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  • Domenica 25 gennaio 2026

I gruppi che filmano i poliziotti negli Stati Uniti

Lo stava facendo Alex Jeffrey Pretti poco prima di venire ucciso: lo si fa da decenni proprio per documentare eventuali abusi

Alex Jeffrey Pretti filma un agente della polizia federale poco prima di venire strattonato e ucciso
Alex Jeffrey Pretti filma un agente della polizia federale poco prima di venire strattonato e ucciso (frame di un video su Instagram verificato dal New York Times)
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Subito prima di venire ucciso dagli agenti federali mentre era immobilizzato, sabato a Minneapolis, Alex Jeffrey Pretti li stava filmando con il suo cellulare. È un metodo di protesta pacifico che viene usato da generazioni di attiviste e attivisti, e che negli ultimi mesi è diventato centrale per i gruppi di Minneapolis e delle altre città degli Stati Uniti dove è stata dispiegata l’ICE, il corpo di polizia che Donald Trump sta usando come principale strumento della sua politica anti-immigrati.

Organizzarsi per seguire gli agenti delle forze dell’ordine e filmarli durante le loro operazioni permette di testimoniare eventuali abusi e, almeno in teoria, di garantire che i responsabili ne rispondano.

Nel caso di Pretti, i video girati sulla scena del suo omicidio smentiscono la versione data dall’amministrazione Trump, ossia che fosse armato al momento dell’intervento degli agenti e che loro gli abbiano sparato per difendersi. I video di attivisti e testimoni erano stati ugualmente importanti per ricostruire l’uccisione di Renée Nicole Good, la prima avvenuta a Minneapolis. Anche in quel caso, l’amministrazione aveva sostenuto che l’agente dell’ICE le avesse sparato per legittima difesa: anche in quel caso i video l’avevano contraddetta.

Le persone che partecipano a questa attività di monitoraggio civico organizzato sono chiamate copwatcher (osservatori di poliziotti). I cittadini si organizzano sui social, spesso grazie a pagine anonime. Si ritrovano dove è prevista un’operazione (a volte sono mirate, altre sono dei rastrellamenti casa per casa) e seguono gli agenti a distanza, filmando quello che fanno.

Un gruppo di persone filma agenti dell'ICE a Minneapolis, 13 gennaio 2026

Un gruppo di persone filma agenti dell’ICE a Minneapolis, 13 gennaio 2026 (Elizabeth Flores/Minnesota Star Tribune via ZUMA Press Wire)

La legge americana permette questa pratica: il primo emendamento della Costituzione la tutela sotto il diritto di cronaca e di assemblea, e fintanto che gli attivisti non ostacolano fisicamente l’operazione e non mettono a rischio gli agenti o le indagini è consentito. Gli attivisti hanno organizzato anche attività di vedetta, per avvertire con fischietti e altri metodi le persone immigrate quando gli agenti dell’ICE si stanno avvicinando. Molto probabilmente Pretti stava partecipando a una di queste attività, sabato mattina (ora locale).

– Leggi anche: L’agente dell’ICE che ha sparato a una donna a Minneapolis sarà processato?

L’amministrazione Trump sta provando a screditare i copwatcher e a farli passare come facinorosi che ostacolano le operazioni dei federali. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem ha detto che filmare gli agenti in servizio è una forma di violenza e di doxxing, cioè la pratica di esporre qualcuno online allo scopo di minacciarlo o di punirlo, e l’ha paragonato al tiro di sassi o bottiglie incendiarie. Secondo esponenti dell’amministrazione, i gruppi di copwatcher a Minneapolis starebbero ostacolando il lavoro delle forze federali e mettendo in pericolo la sicurezza degli agenti, e questo giustificherebbe anche l’impiego di metodi violenti per disperderli.

Come detto, la loro radice ideologica è storica negli Stati Uniti. Viene dalle Black Panthers, l’organizzazione politica militante nata negli anni Sessanta per lottare contro il sistema di oppressione degli afroamericani, il razzismo sistemico della società statunitense e la brutalità delle forze dell’ordine. Le Black Panthers non utilizzavano telecamere ma organizzavano scorte armate per difendere la popolazione afroamericana (era concesso dalla legge della California, lo stato in cui nacque il movimento): seguivano le auto della polizia a distanza e quando gli agenti fermavano una persona afroamericana monitoravano l’operazione.

Un poliziotto in un minimarket saccheggiato durante le rivolte di Los Angeles del 1992 (AP Photo/John Gaps III)

Con il tempo la pratica si è evoluta. I primi gruppi di copwatcher per come li conosciamo oggi si diffusero a partire dagli anni Novanta, quando le telecamere non professionali erano già ampiamente accessibili ed era diventato comune averne una in casa. L’evento che contribuì maggiormente alla diffusione del movimento avvenne il 3 marzo del 1991 a Los Angeles.

Alcuni poliziotti accerchiarono un tassista nero di nome Rodney King, che era scappato da un posto di blocco. Lo colpirono con un taser e quando era già a terra lo pestarono violentemente, picchiandolo con il manganello e prendendolo a calci. In modo del tutto fortuito la scena fu ripresa da George Holliday, un idraulico che abitava nelle vicinanze e che passò il video alla stampa. Il filmato venne trasmesso dalle televisioni e diventò il primo a testimoniare quel genere di violenza e a essere visto da milioni di persone. Un anno dopo l’assoluzione degli agenti responsabili del pestaggio generò uno dei moti di rivolta più violenti della storia recente degli Stati Uniti, le cosiddette rivolte di Los Angeles.

– Leggi anche: Cosa furono le rivolte di Los Angeles del 1992

Se il video di King è considerato un passaggio cruciale nella storia del movimento, sia prima che soprattutto dopo ce ne furono molti altri, anche grazie alla diffusione sempre più capillare degli smartphone. Nel 2014 il movimento Black Lives Matter nacque anche in seguito alla rabbia e all’indignazione generate dalle immagini che mostravano gli ultimi momenti di Eric Garner, un uomo nero e disarmato morto per soffocamento durante un tentativo di arresto brutale per sospetto contrabbando di sigarette; sei anni dopo fu il filmato che mostrava l’omicidio di George Floyd a Minneapolis a generare le più ampie manifestazioni contro il razzismo sistemico degli ultimi anni, che si estesero anche al di là dei confini degli Stati Uniti.