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  • Domenica 18 gennaio 2026

Il venticinquesimo anno di Guantanamo

Dal 2002 nel famigerato carcere di massima sicurezza gestito dagli Stati Uniti sono passati quasi 800 detenuti: qualcuno è ancora lì

(AP Photo/Alex Brandon, File)
(AP Photo/Alex Brandon, File)

Nel 2026 il carcere di Guantanamo entra nel suo venticinquesimo anno di attività: i primi prigionieri arrivarono l’11 gennaio del 2002, ammanettati e nelle tipiche uniformi arancioni. Erano passati solo quattro mesi dagli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti avevano invaso da poco l’Afghanistan ed era appena iniziata la cosiddetta guerra al terrore, che continuò per i successivi vent’anni.

Dal carcere sono passati più di 780 detenuti, arrestati in vari paesi (soprattutto Pakistan e Afghanistan) perché sospettati di essere legati ad al Qaida, l’organizzazione terroristica che organizzò gli attentati del 2001 contro New York e Washington. Ora l’amministrazione Trump vorrebbe trasformare la base in cui si trova il carcere in un enorme centro di detenzione per migranti, un progetto con molti ostacoli sia pratici sia legali.

Il carcere di massima sicurezza di Guantanamo è in una base militare statunitense nel sud di Cuba. Venne aperto nel 2002 dall’allora presidente George W. Bush (Repubblicano) con lo scopo di ospitare persone sospettate di terrorismo e «combattenti illegali», una sorta di categoria ibrida che nel diritto internazionale gode di minori tutele.

La maggior parte delle persone portate a Guantanamo è rimasta nel carcere per anni, alcuni per decenni, senza che venisse presentata alcuna accusa formale e quindi senza ricevere alcuna condanna. L’amministrazione Bush sosteneva che quei prigionieri non fossero pieni titolari dei diritti che normalmente spettano ai detenuti o ai prigionieri di guerra, e per questo potessero rimanere in carcere per più tempo, anche senza accuse.

Questa tesi è stata contestata da molti esperti di diritto, compresa una commissione delle Nazioni Unite che nel 2023 si è espressa sul caso di Abu Zubaydah, un uomo palestinese arrestato in Pakistan nel 2002 e portato a Guantanamo nel 2006 perché sospettato di essere un membro di alto rango di al Qaida, cosa in seguito smentita.

Vent’anni dopo Zubaydah è ancora a Guantanamo, e contro di lui non sono mai state presentate accuse formali: è uno di quelli che vengono definiti «prigionieri per sempre». È anche uno dei primi ad aver denunciato le tecniche brutali che la CIA, la principale agenzia di intelligence statunitense per l’estero, usava per interrogare i detenuti.

Un detenuto prega dentro la prigione, 6 giugno 2018 (AP Photo/Ramon Espinosa)

Nel 2009 fu la stessa amministrazione Bush a definire il carcere un “battle lab”, una sorta di laboratorio di sperimentazione per le tecniche dei cosiddetti “interrogatori potenziati”. Includevano l’annegamento simulato (waterboarding), la privazione del sonno, la somministrazione forzata di droghe e varie altre forme di abusi, inclusi sessuali e psicologici che sarebbero stati difficili da nascondere se avvenuti in un ordinario carcere statunitense (oltre che illegali).

Nel 2023 Zubaydah realizzò una serie di disegni per raccontare quello che gli era accaduto. Pochi giorni fa ha ottenuto un risarcimento dal Regno Unito perché è riuscito a provare che i servizi segreti britannici aiutarono la CIA a torturarlo.

Anche gli avvocati dei cinque uomini che furono accusati di aver pianificato e organizzato gli attacchi dell’11 settembre 2001, detenuti a Guantanamo, sostengono che le loro confessioni non siano giuridicamente valide in quanto estorte con la forza dopo anni di torture. Il processo contro di loro è tra i più lunghi e complicati della storia statunitense ed è ancora bloccato alla fase preliminare. Nel 2023 una corte militare stabilì che uno di loro, Ramzi bin al-Shibh, non poteva più essere processato perché le torture subite in carcere lo avevano reso mentalmente instabile.

