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  • Martedì 27 gennaio 2026

Il primo processo per stabilire se i social media creano dipendenza

Un po’ come le sigarette, a cui si ispira la tattica dell’accusa

(Brent Lewin/Bloomberg)
(Brent Lewin/Bloomberg)

Martedì negli Stati Uniti inizia il primo processo che dovrà stabilire se le società proprietarie dei principali social network, tra cui Meta, YouTube e TikTok, abbiano creato volontariamente dei prodotti che generano dipendenza, specialmente negli utenti più giovani, causando vari danni tra cui ansia, depressione e autolesionismo. L’accusa ritiene inoltre che i dirigenti delle aziende fossero al corrente dei potenziali danni creati dai loro social network, ma non abbiano fatto abbastanza per limitare i rischi, anteponendo i risultati economici al benessere degli utenti.

Se ritenute colpevoli, le aziende potrebbero essere costrette a risarcire i danni o a cambiare alcuni aspetti delle piattaforme per evitare di creare dipendenza. Eventuali condanne potrebbero far partire molte altre cause simili, visto quanto è diffuso l’uso dei social e quanto sono discussi questi problemi.

Il primo caso sarà esaminato in un tribunale statale di Los Angeles a partire da martedì, quando inizieranno le pratiche per la selezione della giuria. Il processo dovrebbe durare tra le sei e le otto settimane. In totale il tribunale dovrebbe occuparsi di nove casi simili, selezionati tra migliaia di altri.

Tra le altre cose l’accusa sostiene che alcune caratteristiche specifiche dei social siano state create per generare dipendenza, senza curarsi delle conseguenze per gli utenti. Tra queste ci sono la possibilità di scorrere all’infinito (nota come infinite scroll), la riproduzione automatica dei video e i suggerimenti di contenuti generati dagli algoritmi.

Sono citati come nocivi anche i filtri per modificare le foto, presenti soprattutto su Instagram e Snapchat. Per esempio quelli che permettono di modificare profondamente il volto di una persona, adeguandolo a un certo standard di bellezza, sono stati spesso accusati di acuire problemi psicologici legati al rapporto tra le persone e i loro corpi e di causare problemi quali ansia, depressione, dismorfofobia (ossia una preoccupazione eccessiva per difetti fisici, spesso minimi).

L’accusa userà inoltre vari documenti aziendali interni, diventati pubblici nel corso degli ultimi anni, per provare a dimostrare che i dirigenti delle aziende abbiano ignorato rischi che conoscevano. 

La tattica dell’accusa prende spunto da quella utilizzata negli anni Novanta contro le principali società produttrici di sigarette: anche loro furono accusate di non aver posto rimedio agli effetti negativi dei loro prodotti, pur essendone al corrente. Le società di sigarette dovettero risarcire alcuni clienti per centinaia di miliardi di dollari e accettarono di modificare le pratiche di marketing per aumentare la protezione e la consapevolezza dei consumatori. A seguito di quei processi le norme sul consumo di prodotti a base di tabacco divennero più stringenti, e ci fu una diminuzione nel consumo.

– Leggi anche: La “fine” dei social network continua

Come difesa, le aziende proprietarie delle piattaforme social sostengono che non esistano prove scientifiche della dipendenza creata dai social network, e che quindi le cause non siano sufficientemente solide. Fanno anche riferimento a una norma federale negli Stati Uniti che li solleva dalla responsabilità sui contenuti che pubblicano gli utenti. 

L’amministratore delegato di Meta Mark Zuckerberg, Menlo Park, Stati Uniti, 25 settembre 2024(Bloomberg/David Paul Morris/Getty Images)

La prima causa che sarà esaminata fu presentata nel 2023 da una ragazza di 19 anni, identificata solo con le iniziali K.G.M, che accusa vari social network di averle creato dipendenza e generato in lei ansia, depressione e problemi legati alla sua immagine e al suo corpo.

TikTok ha raggiunto un accordo con lei martedì, mentre Snap (l’azienda proprietaria di Snapchat) si era già accordata con lei la scorsa settimana (i dettagli di entrambi gli accordi non sono stati resi noti). Meta e YouTube hanno preferito evitare un accordo e andare a processo. Potrebbero essere chiamati a testimoniare anche Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Meta, e Neal Mohan, l’amministratore delegato di YouTube. Altre cause simili saranno esaminate durante l’estate dal tribunale di Oakland, sempre in California.