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  • Giovedì 5 febbraio 2026

Sheikh Hasina continua a fare politica dal suo nascondiglio in India

L’ex prima ministra del Bangladesh, condannata a morte, comanda ancora il suo partito e cerca di influenzare le elezioni del 12 febbraio

Sheikh Hasina, che oggi ha 78 anni, durante una visita a Roma nel luglio del 2023
Sheikh Hasina, che oggi ha 78 anni, durante una visita a Roma nel luglio del 2023 (Antonio Masiello/Getty Images)

L’ex prima ministra del Bangladesh Sheikh Hasina sta continuando a fare attività politica dall’India, dove è in esilio da oltre un anno: il Guardian ha ricostruito i molti contatti che continua ad avere con i dirigenti del suo partito in vista delle elezioni del prossimo 12 febbraio, le prime dopo la fine del suo governo autoritario, iniziato nel 2009 e finito nell’agosto del 2024.

Nell’estate del 2024 Hasina fece reprimere con violenza enormi proteste contro il suo governo in Bangladesh: almeno 1.400 persone furono uccise. Dopo settimane di scontri si dimise e scappò in India. Il nuovo governo guidato da Muhammad Yunus ha sospeso il suo partito, la Lega Awami, e lo scorso novembre lei è stata condannata a morte in contumacia da un tribunale del Bangladesh.

Finora l’India non ha concesso l’estradizione chiesta dal Bangladesh, ma il fatto che Hasina stia continuando a fare attività politica da lì, creando una specie di base per le operazioni dei suoi sostenitori, sta compromettendo i rapporti tra i due paesi.

Un ritratto di Hasina danneggiato durante le proteste, il 5 agosto del 2024

Un ritratto di Hasina danneggiato durante le proteste, il 5 agosto del 2024 (AP Photo/Fatima Tuj Johora)

– Leggi anche: Fra India e Bangladesh è finita la “diplomazia dell’hilsa”

A fine dicembre il governo bangladese ha protestato quando Hasina è intervenuta per la prima volta pubblicamente, inviando un messaggio audio a una manifestazione a Delhi. Ha invitato i suoi sostenitori a «rovesciare il regime asservito agli stranieri». Un paio di settimane fa suo figlio Sajeeb Wazed ha cercato di attenuare il tenore di queste dichiarazioni e di sminuire le accuse alla madre.

Era un messaggio registrato perché Hasina non si è più fatta vedere dal vivo: è nascosta a Delhi, protetta dal governo del primo ministro indiano Narendra Modi, di cui è una stretta alleata politica. La base in esilio della Lega Awami è la città di Calcutta, vicino al confine con il Bangladesh. Ci si sono trasferiti più di 600 dirigenti ed esponenti del partito di Hasina.

Periodicamente i dirigenti vengono convocati a Delhi per incontrare la leader. Tra loro c’è il presidente dell’ala giovanile del partito, Saddam Hussain, che ha detto al Guardian che Hasina passa tutta la giornata tra riunioni e chiamate, «a volte anche per 15 o 16 ore». È una prospettiva di parte: la Lega Awami ha tutto l’interesse a mostrarsi ancora combattiva, e febbrilmente impegnata a tornare al potere, nella sua fase di maggiore debolezza.

Un poliziotto davanti ad alcuni manifesti del Partito Nazionalista, il 21 gennaio a Dacca

Un poliziotto davanti ad alcuni manifesti del Partito Nazionalista, il 21 gennaio a Dacca (Miguel Candela/SOPA Images via ZUMA Press Wire)

Il partito ha chiesto ai sostenitori di boicottare le elezioni del 12 febbraio. Tanti però sono riluttanti a farlo perché temono che non recandosi ai seggi rivelerebbero la loro affiliazione politica.

Temono di venire perseguitati, vista l’ostilità verso l’ex prima ministra. La sede centrale del partito a Dacca (la capitale del Bangladesh) è stata vandalizzata durante le proteste e poi abbandonata. Lo scorso febbraio c’erano state manifestazioni in cui erano stati incendiati e demoliti altri luoghi simbolici del partito, tra cui la casa di famiglia di Hasina (suo padre Sheikh Mujibur Rahman fondò la Lega Awami nel 1949 e guidò la lotta per l’indipendenza dal Pakistan).

In Bangladesh la campagna elettorale è stata violenta: sono state uccise almeno 16 persone tra politici e attivisti. Il caso più eclatante è stata l’uccisione, a dicembre, di Sharif Osman Hadi, uno dei leader del movimento studentesco che aveva alimentato le proteste e voleva candidarsi da indipendente. La polizia ha attribuito l’omicidio ai sostenitori di Hasina.

Un comizio del partito Jamaat-e-Islami, col suo leader Shafiqur Rahman, il 22 gennaio a Dacca

Un comizio del partito Jamaat-e-Islami, col suo leader Shafiqur Rahman, il 22 gennaio a Dacca (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)

Alle elezioni si sfidano di fatto due schieramenti. Sono gli stessi partiti che finora hanno sostenuto il governo ad interim di Yunus, che si era insediato dopo la fuga di Hasina in virtù di un accordo tra i militari e i leader delle proteste. I partiti sono più di una ventina, ma i principali si dividono in due blocchi.

Il primo è quello del Partito Nazionalista (BNP), avversario storico della Lega Awami. A dicembre è tornato in Bangladesh il suo leader di fatto Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra Khaleda Zia che fu a lungo la principale rivale politica di Hasina. Rahman ha meno seguito e meno carisma di lei, ma il BNP è comunque in leggero vantaggio nei sondaggi, con circa il 30 per cento. La maggioranza dei politici uccisi in campagna elettorale era del BNP.

I funerali di Khaleda Zia, lo scorso 31 dicembre a Dacca

I funerali di Khaleda Zia, lo scorso 31 dicembre a Dacca (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)

Il secondo blocco è l’alleanza tra Jamaat-e-Islami e Jatiya Nagorik (o NCP), nata pochi giorni fa. Il primo è un partito islamista, durante gli anni di Hasina fu progressivamente ostacolato (fino a vietarlo) e vari suoi dirigenti furono arrestati o condannati a morte in processi ritenuti politicamente motivati. L’NCP invece è il nuovo partito dei leader studenteschi delle proteste: aveva trattato anche con i Nazionalisti ma ha scelto Jamaat perché gli offriva più seggi. Vari esponenti dell’ala laica l’hanno lasciato per protesta contro questa decisione.

Nello stesso giorno delle elezioni, il 12 febbraio, ci sarà anche un referendum sulle riforme costituzionali proposte dal governo di Yunus e confluite in un documento noto come “Carta di luglio”, che in teoria dovranno essere implementate dal prossimo governo. La Carta contiene, tra le altre cose, riforme della legge elettorale, della magistratura e delle forze dell’ordine. Era stata approvata a maggio dai principali partiti, ma da allora il BNP ha messo in discussione alcune sue parti.

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