Quasi tre anni fa un rappresentante del Comitato della Croce Rossa Internazionale visitò Guantanamo insieme a una delegazione delle Nazioni Unite per la seconda volta in vent’anni: scrisse di aver trovato i detenuti con evidenti segni di «invecchiamento precoce» dovuto alle dure condizioni fisiche e psicologiche in cui vivevano. L’ispettrice dell’ONU che era con lui scrisse che i detenuti le avevano riferito di traumi cronici, stati di paura e ansia dovuta agli abusi.

– Leggi anche: La tortura, dopo l’11 settembre

Il presidente Barack Obama firma l’ordine esecutivo col quale intendeva chiudere Guantanamo, 22 gennaio 2009 (AP Photo/Charles Dharapak)

Nel 2009 il presidente statunitense Barack Obama ordinò per la prima volta la chiusura di Guantanamo. Metterla in pratica però era complicato, perché i detenuti del carcere non potevano essere trasferiti negli Stati Uniti (nel 2015 il Congresso votò per impedirlo) e per rimpatriarli o portarli in paesi terzi servono complicati accordi bilaterali che non hanno sempre funzionato. Nel tempo però la prigione è stata gradualmente svuotata, per decisione dei vari presidenti che sono succeduti a Bush: Obama, Joe Biden e Donald Trump.

Oggi a Guantanamo ci sono 15 detenuti: hanno tra i 46 e i 64 anni, e in qualche caso sono lì dalla sua apertura. Due sono stati condannati da un tribunale militare, gli altri sono in attesa di processo o di trasferimento. Ci sono 800 dipendenti, e i costi di gestione per ciascun detenuto sono altissimi. Secondo una stima realizzata dal New York Times nel 2019 (quando i detenuti erano 40) ogni anno servivano 13 milioni di dollari a testa. Oggi i costi sono ancora più alti.

L’esterno di una torre di controllo del carcere di Guantanamo, nel 2019 (AP Photo/Alex Brandon)

Nel 2018, durante il suo primo mandato, Trump firmò un ordine esecutivo per mantenere il carcere aperto. A gennaio del 2025, dopo essersi insediato per la seconda volta, ha proposto di trasformarlo in un enorme centro detentivo per migranti. Nei suoi piani Guantanamo dovrebbe ospitare fino a 30mila persone espulse dagli Stati Uniti: non proprio dentro il carcere ma in una struttura all’interno della base militare, che aveva già uno spazio per ospitare i migranti soccorsi in mare.

A febbraio sono stati mandati a Guantanamo i primi migranti, ma dopo poco sono stati ritrasferiti. A giugno Politico e il Washington Post scrissero di un piano ancora non ufficiale dell’amministrazione Trump per trasferire a Guantanamo 9mila migranti e immigrati irregolari, tra cui anche cittadini di paesi dell’Unione Europea, alcuni italiani. Gli stessi giornali hanno scritto poco dopo che il piano era stato sospeso, e poi non se n’è saputo più nulla.

Il progetto ha vari problemi, prima di tutto legali. Tra le altre cose, la struttura di Guantanamo non è adatta a ospitare donne e bambini e a marzo l’ACLU, un’importante organizzazione per i diritti e le libertà individuali, ha fatto causa all’amministrazione perché sostiene che il trasferimento a Cuba sia ingiustificato e costituirebbe un costo enorme per le finanze pubbliche: secondo stime realizzate dall’opposizione, basate sulle poche informazioni condivise dall’amministrazione Trump, servirebbero circa 100mila dollari a persona.

A ottobre un giudice federale ha stabilito che il governo aveva invece l’autorità per farlo, ma la causa è ancora in corso. Nell’ultimo anno sono passati da Guantanamo circa 770 migranti dei 30mila inizialmente previsti. Non è chiaro quanti siano al momento.

– Leggi anche: Vent’anni di guerra al terrore