Nel frattempo, l’opposizione
Com'è messo il centrosinistra e perché le difficoltà della coalizione ruotano intorno a un problema, cioè che non si sa chi comanda

Da mesi, se si chiede in privato a Elly Schlein o ai suoi più stretti collaboratori quale sia la ragione per cui il centrosinistra fatichi a crescere nei sondaggi nazionali, si ottiene quasi sempre la stessa risposta: la gente, quando vota per il centrodestra, sa che vota per Giorgia Meloni; nel centrosinistra invece non si sa chi sia il leader. È in effetti un problema che rende squilibrato il confronto tra le due coalizioni, e che offre alla presidente del Consiglio un’arma retorica assai efficace.
Più volte, negli ultimi tempi, è emersa l’ansia con cui Schlein vive questa situazione di indeterminatezza, che riguarda il capo della coalizione, certo, e dunque il potenziale candidato alla presidenza del Consiglio. Ma che si trascina inevitabilmente anche tutta una serie di incognite sul perimetro del cosiddetto “campo largo”, sull’agenda, sulla possibilità di stabilire le priorità del programma e offrire dunque una credibile alternativa di governo.
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Logica vorrebbe che proprio Schlein fosse considerata la leader naturale del centrosinistra. Ma nel centrosinistra la logica che si segue non sempre è quella che appare più scontata, per cui il dibattito sulla questione è piuttosto animato, e lo è da tempo. Una certa linea di pensiero, piuttosto maggioritaria nell’area progressista, suggerisce di adottare la stessa soluzione scelta dalla destra nel 2022: ogni partito, cioè, può rivendicare legittime aspirazioni di egemonia sugli altri, ma al dunque il leader andrebbe riconosciuto da tutti nel capo del partito che prende più voti alle elezioni. Se questo fosse effettivamente lo schema, allora Schlein sarebbe ragionevolmente certa di essere la leader del centrosinistra, visto che il PD è accreditato di un consenso sensibilmente maggiore di quello dei suoi alleati.
Per le stesse ragioni, a contestare questo approccio è Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, il quale invece coltiva una sua ambizione personale, e dunque suggerisce di rinviare questa discussione e di prendere una decisione solo quando tutte le incognite che caratterizzano il quadro politico, di qui alle prossime elezioni nel 2027, saranno chiarite. Una di queste, forse la principale, riguarda la legge elettorale. Quella attuale non impone alle coalizioni di indicare in anticipo, in maniera vincolante, il proprio capo. Ma Meloni ha più volte ribadito la sua volontà di passare a un sistema diverso, in cui il nome del candidato premier di ciascuna coalizione venga espresso sulla scheda elettorale. Non è detto che una riforma verrà approvata prima delle prossime elezioni, né che questa specifica modifica verrà in effetti inserita: di certo, però, Fratelli d’Italia ci sta lavorando in modo intenso.

Elly Schlein durante un convegno del PD a Milano, il primo febbraio 2026 (MATTEO CORNER/ANSA)
Se dunque una legge elettorale del genere venisse approvata, il centrosinistra dovrebbe scegliere il proprio leader prima del voto. E come? Una delle ipotesi più concrete sarebbero le primarie: toccherebbe dunque agli elettori indicare il leader della propria coalizione, scegliendolo tra i vari candidati. Conte e Schlein sarebbero i due contendenti più accreditati: e anche se apparentemente Schlein partirebbe come favorita, Conte potrebbe comunque avere qualche possibilità.
Innanzitutto perché potrebbe contare sulle divisioni del PD stesso. Un’ampia parte dei dirigenti del partito – sia quelli dell’area più moderata, sia alcuni di quelli della corrente di sinistra – ritengono Schlein poco strutturata per un eventuale incarico da presidente del Consiglio: non ha grande esperienza amministrativa, non ha mai fatto parte di un governo, non ha mai avuto incarichi di prestigio nelle istituzioni. Per questo Conte dice, in modo allusivo, che serve valorizzare il merito e le competenze per scegliere il leader: è un modo per far pesare il fatto che lui è già stato presidente del Consiglio per quasi tre anni, con due diversi governi, e dunque sarebbe più preparato di Schlein.
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La speranza di Conte, in questo senso, è che ci sia una convergenza di interessi apparentemente impensabile: la corrente più ostile a Schlein, che è anche quella più critica nei confronti della subalternità che il PD mostra verso il M5S su alcuni temi, potrebbe logorare la segretaria, e così favorire, più o meno consapevolmente, una vittoria di Conte. Anche il crescente protagonismo di alcuni personaggi attualmente secondari – come la sindaca di Genova Silvia Salis o il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, solo per citare i due nomi più in vista – o la considerazione di cui godono politici di centrosinistra non molto in sintonia con Schlein, come Paolo Gentiloni, può impensierire Schlein: nell’ottica di elezioni primarie, per esempio, Salis o Manfredi toglierebbero voti per lo più a Schlein, finendo così con l’avvantaggiare Conte.

