Il governo ha infine approvato l’atteso “pacchetto sicurezza”
Con norme piuttosto simboliche e di portata limitata, su un tema per cui Meloni è molto sotto pressione

Il Consiglio dei ministri ha approvato nuove misure sulla sicurezza, con l’obiettivo di contrastare in modo più efficace la microcriminalità urbana. Erano attese da settimane e il governo, come spesso succede, ha voluto accelerare negli ultimi giorni per via delle forti polemiche sugli scontri di sabato a Torino, durante il corteo in sostegno del centro sociale Askatasuna. Sebbene nelle scorse settimane di queste misure si sia parlato generalmente in termini di “pacchetto sicurezza”, i provvedimenti sono due e anche molto distinti.
Uno è un decreto-legge, che entra in vigore subito e che contiene misure tutto sommato limitate e simboliche, come il divieto di vendita di armi da taglio ai minori e altri divieti sul portare con sé coltelli. L’altro invece è un disegno di legge, che dovrà discutere e approvare il parlamento in tempi ben più lunghi, e che contiene norme più ampie e procedurali. È uno stratagemma preciso: serve a presentare subito all’elettorato qualcosa di pronto, per mostrare che si sta facendo qualcosa su una questione particolarmente sentita, mentre nel frattempo si esaminano altri interventi in tempi più lunghi.
Da tempo sul tema della sicurezza la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è particolarmente incalzata: nonostante i tanti provvedimenti adottati in questi quasi tre anni e mezzo di governo, sempre presentati con grande enfasi, vari fatti di cronaca negli ultimi mesi hanno contribuito a creare la percezione che poco o nulla sia davvero cambiato. La stessa Meloni si è vista costretta ad ammettere, lo scorso 9 gennaio, che i risultati raggiunti su questo fronte non sono soddisfacenti. La gestazione di questi provvedimenti stava andando un po’ per le lunghe, e quello che è successo a Torino ha contribuito ad accelerare e a dare un maggiore senso d’urgenza all’iniziativa.
Il decreto-legge prevede diverse misure che entrano subito in vigore. Tra queste c’è il fermo preventivo fino a 12 ore, cioè la possibilità da parte delle forze dell’ordine di trattenere le persone sospette nelle ore precedenti alle manifestazioni ritenute a rischio, così da evitare in via preventiva che ci siano scontri. Con persone sospette, dice il testo, si intende chi ha precedenti penali e su cui ci siano sospetti concreti e contingenti legati alla manifestazione. In più, in caso di reati molto gravi, un giudice potrà inoltre disporre il divieto di partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico, come sanzione accessoria a una condanna, anche in primo grado.
Viene anche ampliato il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine, cioè viene prevista una maggiore tutela legale per gli agenti che commettono reati durante il loro servizio, anche ricorrendo all’uso delle armi, per stato di necessità, cioè per reagire a una situazione di pericolo concreto. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio in conferenza stampa ha precisato però che questa tutela, senza entrare troppo nei dettagli, non riguarda solo le forze dell’ordine, ma qualsiasi persona e professionista.
Questa precisazione risponde in parte ad alcune perplessità che erano emerse in un’interlocuzione preventiva che c’era stata col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva chiesto che questa misura non creasse una sorta di giurisprudenza apposita per le forze dell’ordine.
Anche sul fermo c’è stato un intervento di Mattarella: il “pacchetto sicurezza” nel suo complesso era stato condiviso con la presidenza della Repubblica in anticipo, vista la delicatezza della materia e dato che in passato proprio su questi temi c’erano stati dissidi tra il governo e Sergio Mattarella, il quale deve promulgarne le leggi.
Mercoledì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano era andato al Quirinale per ascoltare nel dettaglio le obiezioni e le perplessità di Mattarella, senza tuttavia sbilanciarsi sull’intenzione di Meloni di recepirle appieno oppure no. Il confronto era stato piuttosto animato, e Mattarella aveva espresso diversi dubbi sulla legittimità di queste misure sul piano del diritto costituzionale e delle libertà personali.
Queste misure sono alla fine rientrate nel decreto, modificate rispetto alla versione originaria, mentre un’altra su cui aveva perplessità è rimasta fuori: quella che prevedeva l’obbligo di versare una cauzione da parte di chi organizza delle manifestazioni, per ripagare eventuali danni. Era molto voluta dalla Lega, ma è stata considerata dal Quirinale ai limiti della costituzionalità.
Il decreto introduce anche un nuovo reato per chi non si ferma su richiesta delle forze dell’ordine. C’è anche il divieto di vendita ai minori di armi da punta o da taglio: la sanzione per chi lo viola può arrivare fino a 12mila euro e alla revoca della licenza di vendita. I commercianti online devono dotare i loro siti di sistemi per la verifica dell’età.
Sempre a proposito di armi c’è poi una misura curiosa, che prevede il divieto di portare fuori di casa particolari strumenti da taglio o da punta, pena la reclusione da sei mesi a tre anni. Vengono descritti molto nel dettaglio: il decreto parla di «strumenti con lama pieghevole di lunghezza pari o superiore a centimetri cinque, a un taglio e a punta acuta, muniti di meccanismo di blocco della lama o a scatto oppure apribili con una sola mano, nonché strumenti dotati di lama affilata o appuntita del tipo “a farfalla” oppure camuffati da altri strumenti od occultati in altri oggetti».
In più, se uno dei reati elencati da decreto, come questo sulle armi da taglio o da punta, viene commesso da un minore, è prevista una sanzione per chi ne esercita la responsabilità genitoriale, da 200 a mille euro.

Giorgia Meloni alla Camera, con il ministro Piantedosi e quello della Giustizia Carlo Nordio, lo scorso ottobre (Roberto Monaldo/LaPresse)
Il disegno di legge invece ha una portata più ampia, anche se rispetto alle intenzioni è diventato tutto sommato poca cosa. Nelle scorse settimane i partiti al governo avevano discusso se inserire la possibilità di prevedere a determinate condizioni un blocco navale, cioè il divieto di entrare nelle acque italiane, da 30 giorni a 6 mesi, in casi di minacce terroristiche o di pressione migratoria eccezionale. La misura era stata citata molte volte in passato da esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega, ma non si è mai concretizzata. E non lo farà neanche in questa occasione.
Senza il blocco navale il disegno di legge è diventato altro: un insieme di questioni procedurali su concorsi e carriere delle forze dell’ordine, con l’obiettivo di rafforzare la loro azione. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto in conferenza stampa che al momento dell’approvazione tutte le misure più concrete sono state spostate nel decreto-legge, mentre il disegno di legge è diventato un contenitore di norme più procedurali.
Questo dice molto di quanto bisogno avesse il governo di mostrare di stare facendo qualcosa di concreto in materia di sicurezza. A differenza del decreto-legge, le cui misure entrano in vigore subito e che deve essere convertito in legge dal parlamento entro 60 giorni, il disegno di legge è una proposta che il governo fa in parlamento, e segue il percorso ordinario di una legge, con la sua discussione e i suoi tempi.
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