Tutti abbiamo in casa un oggetto di design
Diamo per scontata la loro funzionalità e spesso non ne consideriamo la bellezza: fateci caso, la prossima volta che vi disinfettate una ferita

Ci sono cose che usiamo tutti i giorni e che non sembrano oggetti di design nel senso in cui comunemente lo intendiamo, eppure lo sono. Una di queste è la sedia pieghevole “Plia” di Giancarlo Piretti, uno dei designer italiani più importanti degli ultimi decenni, che è fatta in plastica e metallo, è pensata per essere tirata fuori al momento del bisogno e nel tempo è stata imitata moltissime volte. È solo uno dei moltissimi esempi di oggetti di largo consumo, ormai dati per scontati dalla maggior parte delle persone che li usano, e che invece nacquero come opere di design.
Ognuno di questi oggetti ha una storia propria, ma in generale hanno avuto successo e diffusione essenzialmente perché erano accessibili e molto funzionali. In certi casi si sono diffusi soltanto nella loro versione originale, in altri – quando non erano brevettati, oppure a brevetto scaduto – sono stati imitati e riprodotti in milioni di esemplari. Nonostante siano entrati in milioni di case, spesso la loro origine è sconosciuta ai più.
L’attrice statunitense Kirsten Dunst seduta su una “Plia” in un servizio fotografico di GQ
La moka
È uno degli oggetti di design più riconoscibili e popolari al mondo, e il meccanismo di bollitura e distribuzione dell’acqua della caffettiera fu messo a punto nel 1933 da Alfonso Bialetti, titolare di un’azienda del Piemonte nordorientale che si occupava di semilavorati in alluminio. Per disegnarlo Bialetti si era ispirato a un tipo di vasca usata dalle lavandaie, che aveva al centro un tubo dal quale uscivano acqua calda e sapone. La moka è composta appunto da quattro elementi in alluminio, con un manico in bachelite e una guarnizione sostituibile, e deve il suo nome a Mokha, città dello Yemen nota per il commercio del caffè.
Il brevetto fu depositato solo nel 1950 dal figlio di Bialetti, Renato, lo stesso che ispirò il personaggio con i baffi nel logo dell’azienda, e prevedeva che avesse una forma ottagonale: oggi ce ne sono numerose varianti, anche di altri marchi, ma di fatto da quasi un secolo il design della moka è rimasto pressoché invariato.

Il design della Moka Bialetti (ANSA-TO)
Il Tratto Pen
Nel 1975 la F.I.L.A. (Fabbrica Italiana Lapis ed Affini) commissionò allo studio Design Group Italia di Marco Del Corno la creazione di uno strumento per scrivere che sfruttasse una nuova punta in materiale sintetico brevettata in Giappone. Questo sistema permetteva di far fuoriuscire l’inchiostro non solo dalla punta, ma anche dai suoi lati: ne uscì così una penna-pennarello che, al contrario delle penne tradizionali, funzionava in qualsiasi modo la si impugnasse, anche tenendola inclinata. Nel 1979 il Tratto Pen fu tra gli oggetti premiati con il Compasso d’Oro, uno dei riconoscimenti più importanti nel campo del design, che viene assegnato ogni anno dall’Associazione per il Disegno Industriale.

(Dal sito di F.I.L.A.)
La bottiglietta della salsa di soia
La salsa di soia è da secoli un ingrediente fondamentale della cucina giapponese, e la bottiglietta con cui siamo abituati a versarla fu inventata nel 1975 dal designer Kenji Ekuan per il noto marchio Kikkoman. Il suo mandato era quello di produrre un flacone pratico e dall’estetica piacevole, che rimpiazzasse le grosse bottiglie con cui il condimento veniva servito a tavola e ne rinnovasse un po’ l’immagine: dopo tre anni e quasi cento prototipi, concepì una bottiglietta ispirata ai recipienti in ceramica per il sake, con un tappo rosso dotato di due buchi laterali che (in teoria) limitano il rischio di gocciolamento. Il modello fu copiato da altri marchi, e l’originale è in esposizione permanente al MoMA di New York.
L’interruttore rompitratta
Dal 1968 a oggi ne sono stati venduti milioni e milioni, ma quasi nessuno sa chi li ha inventati: gli interruttori rompitratta si chiamano così perché servono per attivare o disattivare i contatti che permettono il passaggio della corrente – e quindi di accendere o spegnere qualcosa – quando non c’è un interruttore. Furono inventati dai fratelli Pier Giacomo e Achille Castiglioni per l’azienda di illuminazione ed elettronica milanese VLM (ora Relco), ed erano l’oggetto di cui quest’ultimo andava più fiero: grazie a un dispositivo così semplice e utile, diceva, era «entrato nelle case di tutti».

