“Infinite Jest”, visto oggi
Quattro scrittori ed editori che lo conoscono bene riflettono su cosa sia rimasto del romanzo più famoso di David Foster Wallace, uscito trent'anni fa
di Giuseppe Luca Scaffidi

Quando lo scrittore italiano Nicola Lagioia ha ripreso in mano dopo molto tempo Infinite Jest, il romanzo più famoso di David Foster Wallace, ha avuto due impressioni distinte. Da un lato gli è sembrato di trovarsi davanti allo stesso libro «premonitore» che lesse trent’anni fa, capace di anticipare un mondo in cui «il capitalismo ha invaso ogni aspetto della quotidianità».
Dall’altro lato ha avuto la sensazione che Infinite Jest fosse profondamente ancorato a un momento preciso degli anni Novanta, che Lagioia definisce un «periodo di sospensione degli eventi»: quello tra la fine della Guerra fredda e l’inizio di una «nuova fase di violenza e instabilità» inaugurata dagli attentati dell’11 settembre. E nel romanzo quest’ultima dimensione manca del tutto.
«È come se Wallace ci avesse immaginati soli, alienati e occupati a scrollare gli schermi fino a rincoglionirci, com’è poi effettivamente accaduto, ma lo avesse fatto dai sobborghi appaltati e tranquilli di un campus americano», dice. «Senza mettere in conto che, nel frattempo, qualcuno avrebbe ricominciato a sparare in faccia alla gente».

David Foster Wallace nel 1997 (Steve Liss/Getty Images)
Infinite Jest uscì il 1° febbraio del 1996, trent’anni fa, quando David Foster Wallace era già diventato uno dei più importanti e acclamati scrittori americani. È un romanzo massimalista e con ambizioni colte, sia nelle intenzioni che nell’esecuzione: parla di tantissime cose, che vanno dal bisogno ossessivo di intrattenimento all’alto livello di competitività della società americana, fino alla dipendenza in tutte le sue forme e alla difficoltà di comunicare in un mondo iperstimolato.
Infinite Jest alterna parti di grande tensione drammatica a interminabili digressioni storiche o tecniche. Ha un gergo tutto suo, che contiene una quantità esagerata di termini scientifici, sigle, marchi, nomi di farmaci e molecole. Segue per pagine e pagine flussi di coscienza contorti e a tratti indecifrabili, è pieno di rimandi interni al testo e di dettagli fondamentali per comprendere gli sviluppi della trama. Fa convivere scene di violenza efferata ad altre di estrema dolcezza, momenti di spietato umorismo nero ad altri di commovente sincerità. Ha più di 1200 pagine, e di queste alcune centinaia sono note finali collocate in fondo al volume. Sono lunghe, dense e cervellotiche, e non possono essere tralasciate perché hanno un’importanza narrativa pari a quella del testo principale.
Questa caratteristica può rendere la fruizione di Infinite Jest decisamente faticosa, dato che chi lo legge è costretto a fare continuamente avanti e indietro tra il testo principale e le note (per non complicarsi troppo la vita, l’anno scorso una redattrice del Post si era inventata una soluzione estrema ma efficace).

La copia di Infinite Jest sezionata dalla redattrice del Post, con il testo principale a sinistra e le note a destra
«Fu percepito come una novità assoluta: era come leggere l’Ulisse di Joyce, ma aggiornato ai nostri tempi» dice Edoardo Nesi, che nel 2000 curò la prima traduzione italiana di Infinite Jest per la casa editrice Fandango. Lo definisce «una summa del postmodernismo», quel filone di letteratura sperimentale che si sviluppò a partire dagli anni Sessanta soprattutto negli Stati Uniti, grazie al successo di autori come Thomas Pynchon, Don DeLillo e Paul Auster.
Tuttavia, pur essendo un romanzo importantissimo e un esperimento letterario impareggiabile, per Nesi Infinite Jest è un’opera da cui gli scrittori delle generazioni successive hanno potuto attingere molto poco. «Ci sono grandi opere letterarie da cui uno scrittore emergente può prendere spunto, come i racconti di Raymond Carver, e altre che si possono solo ammirare da lontano, senza provare a imitarle. Infinite Jest appartiene a questa seconda categoria».
Questo perché le invenzioni di Wallace sono così geniali che «tentare di replicarle sarebbe ridicolo», spiega Nesi. Cita a questo proposito l’esempio dell’Eschaton, un gioco di strategia descritto nel romanzo a metà tra Risiko e scacchi, ambientato su più campi da tennis e concepito come la simulazione di un’ipotetica Terza guerra mondiale. «Puoi permetterti di introdurre nel racconto un elemento così straniante solo se sei un fenomeno».