Elly Schlein e Silvia Salis, sindaca di Genova, durante un dibattito a Palazzo Ducale, il 23 gennaio 2026 (LUCA ZENNA/ANSA)
Ma parliamo di scenari ancora eventuali e al momento fumosi. E al di là di tutto questo, a preoccupare Schlein è soprattutto un’altra arma negoziale di Conte. Se è vero che la segretaria del PD resta la leader col consenso maggiore a livello di partito, è pure vero che le regole della politica spesso prescindono dal semplice confronto aritmetico. Conte ha infatti uno strumento di ricatto piuttosto efficace: può minacciare, cioè, di sottrarsi all’accordo strutturale col PD, decidendo di andare alle elezioni da solo. Una scelta del genere renderebbe certa la sconfitta del centrosinistra, ma garantirebbe comunque a Conte una certa visibilità.
Non sarebbe d’altronde una cosa del tutto inedita. Succede spesso che i leader meno forti di una coalizione riescano a guadagnarsi la leadership del loro schieramento proprio in virtù di quell’arma di ricatto: essendo, pur con un consenso limitato, determinanti per far vincere la coalizione, possono pretendere di ottenere un incarico maggiore rispetto a quello che i rapporti di forza effettivi sembrerebbero suggerire. Il caso più celebre, in questo senso, è quello di Bettino Craxi: il leader del Partito Socialista, pur essendo a capo di un partito che aveva l’11 per cento dei consensi, nel 1983 riuscì a farsi indicare come presidente del Consiglio di un governo che aveva nella Democrazia Cristiana il partito con quasi il triplo dei voti rispetto ai socialisti.
Non è detto che Conte abbia la stessa abilità politica di Craxi, e quello era un periodo storico in cui la DC era ormai logorata da un trentennio di governo ininterrotto. Ma è indubbio che Conte abbia dimostrato una certa spregiudicatezza tattica, in passato: ha guidato un governo di destra populista, il governo “gialloverde”, grazie all’accordo con la Lega tra il 2018 e il 2019, e subito dopo uno di sinistra, quello “giallorosso”, insieme al PD e a Italia Viva di Matteo Renzi. Tuttora, soprattutto sulla politica estera, c’è una notevole consonanza di orientamenti tra il M5S e la Lega; e nel gennaio del 2022, quando l’esperienza del governo “gialloverde” era terminata da tempo, emerse una solidissima intesa tra Conte e Matteo Salvini nel progetto, poi comunque fallito, per l’elezione di Elisabetta Belloni come presidente della Repubblica. Ultimamente, proprio col fine di rafforzare questa sua posizione ambigua, Conte si è rifiutato di definirsi di centrosinistra, e ha detto che a suo avviso PD e M5S non sono alleati. Il sospetto che agita molti dirigenti del PD è che insomma Conte potrebbe sottrarsi davvero a un accordo con Schlein e rompere il cosiddetto “campo largo”, cioè l’alleanza progressista.
Ci sono anche buone ragioni per ritenere che quello di Conte sia una sorta di bluff. Il M5S governa direttamente due regioni (Sardegna e Campania) ed esprime assessori di giunta in varie altre (Toscana, Puglia, Emilia-Romagna, Umbria) proprio in virtù dell’alleanza col PD, che in tutte quelle regioni è di gran lunga il primo partito. Molti dirigenti locali e nazionali, e molti elettori del M5S, si sentono ormai parte integrante del centrosinistra. Rompere questo accordo per Conte significherebbe dunque rinunciare a potere e consenso, e lo farebbe passare come il principale responsabile dell’agevole vittoria della destra, contro cui lui sostiene di volersi battere. Insomma, il ricatto di Conte potrebbe essere appunto non molto di più che un’arma retorica.
Ma in ogni caso, Schlein ritiene che tutta questa confusione sia deleteria per il centrosinistra, e soprattutto per lei. Sa che vari dirigenti del suo partito scommettono un po’ su questa incertezza sperando che, di fronte a un’eventuale impasse, potrebbero essere indicati, proprio loro, come candidati presidenti del Consiglio in caso di vittoria del centrosinistra. Ma più in generale Schlein ritiene che questo caos sia il principale fattore che impedisce alla coalizione di crescere nei sondaggi e di accreditarsi come alternativa credibile di governo alla destra di Meloni.



