Come l’amministrazione Trump sta cercando di fermare le proteste a Minneapolis
Indagini e minacce legali sono sempre più frequenti, mentre gli agenti federali disperdono gli attivisti con metodi violenti

A Minneapolis le proteste contro i metodi aggressivi, intimidatori e violenti delle operazioni dell’ICE, l’agenzia anti-immigrazione statunitense, vanno avanti da tre settimane. Nonostante gli scontri quotidiani con i residenti e l’omicidio di una donna disarmata da parte di un agente, l’amministrazione del presidente Donald Trump continua a sostenere una linea dura e cerca di fermare le proteste sia per strada sia in tribunale.
Per strada gli scontri con i manifestanti avvengono soprattutto durante le operazioni anti-immigrazione, che sostanzialmente sono rastrellamenti fatti dagli agenti federali dell’ICE per trovare, arrestare ed espellere persone accusate di essere nel paese illegalmente (cosa che non è sempre vera). Gli abitanti si organizzano sui social per seguire gli agenti e documentarne i frequenti abusi: i video mostrano persone strattonate fuori dalle loro auto o prelevate forzatamente da casa senza un mandato, spintonate sulla strada ghiacciata, tenute sotto tiro anche quando non oppongono resistenza.
Ci sono anche evidenti casi di profilazione razziale, la pratica di fermare le persone in base al colore della pelle o all’assenza di tratti caucasici.
Gli agenti stanno rispondendo alla resistenza pacifica degli abitanti con azioni sproporzionate e violente, come l’uso di spray urticanti e altri agenti chimici per disperdere le folle, o il ricorso ad arresti indiscriminati. Venerdì la giudice federale Kate Menendez ha riconosciuto l’illegittimità di queste pratiche e ha proibito all’ICE di continuare a usarle.
Nella sentenza ha citato il caso di Susan Tincher, una donna arrestata dall’ICE che è stata fatta spogliare in caserma e a cui è stata tagliata la fede nuziale, senza che contro di lei venisse formulata alcuna accusa. È citato anche il caso di una coppia – un uomo di 69 e una donna di 67 anni – che stava seguendo con la propria auto un furgone dell’ICE in lontananza: gli agenti li hanno circondati e hanno puntato le armi contro di loro, minacciandoli: «Abbiamo la vostra targa, sappiamo dove trovarvi».
Il dipartimento di Giustizia sostiene che i manifestanti stiano ostacolando il lavoro delle forze dell’ordine e mettendo a rischio gli agenti, e per questo ha detto che farà ricorso contro la sentenza di Menendez. Per lo stesso motivo Trump ha minacciato di invocare l’Insurrection Act, una norma del 1807 che gli consentirebbe di inviare l’esercito a sostegno dell’ICE: nella storia degli Stati Uniti è stato fatto raramente e ci sono molti dubbi sul fatto che sarebbe un’azione legittima nel contesto di Minneapolis.
Diversamente da quanto sostenuto dall’amministrazione, secondo molti esperti legali la pratica di filmare gli agenti è un metodo di protesta pacifico protetto dal primo emendamento della Costituzione statunitense, fintanto che i manifestanti non si mettono di mezzo fisicamente o non mettono a rischio l’incolumità di qualcuno o la riuscita delle indagini.

Un’attivista soccorre una donna che è entrata in contatto con agenti urticanti usati dall’ICE, Minneapolis, 8 gennaio 2026 (Christopher Katsarov/The Canadian Press via AP)
La legittima difesa degli agenti è la ragione usata dall’amministrazione Trump anche per giustificare la morte di Renee Nicole Good, la donna uccisa dall’agente dell’ICE Jonathan Ross durante una di queste azioni dimostrative, lo scorso 7 gennaio. Finora è stato il caso più eclatante di violenza usata dagli agenti contro chi protesta: oltre alle enormi critiche ha causato varie questioni legali, uno scontro tra l’amministrazione Trump e quelle di Minneapolis e del Minnesota, e molti dubbi sui metodi di reclutamento dell’ICE, i cui requisiti nell’ultimo anno sono stati ammorbiditi.
Come previsto però il dipartimento di Giustizia ha detto che non inizierà contro Ross alcuna azione legale. «Non stiamo là a indagare ogni volta che un agente è costretto a usare la forza per difendersi da qualcuno che vuole mettere a rischio la sua vita», ha detto il vice procuratore generale Todd Blanche, che prima di ricoprire questo ruolo fu avvocato difensore di Trump in uno dei processi contro di lui. Il caso potrebbe proseguire a livello statale.
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Una protesta contro l’ICE a Minneapolis, 18 gennaio 2026 (AP Photo/Yuki Iwamura)
L’amministrazione Trump sta avviando anche una serie di procedimenti legali per ostacolare gli attivisti e chi li sostiene.
Il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine sul governatore del Minnesota Tim Walz e sul sindaco di Minneapolis Jacob Frey (entrambi Democratici), accusandoli di aver cospirato per impedire le operazioni anti-immigrazione. Sia Walz che Frey hanno usato toni molto duri per criticarle, ma non è chiaro quali affermazioni vengano contestate loro come incitazione alla violenza e su quali basi, anche considerato che finora le proteste sono state perlopiù pacifiche.
Il dipartimento sta indagando anche su un gruppo di manifestanti che ha interrotto una messa in una chiesa di St. Paul (città vicina a Minneapolis) perché uno dei pastori, David Easterwood, lavora anche per l’ufficio locale dell’ICE.
Subito dopo l’omicidio di Renee Nicole Good inoltre il dipartimento ha fatto pressioni sulla procura federale del Minnesota per indagare sulla moglie Becca Good, anche lei un’attivista. Sei procuratori federali del Minnesota l’hanno considerata un’ingerenza inaccettabile e si sono dimessi. Alcune fonti rimaste anonime hanno detto a NBC News che Becca Good è indagata, ma il suo avvocato ha detto di non aver ricevuto notifiche ufficiali.
C’è infine un altro caso, distinto da Minneapolis ma sovrapponibile, in cui gli agenti dell’ICE stanno cercando di identificare gli organizzatori delle proteste, anche quando non vengono contestati reati specifici. L’agenzia ha chiesto a Meta, l’azienda proprietaria tra le altre cose di Facebook e Instagram, di fornire informazioni su un profilo anonimo usato per segnalare le operazioni compiute dall’ICE a Montgomery, in Pennsylvania. Un giudice ha espresso molti dubbi sulla legalità della richiesta, ma non si è ancora espresso. In passato un altro giudice l’aveva ritenuta inaccettabile in un caso simile.
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