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  • Giovedì 5 febbraio 2026

Siamo entrati nella prigione dell’ISIS in Siria

Ci sono state evasioni di massa dal campo di al Hol dopo che i curdi se ne sono andati: come è potuto succedere

di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi

 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
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Tra lunedì 19 gennaio e lunedì 26 gennaio ci sono state evasioni di massa dal campo di detenzione di al Hol, nella Siria orientale. È una prigione-tendopoli chiusa da circa 20 chilometri di recinto metallico verniciato in azzurro e alto due metri e sorvegliata da torrette di guardia. Da sette anni ospita anche migliaia di famiglie dello Stato islamico, soprattutto donne e bambini, che sono considerate troppo pericolose per essere rimesse in libertà.

Una parte delle informazioni in questo articolo sono state ottenute durante una visita e da alcune interviste fatte dentro il campo di al Hol il 3 febbraio.

Il campo di al Hol (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

I miliziani curdi delle Forze siriane democratiche (SDF) hanno avuto il controllo del campo fino a martedì 20 gennaio. Da quel giorno in poi il campo è passato sotto il controllo dell’esercito siriano.

In teoria ci sarebbe dovuta essere una transizione ordinata, perché due giorni prima c’era stato un accordo di cessate il fuoco tra le due fazioni e tra i punti concordati c’era anche la cessione dei campi di detenzione. Invece c’è stato un buco di qualche ora nella sorveglianza che ha permesso a un numero ancora imprecisato di persone di scappare da al Hol.

Ci sono due versioni dei fatti. Il Centro d’informazione del Rojava, che parla a nome delle milizie curde, sostiene che le SDF abbiano abbandonato al Hol a mezzogiorno e mezza e che i soldati dell’esercito siriano siano arrivati alle tre. Quindi un buco nella sorveglianza di meno di tre ore.

Uomini della Sicurezza generale del ministero dell’Interno a un avamposto nel campo di al Hol, con ancora la scritta del YPG, le Unità di protezione popolare, la più famosa milizia curda (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Abu Radwan, 42 anni, un uomo massiccio in giacca di pelle che è stato nominato inviato speciale del governo siriano per il campo di al Hol, dice al Post che i curdi «hanno aperto i cancelli del campo e se ne sono andati e che questa situazione prima del nostro arrivo è durata per almeno ventiquattr’ore. Non lo sappiamo con precisione, forse è durata di più».

«Non sappiamo quanti detenuti ci sono dentro il campo in questo momento», dice Abu Radwan. «Abbiamo una lista con 23mila nomi di detenuti che ci è stata fornita dalla Coalizione» – intende il governo degli Stati Uniti – «e la stiamo usando per verificare chi sono e quante sono le persone ancora dentro al Hol».

Abu Radwan parla in un ufficio vuoto al primo piano di un edificio che affaccia sul campo e serve da posto di comando. Nelle stanze non c’è nulla, nemmeno un foglio appeso alle pareti. Attorno ci sono gli uomini in divisa nera della Sicurezza generale del ministero dell’Interno siriano e vedremo che è un dettaglio importante.

Abu Rdwan, 42 anni, inviato del governo siriano per il campo di al Hol (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

La ripicca curda
I curdi avrebbero aperto i cancelli e lasciato al Hol per ripicca, perché si sono sentiti abbandonati dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale. Per anni si sono occupati di questo e di altri campi di detenzione in condizioni difficili perché avevano a che fare con decine di migliaia di combattenti dello Stato Islamico e con le loro famiglie, tutti reduci dalla disfatta del gruppo terroristico nel febbraio 2019 a Baghouz.

Tra i detenuti c’erano uomini e donne con una quarantina di nazionalità diverse, provenienti soprattutto da altri paesi arabi, dalle repubbliche dell’Asia centrale e da paesi europei (Italia inclusa).

Un sottocampo di al Hol chiamato Annex, l’Appendice, era una comunità di famiglie straniere dove la dottrina dello Stato Islamico era diffusa e virulenta, i bambini tiravano pietre e gridavano «infedeli!» ai visitatori e le donne si organizzavano per punire e uccidere le detenute sospettate di voler disertare. Una raccomandazione prima di ogni visita dentro l’Annex negli anni passati era di fare attenzione perché le detenute nascondevano coltelli da cucina nelle maniche e a volte li usavano a sorpresa.

