Jeff Bezos ha distrutto il Washington Post?
Lo sostengono in molti dopo il licenziamento di un terzo dei dipendenti e lo spostamento del giornale verso posizioni sempre più vicine a Trump

Mercoledì il Washington Post ha annunciato il licenziamento di circa trecento dei suoi 800 giornalisti e di una quota consistente di altri dipendenti: un ridimensionamento enorme anche per gli standard degli Stati Uniti, un paese dove i licenziamenti sono più frequenti e più facili da realizzare rispetto per esempio all’Italia. Il Washington Post è uno dei giornali più importanti al mondo ed è di proprietà di uno degli uomini più ricchi del mondo, Jeff Bezos, fra le altre cose fondatore del gruppo Amazon.
I licenziamenti sono il risultato di una crisi economica del giornale che ha ragioni sia strutturali sia legate alle scelte del suo proprietario. Un ruolo l’ha avuto la volontà di Bezos di non scontentare il presidente statunitense Donald Trump: una decisione che ha compromesso la credibilità del Washington Post, giornale che in precedenza si presentava come difensore delle istituzioni democratiche, messe alla prova da decisioni e politiche di Trump.
Molte delle analisi dei media statunitensi hanno titoli simili: The Atlantic scrive: «Come Jeff Bezos ha distrutto il Washington Post»; il New Yorker: «Come Jeff Bezos ha fatto fallire il Washington Post»; la Columbia Journalism Review: «Lo smantellamento del Washington Post».
Nel commentare i licenziamenti degli ultimi giorni, Marty Baron, che è stato direttore esecutivo del giornale dal 2013 al 2021, ha detto al Guardian di temere una «spirale mortale»: «Credo che tutto questo si trasformerà in una perdita di abbonati». Nonostante i comunicati ufficiali dell’azienda parlino di tagli finalizzati a un rilancio del Washington Post, non emerge alcuna politica credibile di rinnovamento, ma solo una volontà di ridurre costi e ricollocare il giornale su posizioni meno problematiche per i rapporti di Bezos e delle sue aziende con l’attuale governo statunitense.

I giornalisti del Washington Post con un cartello che modifica lo slogan del giornale «Democracy Dies in Darkness», «La democrazia muore nelle tenebre» il 5 febbraio 2026 (AP Photo/Allison Robbert)
I tagli sono stati radicali e brutali. La redazione sportiva e quella che si occupa di libri sono state di fatto chiuse, così come molte sedi di corrispondenza locali e internazionali. La redazione che si occupa di esteri è stata fortemente ridimensionata ed è stata annunciata la chiusura del podcast giornaliero Post Reports.
I licenziamenti sono stati annunciati durante una riunione in videoconferenza dal direttore Matt Murray e dal responsabile delle risorse umane Wayne Connell; subito dopo sono arrivate le mail alle persone coinvolte. Alcuni giornalisti hanno scoperto di essere stati licenziati mentre erano inviati all’estero. Un redattore sportivo mentre era a Milano per le Olimpiadi, una corrispondente di guerra lo ha saputo in Ucraina. Né il proprietario Jeff Bezos né il contestato amministratore delegato Will Lewis hanno parlato della decisione, né pubblicamente né con la redazione del giornale.
Bezos è proprietario del Washington Post dal 2013.
Inizialmente le sue enormi disponibilità economiche e i primi grandi investimenti portarono consistenti risultati. Il Washington Post fu rilanciato e diventò non solo una delle poche testate nazionali statunitensi di successo, ma anche un potenziale rivale a livello globale per il New York Times. Il posizionamento battagliero del giornale rispetto a Trump durante il suo primo mandato presidenziale gli consentì di ottenere una grande crescita di abbonati e ricavi: fra il 2016 e il 2020 il giornale fece registrare bilanci in attivo.
Poi la crescita si è arrestata. Nel 2023 il Washington Post perse 77 milioni di dollari, nel 2024 un centinaio. Il giornale aveva probabilmente raggiunto una saturazione del suo pubblico di allora, quello animato da una forte opposizione a Trump, e il tentativo di competere con il New York Times si era rivelata difficilmente sostenibile: per dimensioni e vantaggio acquisito sulla concorrenza grazie a precoci scelte di successo il New York Times viene definito da molti esperti statunitensi come «l’Amazon dei giornali».
Da allora la crisi del Washington Post si è accentuata per ragioni strutturali riguardanti tutto il settore dei media, che tra le altre cose ha visto una forte riduzione dei ricavi pubblicitari. La scelta degli algoritmi che regolano le attività dei social network hanno iniziato a sfavorire giornali e notizie, privilegiando altro; e la diffusione dei chatbot di intelligenza artificiale che forniscono risposte esaurienti senza rimandare direttamente agli articoli hanno ridotto la centralità dei tradizionali motori di ricerca che indirizzavano i lettori sui giornali.