Anche lo scrittore Francesco Pacifico, esperto di letteratura americana, ricorda il primo impatto di Infinite Jest come qualcosa di sconvolgente. «Ai tempi fu una specie di bagliore accecante, era la massima espressione di uno scrittore dal talento stratosferico, capace di mettere in soggezione chiunque. Più che ispirarti, ti faceva passare la voglia di scrivere: non è che ci fosse tanto da rubare». Lo definisce «il libro definitivo sulle famiglie borghesi, sofisticate, performanti e un po’ disfunzionali».
Secondo Lagioia, pur restando un romanzo enorme per ambizione e intelligenza, Infinite Jest non ha funzionato come modello per ciò che è venuto dopo anche per via di un generale «ridimensionamento dell’immaginario americano». Il fatto che il New York Times abbia indicato L’amica geniale di Elena Ferrante come romanzo del secolo e che Parasite compaia regolarmente al primo posto nelle classifiche dei migliori film degli ultimi anni sono esempi di questo declino.
Infinite Jest è ambientato in un futuro imprecisato in cui gli Stati Uniti hanno annesso il Canada e il Messico dando vita a una nuova federazione, l’ONAN (Organization of North American Nations). Al centro delle vicende c’è un film (intitolato Infinite Jest, per l’appunto) talmente coinvolgente e ipnotico da generare un senso di dipendenza in chi lo guarda, che pur di non scollarsi dallo schermo preferisce lasciarsi morire di fame. Circola su una misteriosa videocassetta che è stata raffigurata sulla copertina della nuova edizione del libro, pubblicata recentemente da Einaudi.
«È uno spunto ingegnoso, è incredibile che sia arrivato a un’intuizione del genere negli anni Novanta, un periodo in cui gli smartphone e gli abbonamenti a Netflix non esistevano neppure», dice Pacifico.
Nella storia compaiono decine e decine di sottotrame frammentate e confuse, con protagonisti grotteschi e fantasiosi, tra cui un’organizzazione di indipendentisti del Quebec in sedia a rotelle che vuole impossessarsi della prima copia del film per utilizzarla come arma terroristica e sgominare gli oppressori americani. Molti personaggi sono intelligentissimi, altri hanno forme di disabilità, alcuni sono malvagi e altri ingenui, diversi hanno storie tragiche e violente, raccontate con crudeltà esilarante o con grande empatia a seconda dei casi. In Infinite Jest nessuno è funzionale e sereno, tutti tendono a estraniarsi dalla realtà, o sono dipendenti da droghe o farmaci, o cercano ossessivamente il piacere nei modi più vari.
Uno dei temi al centro del romanzo è la rincorsa esasperata dell’eccellenza, che spesso sfocia in ansia e stati depressivi. Il protagonista Hal Incandenza, una giovane promessa del tennis capace di imparare a memoria l’intero Oxford English Dictionary, è assillato dall’ambizione di emergere in due ambienti altamente competitivi come lo sport e l’accademia. È a sua volta figlio di un padre molto ambizioso ed emotivamente assente, James Incandenza, il regista di Infinite Jest, che dopo aver rincorso per tutta la vita l’affermazione nel cinema d’autore si suicida infilando la testa in un forno a microonde.
L’altro personaggio centrale del romanzo, uno dei pochi provenienti da contesti proletari, è l’ex tossicodipendente e rapinatore Don Gately. Lavora in un centro di recupero ed è un po’ il cuore morale del libro, perché con il suo impegno per restare sobrio e prendersi cura delle persone in difficoltà fa da contraltare all’intellettualismo competitivo e spesso autodistruttivo degli altri personaggi.
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Infinite Jest ebbe il merito di dare «una voce nuova e potentissima al disagio e alla depressione», dice Lagioia. Lo paragona a un «gigantesco panopticon in cui non ci si può nascondere né fuggire da nessuna parte». Questo aspetto all’epoca colpì per la sua intensità, ma oggi ha perso parte della sua forza. «Una visione così dolorosa e priva di speranza può risultare un po’ respingente per i lettori contemporanei: la realtà è fatta anche di scorciatoie, botole e nascondigli, e in Infinite Jest non ce ne sono».