Negli anni le forze curde hanno trasformato i campi di detenzione di prigionieri dello Stato Islamico in un argomento da presentare davanti alla comunità internazionale per ricevere aiuti e sostegno. Senza di noi, era il loro messaggio, sarete costretti voi a occuparvi di questa massa di prigionieri.

È un problema reale. I magistrati nei paesi d’origine non sarebbero in grado di formulare accuse solide contro i detenuti di al Hol perché in molti casi nessuno sa ricostruire che cosa abbiano fatto di preciso. C’è il rischio di rimpatriare estremisti e di lasciarli liberi.

Il campo di al Hol (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Le complicità jihadiste
Le evasioni dal campo di al Hol sono continuate per quattro giorni dopo l’arrivo dell’esercito siriano. Quando si parla di esercito siriano è per semplicità, ma si tratta ancora di un assortimento di milizie formato da reduci della guerra contro il regime di Bashar al Assad e da nuove reclute. È in via di formazione. In questo cosiddetto esercito ci sono anche reparti formati da combattenti stranieri che erano arrivati in Siria qualche anno fa perché erano estremisti e non hanno cambiato idea.

Il giornalista siriano Wael Essam ha scritto che domenica 25 gennaio la Sicurezza generale – gli uomini in divisa nera menzionati prima – ha ucciso un egiziano, Abu Musab al Masri, mentre stava aiutando alcune famiglie a scappare da al Hol.

Al Masri era arrivato in Siria qualche anno fa per combattere e ha fatto parte della 82esima brigata, che è il nome neutro dato nel 2025 al gruppo armato Ansar al Tawhid dopo la fine della guerra contro il regime assadista. Ansar al Tawhid in arabo vuol dire “i partigiani del monoteismo”. Anche il nome Abu Musab al Masri non è reale, ma è un soprannome assegnato secondo una regola consolidata nei gruppi jihadisti.

Sabato 24 gennaio al Masri era riuscito a far fuggire dal campo alcune famiglie egiziane e cecene. Il giorno dopo, scrive Essam, a causa della pressione degli Stati Uniti, l’esercito siriano è stato allontanato dal campo perché considerato inadatto a garantire la sicurezza. Al suo posto sono arrivati gli uomini in nero della Sicurezza Generale mandati dal ministro Anas Khattab, che ha un legame stretto con il presidente Ahmad al Sharaa.

Le squadre della Sicurezza Generale si sono scontrate con il gruppo di sette complici guidato da al Masri che stava aiutando le evasioni di massa. Nel frattempo altri gruppi, nota il giornalista siriano, erano già riusciti a far fuggire decine di famiglie irachene.

Una fonte della Sicurezza Generale a Raqqa dice al Post che tre giorni fa le forze di sicurezza hanno arrestato cinque donne che erano fuggite da al Hol. È successo a al Shaddadi, una città a un’ora di macchina dal campo di detenzione, e le donne avevano alcune cinture esplosive. Se questa notizia fosse confermata, vorrebbe dire che erano già entrate in contatto con lo Stato Islamico e che il gruppo terroristico ha partecipato dall’esterno alle evasioni.

Una donna seduta al telefono al campo di al Hol, davanti alla scritta “Muhammad è il profeta di Dio” (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

La spaccatura ideologica
In questi giorni alcuni combattenti stranieri che fanno parte delle forze siriane si sono presentati in macchina al campo di al Hol per portare aiuti alle famiglie straniere dello Stato Islamico. Secondo la loro visione delle cose si tratta di famiglie musulmane che vanno aiutate perché sono state ingiustamente imprigionate dai curdi, considerati forze nemiche.

C’è una spaccatura ideologica all’interno delle forze armate del nuovo governo siriano. Una parte, quella più vicina al presidente al Sharaa, considera lo Stato Islamico come un nemico pericoloso che va sradicato. Anche a costo di fare scelte pragmatiche come allearsi con gli Stati Uniti per ricevere informazioni di intelligence e aiuti militari.

Un’altra parte delle forze militari siriane non riesce ad accettare questo voltafaccia ideologico rispetto al passato, quando al Sharaa era ancora un comandante jihadista (ma già nemico dello Stato Islamico, dopo una scissione avvenuta nell’aprile del 2013).

Dopo che i curdi se ne sono andati, le visite nel campo di al Hol sono diventate una processione. I combattenti del Dagestan, una repubblica della Federazione russa, sono venuti per le famiglie del Dagestan. Quelli ceceni per le famiglie cecene. Quelli azeri per le famiglie azere. Domenica 30 gennaio l’esercito ha dichiarato tutta l’area di al Hol e attorno «zona militare chiusa», quindi un luogo dove l’accesso è ristretto, per limitare il pericolo di evasioni.

