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  • Lunedì 9 febbraio 2026

La lenta agonia di Cuba

A causa del blocco del carburante imposto da Trump l'isola sta entrando in una crisi sempre più grave, che ora coinvolge anche gli aerei

Alcune persone all'Avana salgono su un taxi condiviso, 6 febbraio 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)
Alcune persone all'Avana salgono su un taxi condiviso, 6 febbraio 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)
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Il governo di Cuba ha comunicato alle compagnie aeree internazionali che a partire da lunedì i loro aerei non potranno più fare rifornimento sull’isola, perché manca il carburante. È soltanto l’ultima conseguenza del blocco totale a tutte le spedizioni di petrolio imposto a Cuba dagli Stati Uniti di Donald Trump, con l’obiettivo esplicito di strangolare l’economia dell’isola e provocare la caduta del regime che la governa dal 1959.

Nella pratica l’annuncio del governo implica che, quando un aereo atterra a Cuba, dovrà avere abbastanza carburante per ripartire e raggiungere una successiva destinazione in cui fare rifornimento, perché a Cuba non potrà più farlo. Qualcosa di simile era già successo all’inizio degli anni Novanta, quando con il crollo dell’Unione Sovietica Cuba perse il suo principale fornitore di petrolio. Allora le compagnie internazionali riorganizzarono le rotte per far fare rifornimento ai loro aerei in Messico o nella Repubblica Dominicana. Alcune compagnie come Air France hanno già fatto sapere che stanno pensando a tappe alternative.

Cuba riesce a produrre autonomamente circa il 40 per cento della propria energia, e dipende dalle importazioni per tutto il resto. Fino a pochi mesi fa il governo del Venezuela, anche per ragioni di solidarietà politica, riforniva Cuba di petrolio a prezzi di favore. Il secondo paese fornitore era il Messico, mentre spedizioni saltuarie arrivavano da paesi come Algeria e Russia.

A partire da metà dicembre però l’amministrazione statunitense ha iniziato a mettere in atto il suo blocco. In una prima fase ha sequestrato le petroliere venezuelane dirette verso l’isola. Poi all’inizio di gennaio gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e hanno preso il controllo delle sue risorse petrolifere: da quel momento i carichi di petrolio venezuelano si sono fermati. Poco dopo Trump ha annunciato che avrebbe imposto dazi contro tutti i paesi che forniscono petrolio a Cuba. A quel punto anche il Messico ha interrotto le esportazioni.

Davanti alla carenza di carburante, la settimana scorsa il governo cubano ha annunciato misure d’emergenza per ridurre i consumi: ha ridotto alcune tratte di trasporti pubblici (che già in precedenza funzionavano saltuariamente); ha accorciato la settimana lavorativa dei dipendenti pubblici a quattro giorni, da lunedì a giovedì; ha imposto che un numero maggiore di lezioni universitarie si tengano online, tra le altre cose. Sono rimaste pienamente attive invece le industrie funzionali all’esportazione, come quella della produzione dei sigari: le esportazioni servono a Cuba per ottenere valuta estera, come i dollari, che è meno svalutata ed è necessaria per comprare beni all’estero.

Il governo ha anche chiuso alcuni resort turistici per concentrare i (relativamente pochi) visitatori ancora a Cuba ed evitare sprechi di carburante. Il turismo è un settore molto importante per l’economia cubana, ma è in grave crisi da anni: nel 2024 sull’isola sono arrivati 2,2 milioni di turisti internazionali, la cifra più bassa in due decenni. Nei primi dieci mesi del 2025 (i dati non sono ancora completi) c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento sugli arrivi.

Un blackout programmato a Cuba, 3 febbraio 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)

Un blackout programmato a Cuba, 3 febbraio 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)

In generale l’economia cubana è in enorme difficoltà da tempo, e probabilmente anche per questo, almeno per il momento, gli effetti del blocco del petrolio sono ancora tutto sommato limitati, secondo i racconti dei giornalisti e delle persone che si trovano sul posto. I blackout dell’energia elettrica sono frequenti, anche se nelle ultime settimane sono peggiorati. Le code alle pompe di benzina si sono ingrossate, ma anche quelle non sono una novità. Lo stesso vale per i disservizi dei mezzi pubblici.

Le cose però rischiano di peggiorare pericolosamente, soprattutto man mano che le scorte di carburante finiranno. Non avere carburante significa non poter muovere le ambulanze, non poter trasportare i prodotti agricoli dalle campagne alle città, non poter rifornire gli ospedali. Il rischio è che la crisi economica di Cuba si trasformi in una crisi umanitaria.

Anche per questo la settimana scorsa il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha detto che il suo governo è pronto a negoziare con gli Stati Uniti, «ma senza precondizioni, e da una posizione di uguaglianza e di rispetto». Díaz-Canel ha aggiunto che la permanenza al potere del suo regime non è negoziabile, e ha cercato di far capire che non c’è ragione per gli Stati Uniti di prendersela con Cuba: «Non siamo una minaccia per gli Stati Uniti», ha detto. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha risposto notando che «il governo cubano è alla fine», ma che il presidente Trump «è sempre pronto alla diplomazia».

L’amministrazione Trump minaccia il regime di Cuba fin dal suo primo mandato (2017-2021), utilizzando giustificazioni che sono cambiate nel tempo: lo ha accusato di avere fatto dell’isola un avamposto per i nemici degli Stati Uniti come la Russia e la Cina e di violare i diritti umani.

Più in generale, però, Trump sta cercando di eliminare la presenza di un governo potenzialmente ostile vicino ai suoi confini, in accordo con la sua dottrina di politica estera. Gli esuli cubani negli Stati Uniti sono inoltre una potente forza elettorale in alcuni stati, che potrebbe condizionare le scelte di Trump. Lo stesso segretario di Stato Marco Rubio ha genitori cubani sfuggiti al regime decenni fa, ed è da sempre uno dei maggiori avversari di Cuba negli Stati Uniti.