Come si prepara un presidente del Consiglio a una conferenza stampa di tre ore
E come fa a sapere in anticipo molte delle cose che gli verranno chieste

Paolo Bonaiuti, storico portavoce di Silvio Berlusconi, una volta disse che l’obiettivo fondamentale per un presidente del Consiglio che si trova ad affrontare una lunga conferenza stampa è di non fare danni. «Primum sopravvivere», disse, parafrasando un noto detto latino. Era un modo divertito per affermare un principio serissimo, più o meno condiviso da tutti quelli che si occupano della comunicazione di un leader politico. Di fronte a decine di giornalisti che fanno domande sugli argomenti più disparati, in diretta televisiva, la cosa fondamentale è evitare inciampi o strafalcioni, non contraddirsi (non in modo troppo evidente, quantomeno), non dare l’impressione di essere nervoso o in difficoltà, ma anzi fare in modo di risultare padrone della situazione, sicuro di sé.
Tutto ciò vale anche per Giorgia Meloni. Il 9 gennaio ha tenuto la sua tradizionale conferenza stampa di fine anno, che più propriamente andrebbe ormai definita “di inizio anno”, visto che per la terza volta consecutiva si è tenuta nei primi giorni di gennaio, rompendo una prassi che si ripeteva pressoché uguale dal 1976. Meloni ha risposto a 40 domande, rendendosi disponibile per poco meno di tre ore.
Forse ancora più che in passato, l’evento è stato seguito con attenzione visto che, a differenza dei suoi predecessori, queste sono diventate le uniche occasioni in cui Meloni partecipa a conferenze stampa di una certa lunghezza. Non lo fa dopo i Consigli dei ministri (ha smesso dopo la disastrosa conferenza stampa a Cutro), non lo fa dopo i Consigli Europei o dopo le riunioni internazionali, quando preferisce invece tenere dei rapidi “punti stampa” di una manciata di minuti, prendendo al volo tre o quattro domande dai giornalisti intorno a lei, in piedi, in un luogo convenuto; lo fa sempre più di rado dopo gli incontri coi leader di altri paesi a Palazzo Chigi, e comunque in quelle occasioni si tratta di conferenze stampa brevissime.
In ogni caso, i metodi che si usano per rendere l’insidia di una lunga conferenza stampa più agevole per chi deve sostenerla sono sempre un po’ gli stessi, aggiornati nel corso degli anni. Di base puntano a fare in modo che il presidente del Consiglio non si trovi mai, o quasi mai, a dover rispondere su un tema su cui non è preparato, o a doversi inoltrare in argomenti che non padroneggia. Questo è in definitiva il compito del suo staff: portavoce e funzionari degli uffici stampa devono fare in modo che il leader sappia con la migliore approssimazione possibile ciò che gli verrà chiesto, fornendo gli elementi necessari per farlo rispondere in modo efficace.
Questa è la principale finzione di tutto quanto, di cui la gran parte di chi guarda la conferenza o ne legge non si rende conto: un presidente del Consiglio non arriva mai a dover affrontare decine di domande senza avere discrete, o anche ottime, informazioni su ciò di cui dovrà parlare. In parte succede perché banalmente è scontato che molti cronisti si concentreranno sui fatti di maggiore interesse in quel momento, perciò nei giorni o nelle ore precedenti quasi tutti i presidenti del Consiglio ricevono dai propri collaboratori un elenco delle domande che verosimilmente gli verranno rivolte, e per ciascuna le informazioni utili a rispondere.
Ognuno poi ha i suoi metodi. Giuseppe Conte, per esempio, preferiva lavorare un po’ in solitudine: su indirizzo dei suoi portavoce più fidati, come Rocco Casalino e Mariachiara Ricciuti, sollecitava i suoi consiglieri e talvolta alcuni suoi ministri affinché gli mandassero i dati e i documenti del caso, che poi lui era solito studiare a casa sua, spesso tirando tardi la notte. Dopodiché lui e il suo staff erano attentissimi anche alle scelte scenografiche. Casalino decise di cambiare il posto dove abitualmente si teneva (e si tiene tuttora) la conferenza stampa di fine anno, cioè in una grande sala di Montecitorio, per organizzarla in un luogo più sfarzoso, Villa Madama. Ci tenne anche a essere il primo portavoce seduto accanto al suo presidente del Consiglio, per tutto il tempo della conferenza stampa, in favore di telecamera.