Secondo Pacifico, pur essendo «tra i migliori romanzi americani degli anni Novanta», uno dei punti critici di Infinite Jest è il modo in cui racconta sofferenza e disagio attraverso personaggi dal talento eccezionale. «Ci sono un sacco di ragazzi e adulti iperallenati e capaci di prestazioni fuori scala, ma questa eccezionalità finisce per diventare una giustificazione implicita del dolore: come se l’essere dei genietti rendesse la sofferenza più accettabile, o addirittura meritata».
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Quando uscì Infinite Jest, Wallace era già considerato uno dei più importanti e acclamati scrittori americani. Aveva esordito nel 1987 con La scopa del sistema, romanzo ispirato in gran parte alla sua seconda tesi di laurea sulle teorie del linguista austriaco Ludwig Wittgenstein. Si distinse fin da subito per la sua prosa colta, dispersiva e iperdescrittiva e fu accolto con enorme entusiasmo dalla critica, che individuò in lui il capofila di una corrente di rinnovamento del postmodernismo.
Negli anni successivi la sua fama aumentò grazie al successo delle sue raccolte di racconti, in particolare La ragazza dai capelli strani (1988) e Brevi interviste con uomini schifosi (1999), che definirono ulteriormente il suo stile.
Ma fu altrettanto influente la sua produzione saggistica. Gli articoli che scrisse negli anni Novanta per riviste come Harper’s e New York Times Magazine, dedicati ad argomenti come il tennis, la musica rap e gli atteggiamenti più superficiali e consumistici degli americani, mostrarono un nuovo modo di intendere i reportage, più narrativo, acuto e coinvolgente. Questi testi confluirono poi in raccolte di grande successo, come Una cosa divertente che non farò mai più e Il tennis come esperienza religiosa.

Un biglietto scritto da David Foster Wallace e inviato a Edoardo Nesi nel 2000
Dopo l’uscita di Infinite Jest Wallace cominciò a essere considerato una specie di santone della letteratura, e questa venerazione aumentò ulteriormente a partire dal 2008, l’anno del suo suicidio. Gli studenti dei campus americani crearono una specie di mitologia attorno alla sua figura, imitando le sue posture, la sua capigliatura e il suo modo di vestire.
La celebrazione postuma di Wallace ha prodotto qualche effetto indesiderato che ha in parte compromesso la sua reputazione. Uno di questi è che, soprattutto negli Stati Uniti, Infinite Jest abbia ottenuto senza volerlo la fama del «romanzo del maschio intelligentone che vuole farsi notare», dice Pacifico.
Il libro iniziò a circolare soprattutto in ambienti universitari e culturali a forte prevalenza maschile, dove diventò un feticcio e un simbolo di prestigio culturale: leggerlo (o almeno raccontare in giro di averlo letto) serviva a mostrarsi intelligenti, sofisticati, “seri”, ed equivaleva ad aver superato una specie di prova di forza. Ancora oggi, «I survived Infinite Jest» («sono sopravvissuto a Infinite Jest») è uno dei motti maggiormente associati al romanzo.
Alcune critiche femministe notarono questo fenomeno e coniarono un apposito neologismo per descriverlo: “lit bro”, termine che indica quegli uomini che costruiscono la propria immagine attorno a pochi libri considerati difficili o importanti, usandoli come strumenti di affermazione culturale. «Ormai “Ama David Foster Wallace” è diventato sinonimo di “ok, è un altro di quei figli di puttana”», scrisse la critica letteraria Molly Fisher in un articolo dedicato al tema.
«Nei campus lo consigliavano alle fidanzate in modo autoritario, un po’ come si impone un disco di death metal a chi ascolta soltanto musica leggera» dice Martina Testa, ex responsabile editoriale di Minimum Fax, forse la casa editrice che più di tutte ha contribuito a far conoscere Wallace in Italia. «Dalle nostre parti però questa dinamica non è mai stata replicata, per fortuna: le donne che leggevano Infinite Jest erano entusiaste tanto quanto gli uomini».
Testa dice che interrogarsi sull’eredità di Infinite Jest ha senso solo fino a un certo punto. «Parliamo quasi di preistoria: è il libro di un’altra epoca. Non è autocompiaciuto e consolatorio come molta narrativa odierna, ed è molto ostico: ci sono le note, le descrizioni chilometriche, i personaggi che scompaiono e ritornano dopo centinaia di pagine e altri elementi che non si conciliano per niente con la nostra soglia di attenzione attuale».
Oggi non ci sarebbe lo spazio editoriale per pubblicarlo, e forse neppure per proporlo a qualcuno: «romanzi così grandi e impegnativi, ma capaci di ricompensare enormemente chi li legge, sono diventati una merce rara».
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