Un interruttore rompitratta dal sito della Fondazione Achille Castiglioni
Il flaconcino del Bialcol
Viene subito in mente per il colore verdino del liquido disinfettante che contiene e per il tappo a svitamento triangolare che, spiega Chiara Alessi, esperta di design e cultura materiale, era ispirato ai copricapi delle monache che prestavano servizio negli ospedali. Il flacone fu ideato nel 1985 dal gruppo MID (Mutamento Immagine Dimensione), lo studio di design e ricerca artistica fondato da Alfonso Grassi, Gianfranco Laminarca e Alberto Marangoni: era stato commissionato dalla Ciba-Geigy, poi confluita in Novartis, e vinse a sua volta il Compasso d’Oro.

Una pubblicità del Bialcol
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Il portaombrelli di Gino Colombini
Dal 1953 al 1960 Colombini fu il direttore tecnico dell’azienda milanese Kartell, nota per i mobili e per gli oggetti di arredamento in plastica stampata a iniezione: uno dei prodotti più noti, imitati e ubiqui che disegnò è il famoso portaombrelli cilindrico, con due aperture laterali, utilizzato anche come cestino.
Lo scopino da bagno “Cucciolo”
È stato inventato nel 1974 dal designer giapponese Makio Hasuike per l’azienda Gedy, ed è noto per la forma concava e sinuosa che è ripresa anche nel vano del portascopino; viene venduto ancora oggi ed è a sua volta parte della collezione permanente del MoMA. A Makio Hasuike, che vive e lavora a Milano, si deve anche “Piuma”, la cartelletta rigida in polipropilene realizzata nel 1982 per la sua azienda di borse e valigeria MH Way, e usata da generazioni di studenti per trasportare blocchi da disegno, fogli e materiale tecnico.
I sanitari di Gio Ponti
Gio Ponti fu uno dei più grandi architetti e designer italiani. Progettò tra le altre cose il Grattacielo Pirelli a Milano e la concattedrale della Gran Madre di Dio di Taranto, la sedia Superleggera e la poltrona Gabriela, ma si dedicò a lungo anche all’arredo di interni e alle ceramiche. Oltre che con la Ginori 1735 (ex Richard Ginori), a metà anni Cinquanta collaborò con la Ideal Standard, per cui realizzò una linea di water, bidet e soprattutto lavabi di porcellana, in diversi colori, che di tanto in tanto capita ancora di vedere nelle case o nei locali milanesi.
La bottiglietta del Campari Soda
Dietro al successo dell’aperitivo monodose inventato da Davide Campari all’inizio degli anni Trenta c’è anche quello della sua tipica bottiglietta e della grande campagna pubblicitaria con cui venne promosso. Furono merito di Fortunato Depero, uno dei principali esponenti del futurismo, il movimento artistico d’avanguardia italiano che esaltava in particolare velocità, modernità e progresso. La bottiglietta – identica ancora oggi – ha la forma di un calice rovesciato ed è senza etichetta: il nome della bevanda e dell’azienda sono in rilievo sul vetro, che ha la superficie smerigliata, un po’ per garantire una presa migliore, e un po’ per evocare la freschezza della bevanda al suo interno.
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La sdraio spaghetto
Fu disegnata nel 1975 da Francesco Favagrossa per la FIAM, azienda bresciana che la produce ancora oggi. Ha un telaio in acciaio o alluminio e cordoni in pvc intrecciati a mano che compongono sia la seduta che il poggiapiedi e lo schienale, ergonomico e regolabile. La sdraio spaghetto è ispirata agli anni Sessanta e secondo l’azienda è «leggendaria quanto il piatto più amato dagli italiani»: nel 2025 l’ha prodotta in nuovi colori in collaborazione con il negozio del MoMA.
Il “panettone” di Enzo Mari
Non sta ovviamente dentro alle case, ma appena fuori, su moltissime strade italiane. Mari, che fu un designer di fama mondiale, vinse il Compasso d’Oro cinque volte, compreso quello per la sedia Delfina (per l’azienda Driade) e la sedia Tonietta (per Zanotta). Come consulente per l’arredo urbano del Comune di Milano, nel 1980 ideò anche i noti dissuasori per impedire il passaggio delle automobili: sono soprannominati panettoni appunto perché ricordano la forma del tipico dolce milanese, ma da allora si trovano anche in molte altre città.
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