La sede del Washington Post a Washington (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)
Infine si sono aggiunti i problemi di credibilità. Con una sintesi efficace, un dipendente del Washington Post ha detto alla Columbia Journalism Review: «La nostra dirigenza ha distrutto il nostro marchio».
Per anni Bezos era stato descritto come un proprietario molto rispettoso dell’indipendenza del giornale, accusato al massimo di essere poco presente. Le cose sono cambiate radicalmente dal 2023, soprattutto per l’esibita richiesta di Bezos di capovolgere gli atteggiamenti del giornale nei confronti di Trump.
Nell’autunno del 2024 la proprietà impose al giornale di non pubblicare il classico endorsement presidenziale durante la campagna elettorale: è una tradizione che dura da decenni negli Stati Uniti e la redazione aveva preparato un articolo a favore di Kamala Harris, la candidata Democratica e avversaria di Trump. Quella scelta, fatta anche in modo maldestro e comunicata male, portò a un enorme numero di disdette di abbonamenti: le cifre ufficiali non sono state mai comunicate, ma varie inchieste giornalistiche le stimano in 250mila, circa il 10 per cento del totale.
In seguito Bezos annunciò un cambio radicale nella sezione opinioni del giornale (che nei grandi quotidiani americani ha una redazione indipendente): «Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due principi fondamentali: le libertà personali e il libero mercato». La decisione di fatto spostava verso destra la sezione del giornale, e in questi mesi gli articoli a favore dell’amministrazione Trump sono stati frequenti.
Bezos è stato fra i finanziatori e gli ospiti d’onore della cerimonia di insediamento di Trump; attraverso Amazon ha recentemente investito 70 milioni di dollari nel documentario Melania, su Melania Trump, che non ha alcuna possibilità di ripagarsi; non si è pronunciato in difesa della sua giornalista Hannah Natanson quando l’FBI ha perquisito casa sua, una cosa piuttosto inusuale vista l’abituale protezione dei giornalisti e delle loro fonti negli Stati Uniti.

Jeff Bezos e la moglie Lauren Sanchez, con Mark Zuckerberg, Sundar Pichai e Elon Musk alla cerimonia di insediamento di Donald Trump, il 20 gennaio 2025 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Tutto questo non ha ovviamente giovato alla credibilità del giornale, abbandonato dai suoi lettori più progressisti e contestato all’interno anche da una parte importante della redazione. In questi mesi, prima dei licenziamenti, molti giornalisti se n’erano andati, altri avevano criticato la mancanza di un progetto per il futuro. Erano state contestate le scelte dell’amministratore delegato Will Lewis, fra cui quella del 2024 di creare una terza redazione (oltre a quelle di notizie e opinioni): inizialmente doveva occuparsi di social media e giornalismo di servizio, poi il focus è stato spostato verso «l’attenzione verso personaggi noti».
Ora il sindacato che raccoglie la gran parte dei lavoratori del giornale ha invitato Bezos a trovare un «amministratore che voglia investire nella missione che per anni ha definito il giornale», invitandolo quindi a vendere. Altri propongono che Bezos trasformi il Washington Post in un’organizzazione non profit. Le sue enormi ricchezze permetterebbero comunque a Bezos di continuare a gestire per decenni un’azienda editoriale con l’attuale livello di perdite: è un dato che viene molto citato da chi sostiene che i tagli attuali siano una «scelta deliberata» e non una reale esigenza imprenditoriale. E da chi sostiene che l’indebolimento di uno dei più importanti giornali nazionali sia un altro favore, più o meno involontario, al progetto politico di Trump e alla sua lotta contro i media che considera avversi.