Il lavoro del Post ad al Hol non è stato coordinato in anticipo e la macchina non è mai stata fermata fino a quando non è arrivata ai cancelli del campo.

Una donna e due bambine al campo di al Hol (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Lo Stato Islamico sfrutta la situazione
Lo Stato Islamico sfrutta tutta questa questione di al Hol nella sua propaganda. In un editoriale pubblicato sul suo bollettino settimanale “al Naba”, il gruppo terroristico sostiene che il governo siriano sarebbe un complice così servile degli americani che è riuscito persino a prendere il posto dei curdi atei come guardiano di al Hol e come collaborazionista nella guerra allo Stato Islamico. Il testo risale al 24 gennaio ed è stato tradotto da un ricercatore sempre bene informato che vive in Siria, Aymenn al Tamimi.

Il titolo dell’editoriale è “Il nostro orrore e il vostro orrore” ed è un gioco di parole sul termine al Hol, che in arabo può essere tradotto come orrore. In breve: l’orrore generale nel quale siete chiusi voi del governo siriano che siete falsi musulmani, traditori e collaborazionisti degli americani è molto peggio dell’orrore – al Hol – nel quale siamo rinchiusi noi veri credenti.

Nella narrazione dello Stato islamico il fatto che anche una situazione senza speranze come quella del campo di al Hol possa ribaltarsi è la dimostrazione che la perseveranza dei membri viene sempre premiata da Dio.

Il campo di al Hol (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

In tutto questo, gli Stati Uniti
Gli Stati Uniti continuano a intervenire alla giornata per correggere il corso delle cose, senza fare grandi annunci. Hanno cominciato a spostare almeno 200 prigionieri dello Stato Islamico considerati tra i più pericolosi dalle prigioni curde alle prigioni irachene, perché non si fidano della situazione in Siria.

Se è vero quello che dice il giornalista Wael Essam, hanno anche fatto pressione sul governo siriano per ottenere che la Sicurezza Generale andasse a rimpiazzare i militari siriani poco affidabili che sorvegliavano al Hol.

Mercoledì la Difesa americana ha detto di avere eseguito cinque bombardamenti con aerei, elicotteri e droni per un totale di 50 bombe contro lo Stato Islamico in Siria. È successo tra il 27 gennaio e il 2 febbraio, quindi nei giorni subito successivi alle evasioni da al Hol.

Il campo di al Hol (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Che cosa dicono nel campo
Dentro il campo di al Hol si vedono molte meno persone rispetto al passato e anche rispetto al numero di tende. Si è svuotato non per le evasioni ma negli anni, perché all’inizio ospitava 70mila persone che erano in gran parte sfollate e sono state mandate a casa. Anche l’Annex, la sezione più pericolosa, sembra più vuoto.

C’è un’aria più rilassata. Le donne girano in coppie. Sono in niqab, il velo nero che lascia scoperti soltanto gli occhi e arriva fino ai piedi, guanti neri e scarpe da ginnastica. Alcune di queste coppie accettano di rispondere a qualche domanda.

Dicono tutte di essere felici dell’avvicendamento tra milizie curde e milizie del governo di Damasco. Dicono che si sente molta meno pressione per quel che riguarda la sicurezza e che non si sentono più umiliate, come succedeva quando c’erano i curdi. Dicono che prima soltanto in caso di malattie i casi più gravi erano trasportati fuori dal campo, quando ormai erano in pericolo di vita, ma ora non è più così. L’età minima delle intervistate è 17 anni, il che vuol dire essere arrivati nel campo a nove-dieci anni, e l’età massima è trent’anni.

Due donne nel campo di al Hol (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Tutte le intervistate sono siriane e sono aggiornate su quello che è successo negli ultimi mesi in Siria. Desiderano tornare nelle loro città di origine, da Aleppo a Raqqa a Deir Ezzor.

Sanno che ci sono state evasioni di massa dal campo, ma non lo hanno fatto anche loro per due ragioni. In parte perché non hanno contatti all’esterno e non sapevano che cosa fare, anche se fossero riuscite a scappare. In parte perché si aspettano che saranno liberate in un modo legittimo entro breve e quindi preferiscono aspettare, per non essere trattate come ricercate.