Rocco Casalino e Giuseppe Conte durante la conferenza stampa del 28 dicembre 2019, a Villa Madama (Roberto Monaldo/LaPresse)
Mario Draghi, cercando di replicare in Italia le prassi che aveva seguito nei suoi otto anni da presidente della Banca Centrale Europea, si ritagliava sempre del tempo per leggere un fascicolo preparato dai suoi collaboratori, anche al termine dei Consigli dei ministri, che erano abitualmente seguiti da conferenze stampa più o meno lunghe. Il documento principale prevedeva quasi sempre un’introduzione generale per sintetizzare i provvedimenti approvati o per tracciare una panoramica complessiva, di solito scritta dal suo consigliere Ferdinando Giugliano, e poi una serie di domande e possibili risposte.
Draghi era assai scrupoloso. Da presidente della BCE aveva svolto intense conferenze stampa ogni sei settimane, di giovedì: erano momenti in cui le sue dichiarazioni avevano una risonanza mondiale, e qualsiasi parola sbagliata, o tentennamento sospetto, avrebbe potuto generare effetti imprevedibili sui mercati. Per questo anche da presidente del Consiglio, pure a costo di doversi trattenere più di quanto avrebbe voluto, spesso si limitava a ripetere quasi alla lettera alcuni dei passaggi che i suoi collaboratori gli preparavano, limitandosi solo in poche circostanze ad andare a braccio.
Nel caso della sua unica conferenza di fine anno questa estrema prudenza fu notata da molti. Il suo staff temeva infatti che la gran parte delle domande si sarebbe concentrata sulle imminenti elezioni per la nomina del nuovo presidente della Repubblica, carica a cui Draghi aspirava. Dapprima si cercò di snellire un po’ il numero di domande, cercando di fare una conferenza più ristretta (alla fine le domande furono comunque 44, quattro in più di quelle a cui ha risposto Meloni il 9 gennaio); poi, lui cercò di esaurire l’argomento nella breve introduzione che tenne. Dopo la prima domanda sul Quirinale, a cui rispose in modo un po’ evasivo, tentò anche di catechizzare i giornalisti: «Ora basta, eh, domande di questo tipo», scherzò. Ma in realtà ne ricevette ancora tante, e alla fine disse la frase rimasta poi celebre «sono un nonno al servizio delle istituzioni» in cui confermò la sua volontà di candidarsi come capo dello Stato. Quell’uscita finì con l’irritare molti dei leader politici che sostenevano il suo governo.
Invece Meloni ha un modo di lavoro più simile a quello di Matteo Renzi, costituito da uno studio meticoloso degli argomenti unito all’abitudine a improvvisare. Chiede spesso solo una traccia generale dei vari argomenti, o magari dati precisi su singole questioni che ha più a cuore (cerca molto sostegno, in questo senso, soprattutto sulle questioni di economia e finanza), ma sapendo che poi aggiungerà altre cose sul momento, e declinerà le varie risposte con un tono anziché con un altro a seconda delle contingenze, anche perché ha un rapporto piuttosto diretto e franco coi singoli giornalisti.
Anche questa è una cosa che accomuna Renzi e Meloni. Lui chiamava spesso per nome quelli con cui aveva maggiore consuetudine, mostrando un fare spavaldo; Meloni usa sempre i cognomi, anche in riferimento a quelli con cui ha più confidenza, e l’approccio è piuttosto quello di chi cerca un confronto aspro, a tratti ostile.
