi dipendenti, lunedì 9 febbraio.
La decisione non era stata condivisa in anticipo né con le rappresentanze interne dei lavoratori né con i sindacati, che infatti sono stati tutti molto critici verso la decisione. «Stellantis deve capire che le persone non sono oggetti che si accendono o si spengono a piacimento», dice Giorgio Airaudo, segretario generale della CGIL Piemonte, che rimprovera all’azienda di non tenere conto delle scelte di vita che nel frattempo hanno fatto i lavoratori. L’azienda ha comunque precisato che comunque valuterà caso per caso situazioni in cui i lavoratori dovessero avere davvero bisogno di lavorare in parte da casa.
In ogni caso i problemi di questa scelta sono due.
Il primo è la questione degli spazi, che in generale non mancano perché i dipendenti sono molto meno di un tempo, ma che devono comunque essere di nuovo predisposti per riaccogliere tutti i lavoratori. Per esempio a Mirafiori – a Torino, dov’è la sede italiana più importante – sono in corso lavori di ristrutturazione del palazzo storico dell’azienda, la cosiddetta “Palazzina di Mirafiori”, che non riaprirà prima del 2027. A Torino devono rientrare circa 5.500 persone.

La storica “Palazzina di Mirafiori”, nel 2010 (ANSA/Alessandro Di Marco)
C’è poi la questione che viene meno un grande punto a favore di lavorare in Stellantis, in un momento in cui non ce ne sono poi tanti: l’azienda va male, produce e vende sempre meno auto, molti operai sono fissi in cassa integrazione, i bonus da qualche anno sono sempre meno generosi (e peraltro quest’anno non è detto che ci siano, considerando come vanno i conti), le promozioni e gli aumenti di stipendio sono concessi meno rispetto al passato, e via così. Lo smart working era un benefit di fatto a costo zero.
Ma non solo peggiora le cose per chi lavora già lì. Questa scelta rende anche l’azienda meno allettante sul mercato del lavoro. Tra chi fa lavoro d’ufficio non sono poi molti quelli che oggi rinuncerebbero del tutto alla possibilità di un lavoro flessibile, che permetta di combinare la presenza in ufficio e il lavoro da casa. Soprattutto nei lavori d’ufficio più qualificati lo smart working è diventato un requisito di partenza per accettare un nuovo impiego, anche se poi si sceglie spontaneamente di lavorare prevalentemente in presenza. La possibilità di fare smart working consente alle persone di organizzare meglio i propri impegni e interessi al di fuori del lavoro e fa sentire tendenzialmente anche più motivati verso quello che si fa.
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