Quanto dobbiamo preoccuparci di questo colossale ghiacciaio

Il Thwaites nell'Antartide occidentale è sempre più instabile, e potrebbe cambiare la vita ai milioni di persone che vivono sulle coste di tutto il mondo

La nave rompighiaccio sudcoreana Araon nelle vicinanze del ghiacciaio Thwaites il 19 gennaio 2026 (Chang W. Lee/The New York Times/contrasto)
La nave rompighiaccio sudcoreana Araon nelle vicinanze del ghiacciaio Thwaites il 19 gennaio 2026 (Chang W. Lee/The New York Times/contrasto)
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Nel 1967 un colossale ghiacciaio antartico fu dedicato a Fredrik T. Thwaites per ricordare l’importanza dei suoi studi nella geologia glaciale. Ma la storia prende spesso strade inattese, soprattutto quando c’è di mezzo il riscaldamento globale. A distanza di quasi sessant’anni, per alcuni il nome di Thwaites non ricorda più un professore statunitense ed evoca qualcosa di molto diverso: l’Apocalisse.

A causa del riscaldamento dell’acqua marina, il grande ghiacciaio sta fondendo velocemente e, negli scenari più pessimistici, potrebbe destabilizzare gran parte dell’Antartide occidentale, con gravi conseguenze per l’intero pianeta. Da questo dipendono le valutazioni catastrofiche di alcuni esperti, e il soprannome di “ghiacciaio dell’Apocalisse”.

Già negli ultimi decenni il Thwaites ha contribuito all’innalzamento globale del livello dei mari di alcuni millimetri, ma se dovesse collassare potrebbe portare a un aumento di più di mezzo metro. Il suo indebolimento influirebbe sulle masse di ghiaccio circostanti portando nel lungo periodo a un innalzamento del mare di diversi metri, sommergendo le città e gli insediamenti lungo le coste in buona parte del mondo. Per questo il ghiacciaio è un sorvegliato speciale.

Una recente spedizione antartica organizzata dal Regno Unito e dalla Corea del Sud ha provato a installare sonde sotto lo strato di ghiaccio, a grande profondità, per studiare la temperatura e la velocità delle correnti che lo erodono alla base. Il Thwaites è però spesso tra gli 800 e i 1.200 metri a seconda dei punti e il tentativo di attraversarlo tutto, fino all’acqua liquida, è parzialmente fallito: gli strumenti sono rimasti bloccati prima di arrivare a destinazione. Capire come avviene la fusione alla base è però fondamentale per fare previsioni più accurate sulla salute del ghiacciaio.

– Leggi anche: Un esperimento decennale fallito in poche ore

L’Antartide è il continente più inaccessibile della Terra, non solo perché si trova intorno al Polo Sud. Il terreno è quasi completamente ricoperto da uno strato di ghiaccio che nel punto più alto raggiunge i 4.900 metri. Il ghiaccio è più spesso nell’area centrale del continente, dove si accumula la neve che si compatta formando i ghiacciai, più densi e pesanti. Questi si muovono per gravità scivolando lentamente verso il mare, coprendo quindi un dislivello di migliaia di metri. La parte di ghiaccio che si stacca dalla base di roccia raggiunge l’acqua e galleggia, diventando una piattaforma relativamente libera di muoversi a seconda del letto roccioso, cioè di come degrada il continente diventando poi fondale.

Rappresentazione semplificata della conformazione del letto roccioso e del ghiaccio tra Antartide occidentale (a sinistra) e Antartide orientale (a destra): le piattaforme di ghiaccio, non rappresentate, si estendono sul livello del mare (G. Clarke)

Negli ultimi decenni, l’acqua marina intorno all’Antartide è diventata via via più calda a causa del riscaldamento globale, con una fusione significativa delle piattaforme di ghiaccio. Nell’Antartide orientale il fenomeno è stato più contenuto, perché le coste sono più alte e di conseguenza c’è una minore porzione di ghiaccio a contatto con l’acqua. A occidente, dove c’è anche il Thwaites, ci sono invece molte più aree al di sotto del livello del mare, di conseguenza il ghiaccio è più esposto all’acqua marina e alle sue temperature anomale.

Sotto il Thwaites, il terreno degrada verso l’interno, diventando più profondo mano mano che ci si allontana dalla costa. Questa sorta di conformazione a scivolo fa sì che l’acqua marina possa penetrare sempre più in profondità tra il fondale e il ghiacciaio, facendolo fondere con più facilità. La parte occidentale dell’Antartide è inoltre esposta a correnti oceaniche più calde, che amplificano ulteriormente il fenomeno. Recenti ricerche hanno segnalato la presenza di vortici sottomarini che rimescolano l’acqua, accelerando la fusione fino al 20 per cento rispetto ad altre aree della costa.

(ITCG)

Le osservazioni dall’alto del Thwaites mostrano ormai con chiarezza il modo in cui si sta disgregando in mare. Mentre la parte orientale è ancora sostenuta da una piattaforma di ghiaccio per quanto poco stabile, la parte occidentale è già collassata creando una granita di grandi iceberg, che non ostacolano più il passaggio dell’acqua verso le parti più interne e profonde del ghiacciaio stesso. Dalla parte occidentale si distaccano periodicamente massicci blocchi di ghiaccio, che generano onde sismiche rilevabili a oltre 1.500 chilometri di distanza.