Ma questo lavoro di preparazione non passa solo dallo studio astratto. Un bravo portavoce, e di solito quelli di cui si circonda un capo di governo sono piuttosto bravi nel loro mestiere, sa in anticipo chi saranno i cronisti che i giornali manderanno in conferenza stampa, e con un po’ di intuito riesce a immaginare, o a conoscere, anche i temi che affronteranno. Se il giornalista X da giorni cerca di sapere con insistenza una certa cosa, o incalza il governo su quel certo argomento, è molto probabile che approfitterà di quell’occasione per chiederne conto direttamente al presidente del Consiglio; se la testata Y da settimane conduce una sua battaglia, è quasi scontato che chiederà al suo giornalista di sollecitare un commento del capo del governo, e così via.
Ma non c’è solo l’intuito. Quasi sempre, nei giorni o nelle ore precedenti a una conferenza stampa “di fine anno”, il portavoce, che sa per tempo l’esito del sorteggio con cui l’Ordine dei giornalisti stabilisce la successione delle domande, cerca di accattivarsi i cronisti. I metodi a cui può ricorrere sono tanti, ciascuno li usa a seconda della propria sensibilità e del proprio stile. Il portavoce può, per esempio, assicurare a un cronista che se farà una domanda su un tale argomento, otterrà in risposta qualcosa di inedito dal presidente del Consiglio, qualcosa di sorprendente, o magari un attacco particolarmente ficcante nei confronti di un altro leader: siccome trovare una notizia facendo una domanda è di solito un motivo di ammirazione per un giornalista, in questo modo lo si può indirizzare.

Giorgia Meloni in conferenza stampa di inizio anno a Roma, 9 gennaio 2026 (filippo Attili/LaPresse)
Oppure, il portavoce può offrire o promettere, nei giorni immediatamente precedenti o in quelli successivi alla conferenza stampa, un’indiscrezione o un’imbeccata: in cambio, però, il giornalista dovrà evitare quel certo argomento imbarazzante, oppure chiedere al presidente del Consiglio quella specifica cosa.
«Cosa vuoi chiedergli?» o «cosa gli chiederai?» sono domande che, declinate in forme più o meno dirette, più o meno scherzose, un po’ tutti i cronisti che seguono da vicino un presidente del Consiglio si sentono fare, presto o tardi, dai collaboratori più stretti di quel presidente del Consiglio. A volte capita che sia lo stesso capo del governo a fare queste piccole trattative, magari coi giornalisti più affermati o con quelli con cui ha un rapporto più fidato. Poi sta al carattere del giornalista decidere cosa fare: cosa anticipare, e quanto, fino a che punto concordare la domanda. Altre volte, ma più di rado, succede una cosa più disdicevole, cioè che da Palazzo Chigi si cerchi una mediazione non col giornalista che sarà presente in conferenza stampa, ma con un suo superiore o addirittura col direttore, cosicché poi questi spinga o costringa il malcapitato cronista ad ammorbidirsi.
Per esempio durante il secondo governo di Giuseppe Conte, in un paio di circostanze, alcuni giornalisti si lamentarono che Casalino aveva volutamente evitato di dare loro parola perché non avevano voluto concordare le domande, o perché in passato avevano fatto domande particolarmente critiche. Ma molto più spesso tutte queste negoziazioni avvengono in modo più subdolo, e si risolvono con dei compromessi poiché sia il giornalista sia il leader politico sanno che conviene a entrambi restare in buoni rapporti. Perciò anche le domande apparentemente più severe avvengono in un contesto tutt’altro che ostile tra chi le fa e chi le riceve.
Questo spiega anche perché, al di là dei riti e delle consuetudini istituzionali, fare delle grandi conferenze stampa una volta all’anno sia meno insidioso, per un leader, di quanto non lo sia farne tante più brevi nel corso dell’anno: in ciascuna di queste il capo del governo deve rispondere di questioni di stretta attualità, replicare in tempo reale a eventuali contestazioni o a dichiarazioni fatte in quel mentre dai suoi oppositori, stare sintetico nei suoi interventi, senza il tempo di prepararsi a lungo e con meno possibilità di sapere o concordare le domande coi cronisti.