La fusione del Thwaites e del Pine Island, un altro importante ghiacciaio antartico occidentale, è osservata da anni con grande attenzione per le conseguenze che potrebbe avere. I due ghiacciai fanno infatti da “tappo”, impedendo al resto del ghiaccio dell’Antartide occidentale di scivolare verso l’oceano visto che si trovano in aree dove il letto roccioso è sotto al livello del mare.

È stato calcolato che in circa 30 anni la quantità di ghiaccio che dal Thwaites raggiunge il mare sia più che raddoppiata, facendo sospettare che l’intero sistema possa collassare con conseguenze globali. Sui tempi, per ora, manca il consenso scientifico.

Secondo alcuni studi, entro la fine del decennio la piattaforma di ghiaccio orientale del Thwaites potrebbe collassare come è avvenuto per buona parte di quella occidentale. Il fronte del ghiacciaio a quel punto sarebbe quasi completamente esposto all’acqua, con perdite importanti della propria massa ghiacciata nei decenni successivi. Altri ritengono che i tempi potrebbero essere più lunghi, pur concordando sulla previsione nel lungo periodo su un collasso totale e irreversibile.

(ESA)

Quel “lungo periodo” corrisponde a 200 o 900 anni a seconda delle variabili e delle simulazioni. I modelli più pessimistici ipotizzano un collasso rapido entro 250 anni se non si interverrà tagliando drasticamente le emissioni di gas serra, in modo da ridurre l’aumento della temperatura media globale. In uno scenario di basso riscaldamento, circa la metà del ghiacciaio potrebbe rimanere intatta anche dopo 500 anni. Come avviene spesso con il cambiamento climatico, i danni potenziali sono nel lungo periodo, ma per evitarli è importante agire nel breve periodo.

La riduzione delle emissioni non è stata finora sufficiente e ormai anche le simulazioni meno pessimistiche segnalano che dovremo convivere con un certo aumento della temperatura media globale, provando a mitigarne gli effetti. Per questo alcuni gruppi di ricerca sono scettici sulla possibilità di fermare il peggioramento del Thwaites e di altri ghiacciai, e promuovono una proposta a dir poco ambiziosa.

Il Seabed Curtain Project propone l’installazione di una gigantesca tenda da ancorare al fondo del mare, in modo da formare una barriera alta fino a 150 metri e lunga 80 chilometri. Questo enorme telo avrebbe il compito di bloccare le correnti sottomarine oceaniche calde, che scorrono lungo il fondale verso la base del ghiacciaio. Verrebbero deviate prima di raggiungere il punto della linea di galleggiamento, cioè il punto in cui il ghiaccio tocca per l’ultima volta il fondale marino prima di protendersi in mare come una lingua di ghiaccio galleggiante.

Il progetto richiederebbe un investimento iniziale stimato tra i 40 e gli 80 miliardi di dollari e richiederebbe una spesa fino a 2 miliardi di dollari all’anno per il suo mantenimento. Gli elementi del telo avrebbero una durata di circa 25 anni, quindi dovrebbero essere ciclicamente sostituiti, mentre le fondamenta per ancorare il tutto dovrebbero resistere almeno per un secolo. Secondo i promotori dell’iniziativa, l’installazione potrebbe bloccare fino al 50 per cento del flusso di acqua calda, ritardando di secoli il collasso del Thwaites e facendo guadagnare tempo nella riduzione delle emissioni, che potrebbe portare a una riduzione del riscaldamento globale nei prossimi secoli.

Sempre secondo i promotori, il costo del progetto sarebbe comunque inferiore a quanto si dovrebbe spendere per l’adattamento globale all’innalzamento dei mari, che deriverebbe dal collasso del ghiacciaio, ma non tutti sono convinti. Ammesso sia realizzabile, per i più critici il grande telo sarebbe una misura disperata, una sorta di cerotto probabilmente insufficiente per prendere tempo e rallentare le inevitabili conseguenze. Sono state inoltre sollevate preoccupazioni sul progetto, definito come una distrazione pericolosa dalla necessità di ridurre il più possibile le emissioni dei gas serra legate alle attività umane.

Qualsiasi intervento su larga scala dovrebbe essere comunque approvato dalle nazioni che fanno parte del Trattato antartico, un accordo internazionale che risale alla fine degli anni Cinquanta e che comprende 58 paesi, la metà dei quali ha potere decisionale sulle questioni antartiche. Il Trattato prevede, tra le altre cose, la preservazione dell’Antartide e per questo i promotori del Seabed Curtain Project sostengono che i paesi aderenti dovrebbero attivarsi per prendere in considerazione il progetto, che tutelerebbe una delle più importanti masse di ghiaccio dell’emisfero meridionale. Altri chiedono invece che siano proprio i paesi aderenti a vietare iniziative di questo tipo, perché potrebbero rivelarsi controproducenti nella preservazione del continente che contiene circa il 90 per cento di tutto il ghiaccio del pianeta.